Tutta la stanchezza del mondo

Probabilmente chi mi segue sui social se ne sarà accorto. Posto meno. Con svogliatezza.

Per chi mi conosce dai tempi del blog sa che io in rete sono sempre stata un carro armato. Un post al giorno, spesso anche di più. Scrivere per me è sempre stata una esigenza quasi fisica, e comunicare ancora di più. Sono appassionata delle cose che spiego, e mi piace parlarne ovunque. Sono come la gramigna. Dove c’era uno spazio libero, l’ho sempre colonizzato.

Per vent’anni, quasi, sono stata presente ogni giorno, qui altrove. E parallelamente ho scritto libri, li ho presentati in giro, partecipato a festival, corsi, presentazioni, incontri di ogni tipo. Ho fatto dirette, e video e documentari.

E adesso, invece, da qualche mese, no. Non nel senso che non continuo a scrivere, ma che non scrivo più con l’entusiasmo di un tempo. Come se qualcosa dentro si fosse spezzato.

Io non so se capisco più il mondo che mi sta attorno. Ogni mattina apro gli occhi, scorro le notizie, e mi sembra di vivere in un incubo o in un romanzo distopico di quelli brutti e angoscianti. E io, che leggo di tutto, le distopie non le ho rette mai.

È tutto un magma che sento dentro, e che non saprei nemmeno spiegare. Insoddisfazione, senso di inutilità. Come se il mondo in cui ho sempre abitato e di cui mi sono sempre sentita cittadina, fosse scomparso all’improvviso, sostituito da una cosa che non so riconoscere, e nemmeno decifrare.

Forse è vecchiaia, anche. Può essere. Quante volte, quando vedo qualche anziana gloria intervenire nei dibattiti dicendo scemenze epocali, mi è capitato di pensare: «Ma non ce l’ha un amico che gli dica che il suo tempo è passato, e sarebbe meglio tacere?» Ecco, ora mi sento che la vecchia gloria potrei essere io, e non ho nemmeno un amico che mi fermi.

Sono stanca. Più che stanca. Disillusa. Impotente. Immobilizzata. L’impressione è di essere la rana nella proverbiale pentola messa sul fuoco, e sento che l’acqua si sta scaldando attorno a me, ma non so come uscire e boccheggio cercando la superficie. Ben conscia che arrivarci non mi salverà la vita.

Tutte le cose in cui credevo, il mondo in cui sono cresciuta, che non era perfetto, no, ma era familiare, stanno andando in frantumi. E non sono stati i “barbari” ad abbatterli, o le invasioni degli stranieri, come temevano e gridavano alcuni: siano stati noi. Perché da sempre l’arma più devastante in mano all’uomo è stata la sua stupidità.

Poche volte nella mia vita mi è capitato di comprendere così bene come si dovessero sentire coloro che vissero il crollo dell’impero romano d’Occidente. Mi sento esattamente come loro. Basita, e allo stesso tempo colpevole.

Vorrei avere almeno la grazia di un Rutilio Namanziano, ma anche questo ci è negato. Non sono eleganti poeti a cantare la nostra agonia. Ci siano solo noi, che non siamo mai stati granché.

E allora, perché ho scritto questo post? Non lo so, ve lo giuro. Forse nella speranza che qui sotto voi mi diciate che vi sentite come me, e io mi senta meno sola. Forse perché scrivere almeno mi dà l’idea di fare comunque qualcosa, anche se non serve a nulla. Forse perché non so fare altro che scrivere, e condividere i miei pensieri.

Fatto sta che se mi sentite meno, e mi leggete meno, è per questo. Perché non ho niente da dire, in realtà. Non ho chiavi di lettura da offrire a nessuno per tutto quello che ci sta capitando attorno. Le cerco, disperatamente, ma senza risultati.

Magari cambierà, magari avrò una folgorazione, magari troverò una nuova spinta. Ma alle volte bisogna anche essere il migliore amico di se stessi a capire che è meglio tacere per un po’.

10 Comments

  1. Eh sì, mi sento anche io così, proprio. La cosa che mi aiuta è fare il nostro mestiere, con l’idea che un po’ proviamo a combatterla, la stupidità.

    Teniamoci su, ecco.

    Federico

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  2. Ti capisco perfettamente, a me sta capitando la stessa cosa. Mi sento disorientata, incredula. Tutte le certezze che avevo, quelle che ci hanno accompagnato da quand’eravamo bambini, ,si stanno sgretolando. Cerco di tenere il timone saldo al lavoro, con i miei studenti adulti, persone che arrivano da ogni parte del mondo e che hanno visto cose che voi umani…e che, nonostante tutto, arrivano a scuola e riescono a sorridere e a raccontarsi con leggerezza. Ecco, questo sto imparando: non arrendersi, mai. Prima o poi tornerà il sereno.

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  3. Stavo dicendo cose simili, in forma più frammentaria, due giorni fa in un incontro tra una mia classe di 4° liceo e un’analoga classe di Stoccolma. Quel che leggo qui, rimette in ordine e con fluidità qualcosa di ciò che ho detto – Rutilio Namaziano compreso, anche se nessuno sapeva chi fosse – e altro che ho trascurato di dire per l’amarezza che mi avvolgeva. Domani riprenderò il discorso con un’altra classe, a partire da queste riflessioni che citerò puntualmente.

    Rimane il fatto che continuerò a opporre individualmente ciò che sono e che penso contro questa barbarie dilagante – scrivendo poco, come di solito – e parlando molto con l’esempio. Contrariamente al poeta rassegnato nel “Langueur” di Verlaine, mi sento come nell’ultimo radiomessaggio della divisone ‘Ariete’ «… con ciò Ariete accerchiata / carri Ariete combattono».

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  4. Non è tanto la stanchezza quanto la vanitas vanitatum. Abbiamo passato la vita a parlare di pace e gli stessi che si sono riempiti la bocca di pacifismo, e hanno scritto libri e hanno fatto lezioni, ora dicono di esser pronti ad andare in guerra. Forse perché sono ultrasettantenni e quindi sanno che a partire sarebbero gli altri, quelli che stanno armando. Et omnia vanitas: a che serve scrivere e parlare?

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  5. ti ringrazio per l’accuratezza che sempre dimostri e la grazia.

    in questo momento storico è necessario essere presenti a se stessi … la situazione non è bella … Machiavelli insegna … corsi e ricorsi … e ora siamo nel mezzo della corrente …

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  6. condivido , condivido fino alle virgole, mi rinchiudo in un privato futile che non mi è mai appartenuto, coltivando pensieri di improbabili allontanamenti come se ci fosse un luogo protetto. Temo gli scenari internazionali ma ancor più la rozzezza che domina il linguaggio e le relazioni.

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  7. Avrei potuto/voluto/dovuto scriverlo io, questo pezzo.
    Praticamente parola per parola.

    Nel mio piccolo, conservo solo l’umile speranza che il senso di impotenza desolata e definitiva che mi pervade sia DAVVERO frutto di un’esperienza di vita maturata in contesti molto diversi e oramai molto lontani (dire “frutto della vecchiaia pareva brutto, ma il senso è un po’ quello).

    “Speranza” perché, se davvero fosse così, vorrebbe dire che attorno esistono – o almeno potrebbero esistere – persone più giovani dotate di strumenti tali da permettergli di affrontare positivamente questa realtà di decadenza.

    La storia ci racconta cicli di sofferenza e rinascita. Quando quest’ultima si ripresenta, è più o meno sempre grazie a qualcuno che è riuscito ad influenzare il mondo con punti di vista nuovi e creativi, anzi, generativi.
    Questo posso crederlo, sicuramente lo spero.

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