Non siamo stupidi, siamo ipernormalizzati
Il pianeta sta andando a fuoco. Il sistema capitalista è alla frutta perché è probabile che nei prossimi anni non riuscirà più a garantire il benessere di massa che in fondo era il suo unico vantaggio. Gli Stati Uniti, finora leader mondiali indiscussi, cominciano a perdere colpi e si sono affidati ad una oligarchia tecnologica iperliberista che però pare intenzionata a tagliare ogni forma di sostegno sociale per chi non è ricco, bianco e in salute. L’Europa non riesce a trovare in tutto questo una sua voce o una sua via, e i conflitti regionali rischiano di evolgere in conflitti globali fra potenze che hanno armi in grado di sterminare l’umanità intera. Nuovi virus sono pronti al salto di specie e potrebbero scatenare violente pandemie più pericolose di quella del Covid.
Eppure, noi siamo apparentemente tranquilli. Passiamo il tempo a commentare i look di Sanremo e le corna dei Ferragnez, a comprare su Shein nuovi outfit a prezzi stracciati, a comportarci come abbiamo sempre fatto, al massimo lamentandoci un po’.
Siamo scemi? L’antropologia ci spiega di no.
Siamo ipernormalizzati.
Ipernormalizzazione un concetto poco noto
L’ipernormalizzazione è un concetto antropologico proposto da Alexei Vladimirovich Yurchak, professore di origini russe che insegna all’Università di Berkley. Nel 2005 ha scritto un saggio Everything Was Forever, Until It Was No More: The Last Soviet Generation. (vi metto il link al testo su Academia Edu perché trovarlo in italiano è una impresa), in cui analizzava la società sovietica degli anni ‘80. Nella Russia di quegli anni tutti, gli alti burocrati, i dirigenti di partito e persino la gente comune aveva la vaga sensazione che le cose non funzionassero più come dovevano. Ma nessuno faceva apparentemente nulla e tutti in pratica continuavano a comportarsi come se il sistema, per quanto ormai alla frutta, fosse destinato comunque a sopravvivere per sempre. Un misto, diremmo oggi, fra l’orchestrina del Titanic e lo struzzo che mette le testa sotto la sabbia. Perché?
Perché erano ipernomalizzati. L’URSS era una dittatura, ma noi occidentali spesso fraintendiamo cosa questo voglia dire. In URSS, in effetti, esistevano forme di partecipazione democratica, come elezioni e spazi di confronto fra cittadini (dibattiti, associazioni politiche, etc.). La maggioranza delle persone non era “costretta” ad accettare il regime con mezzi di repressione violenta. Credeva nei valori positivi della ideologia, ed era convinta che quello fosse un sistema che permetteva la partecipazione democratica alle decisioni. Era inoltre convinta spesso in buona fede che quello fosse l’unico modo di vita possibile, in quanto le soluzioni alternative, cioè per esempio il capitalismo praticato nelle nazioni occidentali, fosse un sistema repressivo e perverso, privo di valori, pericoloso e violento.
Più che altro, dopo un po’, pur percependo che qualcosa non andava, continuava a vivere e a adeguarsi alle regole del regime perché incapace di concepire il fatto che potesse esistere qualcosa di diverso e convinta che il regime, per quanto imperfetto, sarebbe durato per sempre.
L’ipernormalizzazione come il velo di Maia
Chi vive dentro un sistema ipernomalizzato spesso non ha una reale percezione di quanto esso sia ingiusto, ma anche di quanto esso sia intrinsecamente fragile. Funziona finchè chi ci vive dentro ci crede, o almeno è convinto che il sistema sia imbattibile e in sostanza sia il meno peggio. Un sistema ipernomalizzato può ammettere anche al suo interno blande forme di dissenso, da parte di artisti e intellettuali, e di altrettanto blanda satira, purchè esse rimangano controllabile e in sostanza non mettano in discussione le basi del regime stesso. Può comprendere persino una forma controllata di “informazione libera” e critica, purchè questa rimanga in sostanza una nicchia che non crea danni alla coscienza diffusa collettiva.
Quando però l’ipernomalizzazione viene meno perché qualcuno o qualcosa (nel caso dell’URSS la Perestroika) improvvisamente rompe il velo di Maia, allora spesso il sistema collassa in breve, perché la gente che fino ad allora non aveva nemmeno preso in considerazione il fatto che il sistema fosse marcio lo scopre, e non lo accetta più.
l’ipernormalizzazione vale solo per l’URSS?
Magari. Studiare i regimi “altri” è sempre più facile. Ma se si guarda al mondo occidentale di questo ultimo ventennio, si ha l’impressione che l’ipernormalizzazione sia in realtà la dimensione in cui viviamo tutti noi.
Dopo la caduta dell’URSS, in fondo, in Occidente si è fortificata la grande narrazione che il sistema liberale/capitalistico sia l’unica realtà possibile, e che debba essere applicato, per dare il suo meglio, nelle sue forme più spietate. L’era Trump non è che il frutto estremo di questa visione, cioè che la ricchezza possa essere garantita soltanto erodendo i diritti. La maggioranza di noi è vissuta accettando inconsapevolmente questi assunti e adattandosi, continuando a votare per partiti e politici, spesso impegnandosi anche in associazioni e movimenti alternativi o di critica, ma quasi sempre irrilevanti o completamente inefficaci.
Il continuo calo di partecipazione alle elezioni in parte può riflettere anche questo inespresso disamore: non si vota più perché si ha l’impressione che sia del tutto ininfluente farlo, anche se non si riescono a trovare o proporre alternative.
Siamo tutti ipernormalizzati?
Probabilmente sì, e probabilmente anche le nostre democrazie ormai sono in larga parte finzioni in cui la partecipazione è limitata e ha poche ricadute pratiche. Resta da vedere se e quando ci sarà la scossa che ci porterà a prendere coscienza della situazione e a cercare nuove soluzioni. Da questo punto di vista, sembriamo in questi ultimi mesi molto vicini al punto di rottura. Se il sistema ipernormalizzato in cui viviamo finora si è retto sul fatto di garantire a tutti un relativo benessere, cosa potrebbe accadere se non fosse in grado di farlo più? E quali sarebbero le soluzioni proposte?
Per ora il rischio di una svolta autoritaria tecnologica pare l’unica reale. Una sorta di “broligarchia”, come l’hanno soprannominata in USA, in grado di controllare attraverso i social media e i media tradizionali la narrazione. Ma funzionerà? In URSS in fondo siamo arrivati all’era putiniana partendo da queste premesse.
O prima o dopo anche la propaganda più capillare deve fare i conti con la realtà, perché l’ipernormalizzazione in fondo può funzionare fino ad un certo punto e poi basta?
È triste dire che purtroppo lo scopriremo solo vivendo.
Ci vedo tanta amara realtà in questo articolo.
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