Alberto Angela, Temptation Island, e la necessità di svecchiare la divulgazione

La notizia che il programma di Alberto Angela sia stato sospeso per i deludenti ascolti rispetto a Temptation Island ha già fatto il giro del web e tutti ci siamo (giustamente) indignati. Però oltre a piangere e schiumare rabbia, forse sarebbe ora di ragionare anche su cosa sia diventata la divulgazione in Italia e perché il “modello Angela” che da decenni è osannato e vincente cominci a mostrare le corde.

I programmi fotocopia della premiata ditta Angela

Noos di Angela era -mi perdonino i fan di Alberto Angela, lo apprezzo tanto, ma quando ce vo’ ce vo’ – un programma vecchio. E non perché l’Albertone nostro superi ormai i 60: se li porta divinamente e resta il sogno proibito di ogni sapiosessuale italico ambosessi.

È perché in sostanza Noos era quasi uguale ad Ulisse, che era molto simile a Quark e a Superquark che il buon Piero Angela inventò. Programmi che hanno di base quarant’anni di storia sul groppone. Erano pensati (benissimo) per un’Italia in cui esisteva un pubblico generalista non specializzato ma colto abbastanza per apprezzare un lessico semplice ma preciso e che aveva interessi trasversali, dall’archeologia alla scienza, dalla geologia alla biologia.

Un pubblico che, diciamocelo, non esiste più.

Gli Angela e il pubblico che non esiste più

Negli anni ‘80 il farmacista e il direttore di banca, l’avvocata e l’impiegata del catasto, il ragioniere in pensione e la parrucchiera alla sera si mettevano davanti al video con i rispettivi mariti, mogli, prole e suoceri e si divertivano a vedere il filmato sugli amori dei delfini dell’Atlantico, poi dieci minuti sulle nuove frontiere della robotica e quindi uno special su Pompei. E andavano a letto felici con la famiglia. Quark e tutte le sue successive incarnazioni sono state pensate per un pubblico trasversale che guardava la tv assieme, come un tempo stava davanti al focolare a fare filò, e aspettava gli interventi di Barbero o di Paco Lanciano come quelli degli zii ospiti.

Noos di Alberto Angela e gli interessi differenziati del pubblico

Noos era sostanzialmente impostato nella stessa maniera. Ma i tempi sono cambiati e il pubblico anche. È completamente frammentato, polverizzato e anche parecchio incazzoso.

Il ragioniere e la farmacista tornano a casa e non aprono nemmeno la tv: i figli più piccoli guardano video su YouTube, gli adolescenti TikTok, loro guardano Instagram. Su tutti questi canali social seguono gli account e i canali che più si confanno ai loro interessi: l’amante di documentari sui delfini guarda quelli, e si rompe l’anima ai video sulle tombe etrusche, e viceversa. Su Noos non si può skippare, sul web sì. L’unica cosa che riunisce le famiglie non è Angela, è Temptation Island: perché lì si può esercitare la trasversale e intergenerazionale tendenza a farsi i fatti degli altri, meglio se trash. Lì skippare non ha senso, su Noos sì.

Alberto Angela e le nozze coi fichi secchi

Parliamo anche di soldi? Perché le idee, certo, sono fondamentali ma anche gli investimenti.

Lo schema di Noos è che il grosso dei filmati sono documentari comprati all’estero, specie dalla BBC. Ottimi, serissimi, per altro anche di un gusto un po’ retrò: classici, con voce fuori campo neutra che legge un testo su immagini belle d curate.

I filmati prodotti in casa sono più corti (Max 15 minuti) riguardanti siti archeologici italiani e ritraggono il nostro Alberto che passeggia fra scavi in corso e rovine spiegandocele. Alle volte si fa qualcosa di più impegnativo e innovativo, con riprese più complesse, ma il grosso è questo. Perché? Perché fare cose più innovative costa. Ci vogliono troupe, autori, tecnici, tempo. E dunque soldi.

E in Italia persino la premiata ditta Angela (figuriamoci gli altri!) devono fare i conti che per tutte le puntate di Noos possono spendere spesso meno di quanto costi il confessionale del Grande Fratello.

Se paghi in noccioline trovi scimmie: Angela e la sperimentazione che non c’è

Ecco, diciamolo. In Italia siamo bravissimi a inventare cose con mezzi irrisori. Ma se alla lunga paghi in noccioline, i tagli si vedono e la qualità è quella che è. Aggiungiamoci il fatto che il team è sempre quello (e anche, alla lunga, le abitudini dei delfini) dopo la cinquemillesima volta che il buon Alberto è stato fra le vie di Pompei a spiegarci l’eruzione persino io comincio ad annoiarmi. E no, non vado a guardare Temptation Island, ma chiudo lo schermo e mi faccio i fatti miei.

Il problema è che in Italia per decenni la divulgazione è stata data in appalto quasi esclusivo alla famiglia Angela, e le altre realtà sono state lasciate languire ai margini o morire. Case di produttrici di documentari innovativi (cito fra tutte la Fisheye che ha prodotto alcuni gioiellini per Rai storia) o altri divulgatori come Cristoforo Gorno sono stati sottostimati e sottovalutati. E ora se Angela tracolla l’intero settore pare che sia destinato a scomparire con lui, mentre forse, banalmente, il problema sarebbe investire e innovare, trovare nuovi linguaggi e volti nuovi, per dare al pubblico forme di divulgazione seria che non siano puro sensazionalismo ma che non siano nemmeno solo la ripetizione di un copione prevedibile o la traduzione di materiale prodotto all’estero.

E con questo, chiudo. Perché tanto lo so che nei commenti mi insulterete perché oso criticare Angela. E invece no, ad Angela io, tutto sommato, come tutti, ci voglio bene. È che ogni tanto provare qualcosa di nuovo farebbe bene a tutti, anche alla divulgazione.

1 Comment

  1. Condivido il tuo punto di vista sul pubblico, che è cambiato negli ultimi 40 anni. Mi dispiaccio perché a me quella televisione piaceva, ma pure io, decadendo assieme alla Società, sono cambiato. Non tanto da preferire il Trash agli Angela, ma abbastanza per anestetizzarmi spesso “scrollando” inutili video, invece di leggere qualche bella pagina, come questa.

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