L’economia del garage. Ovvero, il Nordest non è più terra dei capannoni, ora ci si arrangia fra camera e cucina.

Sono un’originale. Più passa il tempo, più me ne rendo conto. Io, per esempio, il garage lo uso per tenerci la macchina. Lo apro alla mattina, la tiro fuori, chiudo il portellone; lo riapro alla sera, e la metto a nanna. Dentro tengo giusto due scaffaletti, in cui ho confinato qualche centinaio di libri che non consulto spesso, ma di cui non mi so disfare, rigorosamente imballati nel cellofan, che non prendano la muffa; e qualche sacco contenente vecchie carabattole, di cui prima o dopo debbo riuscire a liberarmi, ma intanto stanno lì, senza dare fastidio a nessuno. A penzoloni dal soffitto sta Ludovico, il ragno, che nel mio garage vive da anni indisturbato. Ho il terrore degli aracnidi, e questa è la sua salvezza: non ho il coraggio di toccarlo, nemmeno con la scopa. Quindi sta lì, mi guarda quando entro e io guardo lui. Spero sempre che, a furia di penzolare sopra al tubo di scappamento, un giorno ci resti secco intossicato; ma ho scoperto che gli aracnidi, oltre che schifosi, devono essere immuni dall’avvelenamento dei gas di scarico: quando noi creperemo per i miasmi della benzina, loro staranno a penzoloni sul nostro capo, ridendo beatamente della nostra agonia.

Le mie frequentazioni garagesche, dunque, si limitano a pochi minuti due volte al giorno. Ma da quel che vedo intorno sono l’unica a passarci così poco tempo: nel mio condominio e nelle villette vicine, c’è gente che nei garage passa la maggior parte della sua vita.

Le macchine sono rigorosamente fuori, alcune addirittura coperte da teloni, e posteggiate negli spazi condominiali (o in quelli dove non potrebbero stare), perché i garage sono ingombri di qualsiasi altra cosa. Tavoli, sedie, divani, letti, sdraio, congelatori, biciclette, motorini, pattini, sci, contenitori della birra, botti di vino, barattoli di passata o sottaceti, cartoni di latte a lunga conservazione. Sono equipaggiati come le cambuse dei galeoni in partenza per le Americhe, o come rifugi antiatomici nell’imminenza di uno scontro nucleare. I proprietari scendono nelle ore più inusitate a controllarli: alle sei di mattina, quando io mezza assonnata ciabatto fino alla porta del mio per andare a scuola, il garage accanto brilla di luce come il castello per il ballo di Cenerentola. Il proprietario è già dentro che smanaccia qualcosa.

I garage, infatti, fervono d’opere. Quando i portelloni si spalancano, escono fuori tavoli da falegname attrezzatissimi, frese, trapani, bulloni, chiavi inglesi di ogni foggia, bidoni di vernici e spruzzatori professionali. C’è chi costruisce mobili, chi ripara sedie; chi trucca motorini, aggiusta biciclette, rattoppa e restaura divani, assembla Dio sa cosa Dio sa come. Per sé e per altri, naturalmente. Chi ha le mani d’oro, a Nordest, nel tempo libero dalla fabbrica o dall’impiego ufficiale, non si riposa: arrotonda. Il barista decora e trucca motorini; l’operaio, quando non è di turno, fa il muratore o l’imbianchino; qualche volta si fa pagare in nero, qualche volta – di rado – è una forma di scambio di favore: oggi aiuto io a tirare su un muro da te, domani tu mi ripari la macchina, e tutti e due ce la caviamo spendendo una trentina di euri invece che duecento. Del resto, si sa che per aprire un’attività ufficiale ci vogliono i permessi, le infrastrutture, il luogo adatto. E poi – che caspita!- le tasse ti divorano, lo Stato ti rovina, lavori per pagare lo stipendio a “quelli di Roma”, ma se pol?

Una parte della ricchezza prodotta nell’opulento Nordest è fatta così, da gente non professionista che mette su un’attività parallela e nascosta dentro casa o poco discosta da essa, facendo pagare pochi euro beni e servizi che nei canali ufficiali costerebbero venti volte di più, e non hanno naturalmente l’impiccio delle ricevute e della burocrazia. Sono contenti tutti di questo sommerso: chi fa il lavoro, così rimpingua e rimpannuccia uno stipendio misero, ma conserva anche il posto fisso ufficiale, senza rischiare del tutto a mettere su un’impresa sua; e i clienti, che, con i prezzi di mercato, non si potrebbero permettere la riparazione della macchina, o ancor meglio lo scaffale su misura per la taverna, il salottino finto settecento ereditato da nonna con la solenne promessa di restaurarlo ed esibirlo nella villetta nuova, la ridipintura in azzurro marmorizzato con stencil blu per la camera del pupetto. Chi storce il naso per la sicurezza che non è garantita in nessuna fase e minaccia di chiamare i vigili è un rompicoglioni: e poi, chi è che chiama i vigili, sapendo che domani un aiutino prezzo scontato potrebbe servire anche a lui?

Anni fa ci si è stupiti del Nordest che produceva di tutto, nella sterminata distesa dei suoi piccoli capannoni, e delle sue microimprese familiari, in cui lavoravano quindici ore al giorno tre generazioni, dal nonno al nipote, e gli operai assunti erano tutti cugini dei proprietari, fino al terzo grado. Ora la crisi economica ha colpito duro anche qui: avere il capannone è già il lusso che si può permettere chi ha fatto i soldi negli anni passati. Per gli altri c’è il silenzio. E il garage.

12 Comments

  1. Mi stavo chiedendo come la racconterebbero Ludovico e i suoi parenti ed amici. Nel frattempo ti ringrazio per l’ospitalità che gli hai dato ma puoi dire ad Anselmo di tornare a casa prima che combini altri guai. Lui è così, giocherellone.

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  2. bel post, come il tuo solito. però non sono molto d’accordo sui contenuti. è vero che i garage del nordest servono a tutto escluso per metterci l’auto, anche il mio è così, e anche il mio pullula di trapani, penneli, pezzi di legno e vernici e la macchina ovvio che non ci stia 🙂 stessa cosa quelli dei vicini. però non sarei così pessimista e critico nei confronti del nord-est, non penso che tutti stiano in garage a “lavorare in nero”, molti lo fanno perchè lo amano farlo, perchè così insegna la tradizione e, in effetti, quel senso di ordine apparente (e sottolineo apparente) che si vede nei nostri luoghi lo si deve anche a questo, al desiderio di mettere a posto, di tenere pulito e ordinato casa propria. certe volte penso che se i campani fossero dotati anche solamente di metà di questo desiderio ora non saremmo lì a sputtanar soldi per obbligarli ad aprire discariche e inceneritori.

    per ultimo, ma non meno importante, siamo artigiani noi veneti e quindi c’è poco da fare… quello sappiamo fare e sarebbe meglio tenerselo stretto, smetterla di pigliarsela coi rom e pigliarsela magari con gli imprenditori cinesi che schiavizzano i proprio concittadini, qui, in italia, mica in cina e noi, occupati col “dagli al rom” non vediamo (anche perchè tengono le tapparelle abbassate), si veda una delle ultime puntate di report, “disoccupati del lusso”: http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report%5E23%5E85910,00.html

    rm

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  3. @->LineadiSenso: Certo che non tutti lavorano in nero nel garage, ma che parecchi usino il garage come officina per lavoretti occasionali in nero è certo. Il fatto è che stanno tutti lì a criticare i Cinesi (sia quelli in Cina che in Italia) ma molti Veneti purosangue si comportano esattamente come i Cinesi: lavorano nello sgabuzzino di casa, senza rispetto delle norme di sicurezza minima (per sè e per gli altri). Comportamenti che, in parte, falsano poi il mercato del lavoro e l’economia nel suo complesso.

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  4. @->Fulmini: Pasquale, grazie tante! in realtà ero già stata inclusa da due altre persone e ho fatto il post qualche giorno fa. Ma mi fa tanto piacere, ovviamente! 😀

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  5. Qualsiasi argomento tu affronti, hai un modo di raccontare le cose, così agile, elegante, ironico, divertente, e al tempo stesso acuto, profondo, riflessivo, che leggerti è un vero piacere per la mente e per lo spirito. Brava! 🙂

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  6. “Comportamenti che, in parte, falsano poi il mercato del lavoro e l’economia nel suo complesso.”

    Uhm… si potrebbe altrettanto sensatamente sostenere che a “falsare” siano la burocrazia, la legislazione bizantina e la complessità anche dimensionale richiesta dal capitalismo e dallo Stato-Macchina (lo stato nazionale e burocratico di tipo europeo, insomma, che tutto controlla, tutto supervisiona, tutto sottopone a bollo, permesso e tassa… il che costa, obbligando gli attori economici – ma anche politici – ufficiali a superare una certa dimensione minima).
    In fondo l’impresa artigianale nell’angolo della stalla e “in nero” esiste da qualche millennio prima degli Stati nazionali con mercati del lavoro di dimensione nazionale e problemi macroeconomici.

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  7. quant’è vero.

    però un paio di volte anch’io mi sono “fabbricata” qualcosina da me in garage con gli strumenti del papà. e’ una soddisfazione vedere poi qualcosa di bello che hai fatto tu.
    non lo farei mai per altre persone, non ho così tanto tempo libero e quello che ho me lo tengo per me, per leggere, viaggiare o andare al mare.

    ma magari qualcuno dei tuoi vicini lo fa proprio per questo, perchè il lavoro in fabbrica magari non ti da la sensazione di “fare qualcosa”, è solo un lavoro ripetitivo, mentre costruire una libreria è tutta un’altra cosa, hai la soddisfazione di toccare con mano un oggetto che è il frutto delle tue fatiche, è un lavoro meno alienante. poi da lì ad arrotondare la paga e quindi essere imprenditori in nero è un attimo…

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  8. si a volte il garage non serve, nel mio piccolo sono anni che vado a avanti nel mio studiolo a dare ripetizioni di matematica fisica e informatica, oltre che a preparare materiale per i miei corsi serali.
    zero
    ps bel blog cmq

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