Favola atea

C’era un volta, tanto e tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un re che voleva imporre una nuova tassa ai suoi sudditi.

«Maestà – fece notare il ciambellano – abbiamo già tassato tutto il tassabile. E i sudditi mormorano. Se ce ne inventiamo un’altra, dovremo anche trovare una buona giustificazione per riscuoterla, perché altrimenti ci rispondono con una pernacchia!»

Il re, colpito dall’osservazione, si rivolse al suo padre confessore per avere conforto.

«Maestà – gli disse il prelato, che era prete e soprattutto teologo – tassate l’anima, non potranno dirvi di no. Se qualcuno si rifiuta di ammettere che esista, sarà come ammettere che è eretico, e lo mandiamo piamente al rogo.»

Detto fatto, il re impose la tassa di uno zecchino sull’anima di ogni suddito. Si aprirono dotti dibattiti. I più pagarono, per non avere rogne. I pavidi pagarono, per timore del rogo. La maggioranza pagò, per non essere diversa dagli altri. Gli intellettuali atei pagarono, perché erano fedeli alla tradizione, al regno ed alla Chiesa. I filosofi pagarono, e dissero che era giusto pagare, perché se l’anima esisteva era cosa dovuta, e se non esisteva era comunque meglio non rischiare nell’aldilà guai con il fisco.

Solo un contadino si rifiutò di pagare.

«Io l’anima non ce l’ho. Non l’ho mai vista.» disse.

«E che vuol dire – replicò il padre confessore che aveva inventato la tassa – anche l’aria non la vedi, e c’è.»

«E che vuol dire? L’aria la respiro, e se non c’è, muoio. L’anima non l’ho mai respirata, e non c’è prova che uno muoia perché non ce l’ha più.»

«Come non c’è prova, brutto miscredente! L’anima è non è forse quella facoltà che hai tu di pensare che hai e che quando se ne va non pensi più? Tu hai mai visto un morto che ragiona?»

«Se è per questo, ho visto anche pochi vivi che lo fanno. Ma in ogni caso, non ho mai visto nemmeno un’anima ragionare per aria, distaccata dal corpo. E allora come faccio a sapere che esiste come cosa indipendente, e che può essere tassata a parte?»

«Villano ateo! Ma l’anima è ciò che ti dà la vita, è lo spirito che anima il tuo corpo, un soffio.»

«E allora l’anima, giacché sono vive, ce l’hanno anche le zucchine e le patate. Perché devo pagare io e non i cocuzzielli?»

«Perché altrimenti ti metto al rogo, schifoso eretico che non sei altro.»

«E allora non la chiamiamo tassa, chiamiamola ricatto, e lasciamo stare l’anima e la filosofia.»

Le morali della favola sono tante: la prima, che alcuni cominciano a fare i filosofi per risparmiare uno zecchino. La seconda, che il potere si allea con la filosofia quando deve battere cassa. La terza, che è inutile cercare di discutere razionalmente con i teologi. La quarta, è che i roghi sono sempre dietro l’angolo, ed è saggio tenere sempre uno zecchino da parte, per i periodi bui.