Madamina il catalogo é questo. Piccolo riassunto del don Giovanni

Quindi, in pratica, il Don Giovanni. Che non è un’opera, è una manica di pazzi. Altrimenti non si spiega. C’é don Giovanni, tanto per cominciare. Uno che insegue ogni gonnella incroci. E passi che sia consenziente, che, voglio dire, alla peggio se sei così che ci puoi fare? Candidarti a Presidente del Consiglio finché Monti non ti caccia via, e amen. No, don Giovanni è uno che gli piacciono tutte le donne, ma proprio tutte tutte, anche quelle che un dongiovanni con la minuscola evita accuratamente, tipo le donne Elvire. Da schivarle come la peste, le donne Elvire, perché manco hai dato loro un’occhiata e già quelle han fissato il ristorante e chiamato il wedding planner per il ricevimento. Sono le basi del casanova di provincia, santodomineddio! E invece don Giovanni, con tutto che ha la maiuscola da archetipo di ogni gagà da bar, queste cose non le sa, ci casca. Così donna Elvira, furente, gli si appiccica come una cozza, alle calcagna peggio di uno di quei cagnetti che paiono topi, ma se si azzeccano alla caviglia chi se li toglie più.
E non gli basta mica donna Elvira, a sto scimunito. Si va ad inguaiare pure con donna Anna, altro bell’esempio di rompiballe: un monumento di serietà, figlia devota, fidanzata fedelissima d’un tipo, don Ottavio, che è il prototipo della noia sotto forma di bontà. Uno che quando gli tentano di violentare la morosa, per dire, se ne esce flebile flebile con un “Dalla sua pace la mia dipende..”, e quasi si scusa di esistere e respirare, il che spiega anche perché donna Anna sia chiaramente quella che in famiglia porta i pantaloni, e si arrangi a tramare vendetta per suo conto, che tra un padre intonato ed un fidanzato come don Ottavio, porella, qualcosa doveva pure fa’.
Ma don Giovanni, che sta fermo? No, si mette a fare il cascamorto con Zerlina, la bella contadina che sta per sposarsi. E qui uno pensa eh, povera innocente figliola! Il nobilastro con la fanciulla indifesa, una anticipazione di Don Rodrigo e la casta Lucia! Ma quando mai. Le caste Lucie esistono solo nei sogni di Manzoni, da Ponte conosce le toste contadinotte venete e Zerlina è di quella schiatta là:una che usa il sesso come voce di bilancio, ha nel sangue già la piccola impresa del Nordest. Quindi lei si fida del signorotto solo dopo che ha controllato il conto corrente, e là ci darem la mano sì, tesoro, ma solo dopo che ho appurato se sei solvibile e non mi meni per il naso. Perchè quando le viene il dubbio che stava per cascarci, Zerlina, ci mette un Fiat a recuperare: e il fidanzato un po’ mona, Masetto, se lo gira e se lo rivolta come vuole. Basta una smorfietta, una strizzatina d’occhio anche un po’ in chiave sadomaso: battimi pure, mi faccio picchià, che il gonzo cade come un perognocco maturo. Del resto da uno che si chiama Masetto cosa ti puoi aspettare mai.
Intanto c’è Leporello, l’unico personaggio di specchiato buon senso, che cerca di cavarsi dalle peste di questa banda di scentrati, ma non gliela fa. E allora, fra una contabilità e l’altra, se li guarda, cerca di sgraffignare qualcosa, usa per capire chi sia il più forte per servirlo prontamente il minuto immediatamente successivo alla vittoria. Ma ci si capisse qualcosa. Elvira, Anna e l’opaco con Ottavio sono nobili, quindi riuscissero mai a far qualcosa di pratico. No, cantano “viva la Libertà!”, cianciano e cianciano, sembrano una cerchia di intellettuali di Sinistra, insomma. Ta to che persino la buonanima del Commendatore, padre defunto di donna Anna che don Giovanni ha fatto trapassare a miglior vita, capisce che se vuole vendetta si deve arrangiare da solo, sennò quelli la tirano alle calende greche, e la vendetta la fanno il giorno che finisce la Bicamerale per le Riforme. Così compare, con tutta la protervia di uno spettro incazzato perchè se vuoi qualcosa di fatto bene, persino dall’aldilà te lo devi fare da solo. Invita don Giovanni a cena. Ora, don Giovanni, bello di mamma, ma ragiona un attimo, se nel cervello non hai segatura: è uno spettro, lo hai ammazzato tu. Ti pare che mangia? No, don Giovanni a questo due più due lapalissiano mica ci arriva: lui ci va, a cena col morto. E qui tutti a fare psicanalisi: è una sfida al destino, è eros e thanatos, è il sesso e la pulsione di morte che gli fan fare questa cosa qua. Mai nessuno che pensi la cosa più semplice: don Giovanni, con tutto che è archetipo, e prototipo, e non so che altro, è anche, molto semplicemente, un coglione.
Per cui va dal Commendatore e schiatta, come da logico che accadesse, mentre Elvira, Anna, Ottavio si sentono tutti tronfi come se don Giovanni l’avessero fatto cadere loro, mentre non han fatto un beneamato. Il che conferma che sono proprio pure loro degli archetipi: gli antesignani degli intellettuali del Pd.

19 Comments

  1. pur nell’originale e briosa parodia, galatea rende con colta precisione il vero senso del personaggio don giovanni, cioè la sua fondamentale vuotezza ed incapacità di essere

    un pò kierkegaard, un pò stefano benni

    condivido l’ironia sulla psicanalisi, sul cui esercizio abbiamo ormai decenni e decenni di involontaria comicità intellettuale

    dentro il pd, comunque, la parola «intellettuale» viene usata prevalentemente come sinonimo di «incapace», solo nel nordest ci sono gli intellettuali di sinistra di una volta

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  2. Bellissimo sunto, e azzeccatissimo 🙂 Però la musica di Mozart fa dimenticare tutte le incongruità della trama

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  3. Riassunto azzeccatissimo e godibile. Brava!
    Ieri ho provato a lanciare un gioco:
    Se Don Giovanni è Berlusconi, chi è
    – il Commendatore?
    – Leporello?
    – Donna Elvira?
    – (ecc)

    azzardo: Il Commendatore = Montanelli?

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  4. Qualunque opera lirica affrontata in questo modo diventa qualcosa di assurdo e ridicolo. Il Trovatore è la storia della zingara scema che sbagia a gettare bambino nel fuoco; e La forza del destino è l’odissea della sfiga. Anche in Aida Radames è un bel coglione, a raccontare alla sua bella i segreti militari. (I più beiu versi dell’Aida – forse – “Son nemici e prodi sono / la vendetta hanno nel cuor / fatti audaci dal perdono / torneranno all’armi ancor”)
    Il Don Giovanni, poi, prende un vecchio e collaudato canovaccio della controriforma, il dissoluto punito che viene inghiottito dall’inferno perché colpevole del “peccato della carne” e i due pagliaccioni del caso . il poeta imperiale Da Ponte, vecchio libertino, e il giovin astro della musica, e giovinastro spendereccio e sboccato (figlioo di madre sboccata; e le lettere alla cugina sono piene di “come state, siete sempre così sciolta di corpo?”) Mozart, lo hanno infarcito di sottintesi e ammiccamenti. Chi ne esce peggio è forse Don Ottavio, che da hidalgo apagolo facile a infiammarsi, quando la fidanzata gli racconta del tentativo di seduzione da lei subito, invece di lancairsi subito a sfidare il colpevole spa da in mano, va a fare un ricorso a chi deovere, ossia “Ma io lo denincio!”. E donn’Anna, che quando “era già alquanto avanzata la noitte” vede un uomo entrare nella sua stanza e lo scambia per don Ottavio (come se i fidanzati andassero a mezzanotte a trovare la fidanzata in camera, nel Seicento, tra nobili – e poi, come sente che quello la stringe forte sì che si crede vinta, non sa neppure lei se starci o no.
    I due autori come detto, ci hanno messo una buona dose di allusione. Leporello che dice a Donna Elvira “Voi sapete quel che fa”, ossia le rinfaccia di essersi lasciata sedurre. Masetto che dice a Zerlina: faccia il nostro cavaliere cavaliera ancora te, frase che Massimo Mila definiva di indescrivibile oscenità. E in tutti i teatri di secondo piano, Don Giovanni non si evitava qualche gesto eloquente e qualche ammiccamento quando diceva mostra loro le camere.
    Di riflessioni pre e psedo pscicanalitiche sul Don Giovanni ne son piene le biblioteche, da quell’onanista mentale del buon Severino Kierkegaard in poi. Seghe mentali, appunto. Don Giovanno che vorrebbe possedere tutte le donne per una ricerca dell’assoluto, i pesonaggi ambigui che sembrano una commedia burattinesca – un libertino assoluto contro una statua di marmo, due nobildonne ansiose di abbracci robusti come quelli di Don Giovanni, popolani debitamente cialtroni e un tenorino da opera lirica, che esprime semtimenti puramente convenzionali (Ottavio) ma che ogni tanto si accorgono che i sentimenti che provano per finta li fanno stare male davvero (osservazione di Sermonti, di cui è anche l’osservazione che Don Giovanni non è un personaggio vero, perché non rispetta la convenzione dell’opera lirica, ossia che le arie corrispondono ai veri sentimenti di chi le canta; Don Giovanni non ha verre arie e dunque non ha vere emozioni, solo finzioni, con Zerlina nel duetto là ci darem la mano, o desideri come nell’aria dello champagne, fin ch’an del vino calda la testa) di qui che Don Giovanni è la proiezione degli altri, cosa bella a dirsi, ma chi se ne frega.
    D’altra parte, quelle opere erano scritte per ascoltare le ariette e per cantarsele poi a casa propria, alla spicciolata e con comodo. Personalmente a me piace la parte del Commendatore, don giovanni a cenar teco m’invitasti e son venuto; è uan musica che dà il senso di una sospensione tra la vita e l’Aldilà, come nell’arrivo della Valchiria a Siegmund, nella fusione delle pallottole del Franco cacciatore o nel canto dei prigionieri del Fidelio. Poi salta fuiori che è un trucco ottenuto con un paio di accordi da musica religiosa e non si può godere neppure di quelli. (Con questo, non appena sento tre o quattro battute di Mozart, ci casco sempre e me lo godo. Siamo tutti personaggi ambigui mozartiani).
    E Rigoletto, che si fa fregare dai cortigiani e gli tiene pure la scala? E sua figli Gilda che, come si è commentato, una volta o l’altra dovrebbe pur far la pace con ilbuon senso (ossia che più scervellata di così…) Muti però diceva che è una vera donna che si sacrifica per il suo uomo. A furia di fare Wagner, grande sfruttatore di mogli e vicine di casa, anche il Maestro è arrivato all’idea che le donne si devono sacrificare sempre per lui, il maschio, il pascià. Boh.

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  5. @Riccardo
    Questa volta concordo con Galatea.
    Cosa c`e` di male nello sdrammatizzare un po` la lirica?
    E poi la revisione fatta da Galatea non mi sembrava tanto male..

    Gigi

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  6. Forse non sono stato chiaro, ma sono anch’io d’accordo con quel tipo di riassunto. Anzi, secondo me tutta la lirica ha le stesse ridicolaggini e volevo mostrare come quelle accuse sono ben poca cosa “se ne potevan dire, ce n’erano a iosa” come diceva Cirano… E’ che se uno ci ripensa vede tutti i difetti, ma se va a teatro a vedere quelle opere si lacia travolgere dall’entusiasmo di coloro che lo circondano.

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  7. Professoressa Galatea, chapeau per questo spassosissimo scritto.
    E don Giovanni così nudo sarebbe comunque a suo agio.

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  8. Secondo me il problema di quale vendetta sia quella giurata dal povero Don Ottavio all’inizio dell’opera non è troppo da sottovalutare.
    Il “ricorso” che Don Ottavio vuole fare “a chi si deve” è in fondo il suo modo di intendere la vendetta, mentre quello del Commendatore, di fronte alla tentata violenza alla figlia, è il tirare fuori la spada e combattere.
    Don Ottavio, pora stella, tenta di mantenere la sua promessa (nell’ultima scena, quando rientreranno tutti i personaggi, compaiono infatti anche i “ministri di giustizia”), ma per la morale dell’opera non è questo il modo giusto di rispondere ai torti di Don Giovanni: Don Ottavio dubita del racconto di Donna Anna (primo atto, 14a scena), poi, quando è chiaro che Don Giovanni è il responsabile di quei delitti (secondo atto, 10a scena), non lo affronta apertamente, ma mette addirittura in mezzo altre persone, la legge… insomma, delega ad altri l’ottemperanza al dovere di vendicarsi.
    Tutto questo fa sì che per tutta l’opera il vero antagonista di Don Giovanni non sia Don Ottavio, ma il Commendatore, che appunto è il solo che possa consumare la propria vendetta nel modo “giusto”: personalmente e infliggendo morte per morte.
    Ora, vabbe’, stiamo parlando di melodramma, non è Eschilo, per carità, ma tra le decine di rimaneggiamenti di questa storia che hanno portato al libretto dell’opera credo che questo principio sia sempre rimasto, fra le righe.

    E un’ultima lancia spezzata per il povero Don Ottavio: è quel che è, come personaggio, ma verso la fine dell’opera tira fuori almeno un pochino di carattere: “Ditele che i suoi torti | a vendicar io vado | che sol di stragi e morti | nunzio vogl’io tornar”.
    Insomma, meglio tardi che mai.

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