Questioni di filologia leghista

Avvertenza: questo post è una richiesta di chiarimenti su questioni puramente filologiche e ortografiche al neogovernatore del Veneto. Per i non Veneti probabilmente sarà una palla incomprensibile, saltate pure a piè pari.

 

Gentile Governatore Zaia,

da Veneta e da docente di materie letterarie che prossimamente si ritroverà, stando a quanto detto dal Suo partito in campagna elettorale, a dover insegnare ai suoi alunni il dialetto veneto, Le sarei oltremodo grata se potesse fornirmi qualche delucidazione sull’ortografia e la sintassi del Suo articolo apparso sulla Padania ieri. Abbia pazienza, non è questione di lana caprina: un domani io mi ritroverò a dover correggere e dar voti su testi che, al pari del suo, saranno scritti in “Veneto”, quindi non vorrei né dar l’impressione di remar contro le Sue direttive, né di essere una scansafatiche.

Ora, tanto per cominciare, vorrei capire esattamente quale sia o dovrebbe essere il mio standard di riferimento, sia ortografico che sintattico: perché vede, io sono Veneziana, e il Veneziano lo so parlare ed anche decentemente scrivere; ma già quando mi sposto a Mestre, ci sono delle variazioni; non parliamo poi se si va più in là, verso Mogliano Veneto, o Treviso, per tacer dell’agro padovano o di quello vicentino e veronese. Quindi, tanto per chiarire, il “Veneto” che dovrei insegnare, qual è? Perché a scorrere il suo articolo, ecco, ho qualche problema: per dire, a metterlo in confronto con i testi goldoniani, io già metà delle parole gliele segnerei come errore, tanto che, fosse un tema, il Suo, sarebbe arduo darle in ortografia la sufficienza; e anche la coniugazione dei verbi, come dire, mi lascia assai perplessa, in alcuni casi decisamente spiazzata. Posso farLe qualche esempio, sì? Bene, cominciamo.

Come Lei ben sa, in Veneto la elle non si pronuncia; o meglio, in Veneziano la si pronuncia, sì, ma come retropalatale, il che le conferisce un suono affatto diverso dalla elle italica, che invece è una liquida. Ma, seppur non pronunciata, nello scritto va messa. Se dà una rapida scorsa ai testi goldoniani, si accorgerà che è tutto un “No la varda?” “No la vede?” “La xe”. Lei, invece, caro Governatore, mi comincia fin dall’incipit con un “A xe na vitoria granda!” Segno errore? O forse devo lasciar correre perché nel Trevigiano e nel Padovano, in effetti, la retropalatale veneziana non viene proprio pronunciata e s’è pertanto persa?

Andemo vanti. ‘Sta elle per lei, caro Governatore, è però una specie di jolly: avevamo detto che non la si usa? Bene, non la usiamo, e quindi passiamo sopra sul “parò na roba a ga da esser ben ciara” (l.10) e anche sul seguente “el Popolo veneto ga dito che vol a libertà”(l.11-12). Però allora mi deve spiegare perché la elle maledetta ricompare improvvisamente alla riga 13, dove Lei mi scrive un “la vizilia”: essendo un articolo determinativo come nel caso di “a libertà” di poco sopra, perché qua si scrive diverso? E l’alternanza va avanti per tutto l’articolo, con elle che compaiono e scompaiono in allegra anarchia.

Ma non è mica il solo caso che mi perplime, caro Governatore. Prendiamo il “na”, per esempio: il “na” in veneziano, testimone Goldoni, in realtà è “una” (cfr. a caso:“A una donna de la mia sorte farghe sto boccon de affronto? Se fa più conto de una foresta che no xe de una zermana?”, C. Goldoni, I pettegolezzi delle donne, Atto I, scena 1) : trattasi quindi di elisione perché la u cade nella pronuncia, dunque andrebbe scritto “’na” con apostrofo iniziale. Segno errore anche qui? E il ga, ne vogliamo parlare? Goldoni scrive gh’ha, perché il verbo è aver, non gaver. Il gavemo da lei usato poche righe sotto, quindi, è un ghe avemo (equivalente all’italico “ci abbiamo”): Lasciamo così? Segniamo?

Sui verbi, poi, qualche bella rognetta c’è, sia di lessico che di coniugazione. Prendiamo il verbo venire, che veneziano è vegnìr: Lei, invece, me lo scrive vegner, con ortografia che risente della pronuncia trevigiana. Io quale devo tenere per buono, nel caso dovessi insegnarlo ai miei alunni? E il suo tegnar, che per me invece è tegnir (tenere)? C’ è poi questa bella frase: “Ne toca a noaltri, tuti asieme, de rincurar a volontà del popolo”. A parte che, per quella solita faccenda della elle, è la volontà, ma rincurar, di grazia, che vuol dire? In veneziano ho attestato un “rancurar” (raccogliere), ma rincurar, giuro, per me è ostrogoto. Parimenti oscuro mi è il “Fin a un co‘” che, immagino, voglia dire “fino ad adesso”. Abbia pazienza, Governatore, ma io in veneziano ho attestato ancùo (oggi), o, al massimo, la variante padovana anquò: ‘sta roba che scrive lei non la conosco: magari ha ragione, ma che è? Altre ambasce mi causa la frase: Penseo che sia un dogo farse dar el federalismo? No, e neanche capire che cosa voglia dire “dogo”, ad essere sinceri. Attestato è zogo, cioè gioco: forse dogo si dirà dalle parti sue a Conegliano, ma già passato il fossato che delimita i vostri campi non vi capiscono più, mi creda!

Tocchiamo poi la spinosa questione della j, che Lei usa, parrebbe, ad indicare la i semivocalica (come in Italiano jena). Difatti Lei scrive correttamente Vojo e fameja (anche se in veneziano sarebbe corretto scrivere famegia). Però poi, arrivato a desbroiar (sbrogliare) se la dimentica allegramente. Segno anche questo?

E per finire, i congiuntivi. Sono bastardi, i congiuntivi, anche in dialetto. Lei sembra tenacemente convinto che la desinenza della III persona singolare sia in -e: infatti scrive descante e sacrifiche. Purtroppo, a quanto mi consta, nel Veneto letterario è attestata in -a (che mi me descanta, che ti ti te descanti, che elo/lu el se descanta).

Insomma, caro Governatore, come vede non ne vado fuori: più leggo il suo articolo, e più sono presa dai dubbi, ortografici e non politici, sia ben chiaro. Perché vede, a me insegnare il dialetto ai miei futuri alunni non sarà poi ‘sto gran peso. Però ho paura che poi sarà Lei ad aver bisogno di qualcuno che faccia da interprete.

63 Comments

  1. Su tutto si può questionare, dato che il dialetto veneto cambia ogni cento metri, ma “fin a un co’” è da doppio segno rosso.

    (nel vicentino si dice “ancò”)

    E poi ‘sto boaro ha il coraggio di parlare di “lingua veneta”!

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  2. essendo la mia famiglia padovana da parte di padre ma soprattutto trevisana da parte di madre, avrei dei dubbi sull’usare il venexiano come koinè. In effetti tutti i trevisanismi dello Zaia mi hanno fatto sentire a casa.

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  3. A l’è prope ‘n bel post. Mi sun ‘d Türin, cui ‘d Cota. Cèrèa tota Galatea. Sa serv e pös feje la tradussiun.

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  4. Spocchiosa ma simpatica, dicesti tu stessa di te; qui le due cose trovano una sintesi sublime, e non vorrei essere il destinatario del tuo dardo (ma non preoccuparti: molto testo, poche figure e neanche una foto del Senatur, è praticamente impossibile che un leghista legga il tuo post).

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  5. Spassoso, e in tema “primo aprile”.

    Un paio di episodi sui miei anni di studio a Padova.
    Avevo sempre sospettato che noi Veronesi fossimo considerati dei Veneti diciamo “ibridi”, impuri. La cosa mi fu perfettamente chiara durante una discussione sui dialetti con un’amica veneziana. Con una nonchalance assassina troncò ogni discussione: “Va beh, ma voi a Verona dite le elle!”. Rimasi perplesso, a rimuginare: “mio Dio, è vero, è terribile, noi diciamo le elle!”. Quale miglior segnale della nostra “diversità”?
    Negli stessi anni, ascoltavamo una radio padovana (radio Sherwood? Non ricordo) che si vantava di fare trasmissioni in dialetto su tutto lo scibile umano (la Lega all’epoca muoveva i primi passi). Noi ce la spassavamo a sentire quanto fosse faticoso, stentato, innaturale e illogico parlare in dialetto di alcuni argomenti. E quando Zaia si vanta non solo di parlare, ma di pensare in dialetto, mi tornano in mente quelle trasmissioni.
    Che spieghino qualcosa?

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  6. Non che me dispiasi poi tanto, ma mi no rivo proprio a vedere el sito de la Padania.
    Che sia che dal’ Austria (felix) no xe pol vedere le monade che i scrivi? O che chi dopra Ubuntu come mi vien escluso automaticamente perchè nisun leghista sa cossa che xe?
    Mi son / iero de Trieste.

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  7. io son veronese, e penso con divertito raccapriccio a cosa potrebbe succedere se qualcuno tentasse di insegnare una “lingua veneta normalizzata” dalle mie parti.
    per dire: in veronese letterario scritto (vedi barbarani et alii) non esiste l’uso della x; venire si dice vègnar; oggi si dice ancò; la elle si pronuncia; etc.
    e sto parlando solo del dialetto urbano.
    se, per fare un esempio, si va nel basso veronese, il verbo italiano vedere si dice (e scrive) vèdare, mentre a verona si dice (e scrive) védar.
    per non parlare delle parti della provincia che confinan con lombardia o trentino.

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  8. Meraviglioso. I miei omaggi. I leghisti si vantano di essere i numi tutelari di una tradizione che conoscono per sommi capi. Sono solo retorica e niente contenuti, e delle loro terre d’origine non hanno alcun rispetto (io sono lombardo).

    Meraviglioso davvero…

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  9. Secondo me scoppierebbe una rivolta. In certi ambienti parlare in italiano è (difficile ma) tollerabile, se non altro perché è un’imposizione ormai subita da decenni. Ma parlare/scrivere nel dialetto della valle vicina? Piuttosto la morte. 😉

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  10. se capisi anche qua, el tuo post…
    anche noi gavemo i stesi problemi: triestini, bisiachi, furlani, sloveni, e, tanto per no farse mancar niente, anca qualche gnoco.

    però sa cos’che me fa rabiar dei leghisti triestini? che i xè tuti contenti co’ i fa qualche film da ‘ste parti, solo che dopo, co’ te vardi el film, i lo parla… in venezian!

    baseti.

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  11. Ribadisco (vedi post precedente). Non esiste una lingua veneta scritta. Lo dimostra il fatto che un popolano, detenuto ai Piombi, si rivolgesse ai suoi familiari, in una missiva , in una sorta d’italiano; spurio, ma pur sempre italiano. Marco Polo usò la lingua d’oil. Quello del Goldoni (e del Ruzante e d’altri) è un veneto artificiale, utilizzato più per rappresentare che per normalizzare una lingua la cui fonetica è talmente variabile di zona in zona, di comune in comune, da risultare d’impossibile trascrivibilità.

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  12. che poi io come vicentino confinante col trentino e non distante dal veronese non capisco più niente. Non riesco nemmeno a ricordarmi se uso la elle oppure no, perché mi sa che dalle mie parti qualcuno la usa e qualcuno ne fa a meno.
    Mi unisco a francesco e dico “tuti in pie a batere le man” col dubbio sulla pronuncia della parola “pie”.

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  13. Io avrei un’idea, perchè non usare il padano del 400 come ha fatto Dario Fo nel suo Mistero Buffo oppure visto che parlo di Fo magari la cosa non passa? Troppo di sinistra come tutti i premi Nobel. 😉
    C’è comunque la possibilità di usare il Gramlò che almeno non si capisce, ma che senz’altro suona bene.
    Chissà se il Governatore risponde in ostrogoto

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  14. Ma come cazzo parla sto Zaia?! Mah. Non esiste “il” veneto, in effetti, meno ancora quello di Zaia, ma tante varianti quanti sono i campanili veneti. Questa gente è tanto ridicola quanto pericolosa.

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  15. cara Galatea, chi ha scritto:
    “In ogni caso, vincerà il Nulla”?

    questi, come vedi saranno delle nullità, ma hanno fatto il pieno e ora ne paghiamo le conseguenze (la questione del dialetto è folclore ma serve a creare il clima).
    mi ero permessa darti un consiglio di lettura l’altro giorno …

    anche se scrivi su uno spazio piccolo come un blog, le tue parole influenzano comunque. tanti piccoli blog, tante piccole cose, alla fine creano un clima ….

    dobbiamo cominciare (almeno cominciare) a prenderli sul serio questi qui. non è più tempo di ironie e sarcasmo.

    CIAO

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  16. Io sono veneta e parlo una delle quattro derivazioni dal ladino,minoranza linguistica dolomitica.Nelle scuole elementari insegnano da anni cultura locale che comprende l’insegnamento della lingua,per non farla morire,perchè non si mescoli al dialetto veneto. Come la mettiamo?

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  17. @ Juhan:
    a diferenssa del veneto, ‘l piemonteis a l’ha da motobin d’temp soa grafìa ufissial e soa gramàtica arconssua; l’una e l’auta ch’a s’podrio mostré a scòla, anche adatàndje a tute le variant c’a s’parlo an Piemont. E an efet a l’è fin da j’inissi del Setsent c’a s’pubblico dissionari e gramàtiche piemonteise.
    E donca i fasso d’cò mi el professor, parej d’madamin Galatea.
    Ti t’las escrit: “A l’è prope ‘n bel post. Mi sun ‘d Türin, cui ‘d Cota. Cèrèa tota Galatea. Sa serv e pös feje la tradussiun.” Selon la grafìa piemonteisa, ventria scrivi: ” A l’é propi ‘n bel pòst. Mi son d’Turin, coi d’Cota. Cerea tòta Galatea. S’a serv a poeuss feje la tradussion”.
    T’ciam escusa d’cò mi si l’hai nen scrit certe vocaj con soe dieresi, ma l’hai nen trovaje s’la tastera.
    Cerea!

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  18. Alice, te ghe razon (o rason?). Non è facile, ma bisogna prenderli sul serio, questi qui, altrimenti fra 20 anni saremo ancora qui a ridere di loro (mentre governano male).

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  19. cara Omniaficta (perbacco!),
    la questione NON verte solo sul fatto ke governino bene o male (è un problema antico); il punto è un altro: che governano LORO. Spero di spiegarmi meglio: al posto di LEGA, scrivi NAZI, e apparirà evidente ke non è mera questione di governace (x dirla moderna in [i]nglis celtico).
    altro punto mai abbastanza insistito: il fascismo e il nazismo, così come il comunismo, non torneranno mai più come maschera tragica di un tempo. Il bonapartismo di Luigi Bonaparte fu altra cosa dal “cesarismo” di napoleone. ecc.
    quello che finalmente dovremmo capire un po’ tutti, è ke pur essedndo necessario battere B., la sua sconfitta non redime la situazione. il berlusconismo e il leghismo è dentro le istituzioni finanziarie, per esempio, e queste comandano molto di pù di un minzolini o di un riotta (uomini di paglia). spero di essermi chiarita.
    mi aspettavo mezza riga di risposta da parte di G., ma forse oggi non ha avuto tempo x la corrispondenza.

    CIAO a TUTTE

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  20. Ecco ciao a tutte.
    Intanto, il migliore di oggi è decisamente ugolino. E’ per caso Lei amigco del sig. Train?

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  21. E invece l’ho letto, e sono rimasto incantato. A questo punto vorrei un chiarimento, ma non ortografico perché ovviamente non è pane. Diciamo che si tratta di un chiarimento lessicale o forse meglio fraseologico: si può dire a una donna ma va’ in mona?

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  22. p.s.
    chiedo perché il corrispettivo genovese, che Lei conosce bene, non si può usare per una donna, almeno nella maggioranza dei casi.

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  23. Non sarei onesto però se non riconoscessi che dal punto di vista dello specialista il suo post vale quanto il commento del conte Giacomo ai primi dieci canti dello stesso.

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  24. Volendo, si potrebbe riunire un gruppo di linguisti e filologi (e magari alcuni probiviri della lega per non far svicolare troppo quei maledetti intellettuali) per farlo normalizzare, il veneto, e poi richiedere alla UE una bella posizione di lingua minoritaria come il sardu o il furlan.
    Una decisione politica facile facile: prima cosa fare un disegnino da consegnare a Zaia così (forse) riesce a capire che cos’è una lingua normalizzata e poi seguire l’onda.

    A pensarci bene, la lega questa cosa della normalizzazione doveva farla una ventina d’anni fa, in vista del federalismo duro e puro avrebbe potuto servire…. Anzi!, no, no!, a pensarci bene proprio no: la UE avrebbe crudelmente inserito il veneto nel gruppo delle lingue romanze (come l’italiano di Roma, mioddio!) e non nel gruppo celtico assieme al brezhoneg e al gàidhlig, che quelle si che sono lingue vere.

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  25. @Donato: (Spero di aver capito tutto, perché il mio Piemontese è in po’ arrugginito) in realtà esistono fin dal ‘700 codificazioni (grammatiche e vocabolari) anche del Veneziano. Ma, appunto, solo del Veneziano, non del “Veneto”. Il Veneziano ha una sua grafia abbastanza fissata, ormai, e una sua grammatica codificata, nonché un corpus letterario di riferimento da cui trarre esempi e regole. Il “Veneto” appunto no perché non esiste.

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  26. @Salazar: al di là della presa per i fondelli, Zaia e Tosi sono i più svegli nella Lega, e ‘ste scemenze le fanno proprio solo per pura propaganda (Fermo restando che una “edizione in veneto” altrettanto ridicolo fu la prima uscita del nuovo formato del Gazzettino, qualche mese fa, quindi non sono solo i Leghisti che fanno queste cretinate). Il comitato dei saggi fu proposto e non so se istituito qualche anno fa: si arresero, per manifesta impossibilità di trovare una trascrizione fonetica che coprisse tutta la varietà dei dialetti veneti. Il “Veneto”, comunque, nemmeno quello antico, avrebbe ami potuto far parte del sottogruppo delle lingue celtiche, al massimo dei dialetti illirici. Ma non ditelo ai Leghisti, che se scoprono che, in origine, eravamo linguisticamente vicini agli Albanesi si incavolano come bestie, mi sa.

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  27. Da trevisano, come il sior doge, mi sento di intervenire: rincurar è effettivamente un verbo usato dalle nostre parti e vuol dire prendersi cura. dogo l’ho letto qui per la prima volta, ma mi pare strano che voglia dire gioco, dalle mie parti ho sempre sentito zogo o al massimo zugo. ma io vengo dalla bassa trevisana di sinistra Piave, e risento di influenze veneziane, beumate, di destra piave e friulane (ma è poi veramente friulano il dialetto di Pordenone? E in Friuli come faranno?), quindi probabilmente non parlo la stessa lingua del caro leader che ha la casa a 30 km dalla mia.
    Di più: studio all’università di Trento, e a quanto mi consta il trentino è un dialetto veneto, ma vi giuro che ho fatto molta fatica ad ambientarmi i primi mesi. Tenete conto poi che i miei coinquilini sono dalla Val di Fiemme e parlano una lingua incomprensibile per i non iniziati, eppure è veneto anche quello!
    Ma in un prossimo futuro, quando il Veneto e la provincia autonoma di Trento dovranno trascrivere i loro dialetti per i programmi scolastici, si preoccuperanno di fare le cose con un minimo di coordinazione (ovviamente no, è già tanto che non ci si faccia guerra)?

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  28. E no, invece, lo sappiamo benissimo che non siete gallo-celti. Ma vi teniamo lo stesso perché al momento siete forti, e fate la parte che ci rifiutiamo ostinatamente di fare noi liguri. Ma intanto le sue scudisciate sono utili, sig.na, perché prima o poi faremo il contrario di quanto succedeva nel ‘600, e invece di permettere ai confini della serenissima di arrivare all’Adda, estenderemo quelli della Padania fino al Piave. Di qua, se veneti, sciavi; di là, con i dalmati e gli illirici, giusto. E ben vi sta. Vedremo con chi se la prenderà poi, quando non troveranno la corretta trascrizione del venedico e dovrete litigare con ladini e sloveni. Beh, cazzi vostri…

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  29. @ Luciana
    Anche mi dovro Ubuntu! për ur a je nen la versiun piemuntèisa ma se Cota an finansa na frisa (basteriio poche bulun) chisà? Ah no a l’è ‘d Nuara, cum a dis Fanky. Salüt Padan (ur a ven ubligatore dì parei)

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  30. Gentilissima Galatea…
    io sono sardo e il veneto non lo capisco. Ma a quanto si direbbe anche voi avete lo stesso problema di certa classe dirigente “provinciale e bigotta” che pensa di risolvere i problemi facendo ricorso alle origini etniche. In Sardegna alla domanda da me posta ad una indipendentista sardista in merito allo studio della lingua sarda, su quale sarebbe dovuta essere la lingua unitaria di tutti i sardi, mi è stato risposto tutte le lingue sarde. Noi siamo quattro gatti che dovrebbero studiare 1000 dialetti differenti, quando poi non siamo neppure capaci di parlare la lingua standard (l’inglese)con cui comunicare al resto del mondo…

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  31. @ Galatea: grazie per la precisazione. In realtà anche da noi il pur precoce Piemontese “unificato” tratto in gran parte dal dialetto torinese, è rimasto in gran parte una sorta di Esperanto letterario ed elitario, ben conosciuto in tutta la regione ma, appena persa di vista Superga, mai stato in grado di sostituirsi alle koiné locali; spesso, a loro volta, altrettanto illustri e altrettanto dotate di glossari, di grammatiche e di tradizioni letterarie.
    Diciamo però che lo studio della grafia unitaria già adottata qui da noi nel corso del Settecento consentirebbe di usare con maggior disinvoltura e comprensibilità anche le diverse varianti sub-regionali. Rimane il fatto che qui da noi un Presidente di Regione potrebbe scrivere un proclama come quello di Zaia in “lenga piemontèisa” senza timore di essere ( giustamente) sbertucciato.

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  32. Che il sig. Zaia ci abbia azzeccato lo dimostra il fatto che siate riusciti a scrivere questo mare di cazzate su di una cazzata. A cominciare, naturalmente, dal post ben compitato. La si.na è sempre al caviale, anche quando scrive di rumenta, per quanto possa sembrare… mi dica, sig. Train: un iperbato, un itifallico, una sineddoche, un apache legomeno, una sinizesi, una dipodia, un polisindeto, una proboscide*, una metalessi, una apofonia?

    *Il termine proboscide è qui inserito esclusivamente per suscitare nel sig. Train invidie e rimpianti.

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  33. @red.cac: Per rispetto delle nuove direttive Leghiste, i suoi commenti in calce a questo post saranno accettati solo se scritti in genovese. 🙂

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  34. ma ascolti un attimo..le risulta inconcepibile fregarsene delle valutazioni?? l’ importante secondo me è non far morire il dialetto no?? mi pare che fin da quando l’ uomo parla le lingue si sono mischiate quindi anche se uno parla metà veneziano e metà padovano chi se ne frega!! l’ importante ze capirse!!!

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  35. Ma se ne freghi delle valutazioni na volta tanto!! 1 ora di dialetto sarà sicuramente più interessante e divertente di 10 ore di divina commedia!! l’ importante è che il dialetto non muoia…poi se uno parla metà veneziano e metà padovano cosa centra!! resta sempre veneto…mi pare che le lingue si sono sempre mischiate tra di loro no?? lasci perdere le valutazioni e si diverta a parlare in dialetto con i suoi studenti!!! 😉

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  36. @El Biondo: Ma si figuri, mio caro Biondo, sarò felicissima di insegnare ai miei studenti il dialetto, come ho già spiegato: io lo adoro, e non voglio assolutamente che vada perduto, per questo lo parlo e lo studio da anni. Già mi immagino per, quanto divertenti saranno, per loro, le ore che spenderemo ad analizzare il Ruzante,o i compiti di ortografia e di grammatica goldoniana.
    Vede, mio caro, forse le sfugge che il dialetto, quando diventerà materia di studio, sarà uguale uguale alle ore di italiano di adesso: quindi grammatica, letteratura, ortografia, sintassi, verbi irregolari… parlare in dialetto con i miei studenti non è un problema, perché, fuori da scuola, lo faccio già, come tutti in Veneto. E’ che quegli stessi studenti, esattamente come lei (e temo come il governatore Zaia) se poi si trovassero a dover scrivere un tema in dialetto, non raggiungerebbero la sufficienza, perché non lo sanno scrivere e non sanno neppure, per altro, ormai usare dei termini che non siano dei calchi dall’italiano. Le assicuro che gli studenti troveranno un supplizio doversi leggere Goldoni esattamente come Lei ora trova un supplizio leggere Dante. Il quale, peraltro, fu il primo a studiare i dialetti, fra cui il veneziano, nel suo De vulgari eloquentia, ed indentificare per esempio alcune regole grammaticali dello stesso, quindi sarebbe comunque parte del programma da imparara. Pensi un po’ che sfiga… 🙂

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  37. @ Donato
    Grassie ma, permetti che continuo in ‘tagliano che almeno ci capiscono co gli altri?
    Alora: tanto per cominciare i caratteri che non si vedono sulla tastiera si trovano in “tabella Caratteri”; poi se uno ci viene l’ispirassione e usa Linux (io uso Ubuntu) i caratteri ci sono eccome, tutti lì belle che pronti che a basta, per esempio per l’umlaut (che credo sia la dieresi) battere “.” tenendo sgaccati i tasti “Alr Gr” e “Maiusc”. Se invece, per dire, uno sgacca “ù” tenendo giù “Alt Gr” ci viene l’accento grave, questo qui “`” che noi geek chiamiamo back-tick (bekktik) perché anticamente aveva un senso per la/lo shell: eseguiva il comando successivo con priorità maggiore, adesso POSIX raccomanda $(), ma forse sto divagando e chi che a fosse interessato si può leggere una delle tante guide alle/agli shells di Unix/Linux che si trovano aggratis sul web, basta googlarle per.
    Ma venendo alla grammatica io devo fare una piccola confessione (confezione?): io ho fatto le squole tecniche e ho delle carenze linguistiche mica da ridere! E poi il ‘puter quando che ho cominciato a dovrarlo a parlava solo mericano e io solo il piemontese dei contadini della zona di Carmagnola.
    Ma se il Cota facesse dei corsi in piemontese e fossero a gratis o almeno a buon patto io sarei il primo a scrivermi perché a parlare bene una lingua può sempre servire. Io in Germania, Olanda e Finlandia mi sono sentito proprio sperso che non ci capivo niente e avevo sempre damanca di qualcuno che mi dicesse cosa che c’era. E, indovina, me lo dicevano sempre in inglese e certe volte anche in francese.
    Se il Cota (pota!) facesse questi corsi e tu fossi l’insegnante fammelo sapere che ti seguo.

    Tota Galatea porta passiensa p’r ‘l cument ‘n po’ lung. Cèrèa a tui.

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  38. scrive’ in dialetto (bene o male o cosiccosì) è ‘na frociata pe’ chi c’ha un sacco de tempo da perde’ e la zucca vôta. dixi.

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  39. I giornali locali spagnoli, al di fuori della Castiglia, sono normalmente scritti in castigliano (lingua che, del resto, è quella correntemente parlata dall’uomo della strada, persino in Catalogna). Alcuni, tuttavia, hanno una o più pagine scritte nella lingua locale (andaluso, galiziano ecc.). E non parliamo dei Paesi Baschi, dove si fa finta che la lingua normalmente parlata sia l’euskera, anche se, ovviamente, non è vero.
    Assodato che le grandi lingue europee, fra cui l’italiano, sono il frutto di operazioni di vertice, diffuse poi, più o meno forzosamente, attraverso la scuola e i media, e assodato che la tendenza è quella verso il villaggio globale, dove si parla/parlerà un’unica lingua, le resistenze diffuse ovunque, con i vari tentativi di far sopravvivere gli idiomi locali sono, come sappiamo, destinate al fallimento. A seconda che i “conservatori” abbiano, nei vari paesi, storicamente occupato posizioni di destra o di sinistra, vengono compatiti o esaltati dai rispettivi schieramenti. Il problema è che, a livello locale, coloro che sono perdenti sul lungo termine possono essere vincenti nel breve: ossia, vincere le elezioni. Forse è il caso di prenderne atto, e cercare di vincere le prossime: ciò, però, non avverrà dimostrando che i conservatori dell’idioma locale sono ignoranti. Vale sia per i leghisti che per i catalani, che per tutti gli altri.

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  40. Sig.na, non pensa che al sig. biondo andrebbero impartite un centinaio di scudisciate, dopo quello che ha scritto su Dante e dialetti? Se parla sul serio, perché parla sul serio; se parla a casaccio, perché parla a casaccio; se provoca, perché provoca. Dante non si tocca, e le 10 ore di Dante sono menose solo per gli idioti, a patto che non sia in trespolo un onanista furioso.

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  41. Non avevo letto il sig.Biondo, caro collega. Cento scudisciate mi paiono pure una pena troppo lieve. Gli si infliggano 100 ore di Elsa Morante e Grazia Deledda, lette rispettivamente da Enrico Montesano e Mariotto Segni.

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  42. Avevo fatto un commento ingenuo ad un post precedente, e leggendo “veneto” (io non veneto) avevo automaticamente pensato che ci si riferisse alla sua varietà più illustre (con buona pace di tutta la Terraferma), il veneziano. Mi accorgo che si parla invece di qualche cosa d’impossibile (come fatto notare da molti), una lingua che dovrebbe essere valida da Verona a Belluno, e non nel senso di egemone (come potrebbe appunto essere, almeno culturalmente, il veneziano), ma nel senso di corrispondere ad ogni parlata del territorio. Quando, come in ogni luogo che abbia tradizioni, trenta chilometri sono un abisso, e cinque o sei già sensibili? Ma davvero Zaia, o chi per lui, intende questo? O più semplicemente intende UN veneto – nel suo caso, se ho ben capito, quello di Conegliano o dintorni? ed in tal caso sarebbe perfettamente legittimo, per lui come per chiunque, scrivere in coneglianese od altro – senza ovviamente la pretesa di essere capito salvo che dai coneglianesi – e le sole critiche corrette sarebbero quelle alla coerenza del coneglianese, interna e rispetto agli altri coneglianesi.
    Come ha detto un veneto sopra (ma lo direbbe chiunque in qualunque posto) si può parlare in un modo imposto dall’alto (italiano), ma piuttosto la morte che parlare come quelli della valle vicina (per citare un esempio più vasto, in India gli indiani di luoghi diversi parlano tra loro in inglese, per lo stesso motivo).
    E di tutto ciò l’unica cosa non ammissibile sarebbe appunto considerare una norma locale norma generale (per tutta la regione, in questo caso). Temo sia il termine “veneto” che genera confusione in chi pensa poco ai problemi linguistici: in altre regioni (es.: Lazio, Campania) non si pensa neanche di definire un linguaggio col nome della regione.
    P.S.: In linguistica storica, il concetto (molto romantico) di “illirico” è stato abbandonato da decenni, se non (e solo da alcuni) in un senso molto ristretto, che non comprende né il venetico né il (proto)albanese.
    P.P.S.: Nel post sopra ho trovato il termine “perplime”: siccome non è italiano, e non mi pare veneziano, è forse “veneto”?

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  43. Le segnalo che esiste una ” Grafia Veneta Unitaria
    MANUALE a cura della Giunta regionale del Veneto
    Venezia 1995- EDITRICE LA GALIVERNA” scritta dalla “Commissione regionale per la grafia veneta unitaria. La stesura del manuale di Grafia Veneta unitaria è stata curata da un’apposita Commissione scientifica, nominata con deliberazione della giunta regionale del Veneto, n. 4277, in data 14.09.1994 e così composta: Manlio Cortelazzo – coordinatore e direttore scientifico Silvano Belloni – componente Luciano Canepari – componente Dino Durante – componente Mario Klein – componente Gianna Marcato – componente Sergio Sacco – componente Maria Rosaria Stellin – componente Ugo Suman – componente Alberto Zamboni – componente
    Regione del Veneto – Assessorato all’Emigrazione Dipartimento Flussi Migratori Dipartimento per l’Informazione.

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  44. Galatea,
    vorrei puntualizzare che il Veneziano goldoniano, come anche quello più antico che non è certo quello parlato oggi (dove per mangiare diciamo “magnar” e non certo più “disnar”) non può essere preso ad esempio per l’inflessione moderna.
    Il dialetto in veneto ha subito una particolarizzazione tale, da non poter certamente identificarne una forma corretta o meno.
    Quindi, francamente risulta uno sforzo a vuoto il volerlo identificare.
    Certamente concordo sul fatto che Zaia, ha “sporcato” il suo trevigiano nelle modalità che hai descritto.
    Tuttavia ( e qui prende forma il mio appunto ), se in Veneziano dobbiamo dire quello che, in italiano, è l’articolo determinativo “La”, oggi lo pronunciamo e lo scriviamo “Eà”.
    Potresti dire: “Come si fa allora a distinguere, ad esempio dal dire “Ea” per intendere “Lei”, al femminile? La risposta si chiama “Accento tonico”.
    E lo scriviamo pure! “èa” significa “Lei”, invece “eà”, significa “La”.
    Quindi non è propriamente esatto cio che hai precisato, a mio dire, poichè hai preso a riferimento un modo di scrivere e parlare il veneziano che non appartiene più al presente.
    Un pò come se per giudicare la correttezza di un Padovano nello scrivere in dialetto, tu prendessi a metro di giudizio Tito Livio.
    L’UNESCO Considera e indica come Minoritaria la Lingua veneta, si proprio lingua, ma giacchè non ha uno standard ben definito (poichè appunto come si è detto, piena di sfumature e usi di articoli e parole diverse anche spostandosi di poco) non può essere codificata in un unica lingua che tutti i veneti parlano.
    Tuttavia, salvo rare eccezioni, tutti i veneti si capiscono tra loro, poichè la radice è fortemente comune.
    A questo punto se si vuole insegnare il linguaggio veneto, se ne indichi uno tra i vari disponibili, e si elegga a principale.
    Altrimenti ci si renda conto che “xe na gran troiada” pretendere di insegnare qualcosa che, di norma ogni veneto, che vive nel territorio veneto, impara già da solo, e contribuisce ad evolvere, e che non si può categorizzare con un ben preciso vocabolario, data la sua vasta gamma di sfumature, tutte però capibili.

    Saluti

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  45. @Vetregocity: Secondo il Manuale suddetto di ortografia veneta, il povero Zaia verrebbe bocciato con voti persino peggiori del figlio di Bossi.

    @Francesco V: Per la precisione, in veneziano “disnar” indica l’andare a pranzo o a cena, “magnar” l’azione del mangiare indipendentemente dall’ora e dall’occasione. Quindi tecnicamente non sono sovrapponibili, anche se il secondo è poco usato (per quanto mia zia lo usasse regolarmente nelle locuzioni “femo disnar” ne senso di “pranziamo”).
    Quanto al fatto che oggi “la” si scriva o si debba scrivere “eà” è cosa opinabile: la elle palatale retroflessa non è scritta solo nel veneziano del ‘700, ma continua ad essere scritta così anche nelle poesie novecentesche dialettali e nei testi delle canzoni veneziane (da quelle dei primi del ‘900 ai Pitura Freska). Dal punto di vista etimologico, poi, è giustificabile un esito éa>éla (lei), in quanto si tratterebbe di caduta di elle intervocalica nella resa scritta, mi riesce invece incomprensibile come la retropalatale possa essere graficamente resa da una e semplice in eà (la): in questo caso, se si decide di adottare la grafia e= l palatale retroflessa, allora bisognerà di conseguenza rivedere tutte le ortografie, anche delle palatali retroflesse intervocaliche, e sostituirle con e. Di consenguenza avremo gondoea>gondola, ad esempio?
    Che tutti i Veneti si capiscano tra loro è vero fino ad un certo punto, ma il fatto che lo stesso UNESCO indichi che il Veneto, pur essendo una lingua, non ha uno standard, rende de facto impossibile quello che i Leghisti continuano a proporre, cioè che venga insegnata nelle scuole: finché non c’è uno standard, non si saprebbe cosa insegnare di preciso, cosa considerare errore, quale ortografia o sintassi considerare corretta o di riferimento. Non basta scegliere a caso un “veneto” fra i tanti disponibili, perché i “tanti disponibili” non costituiscono standar validi in assoluto, e anzi farebbero sorgere polemiche sul perché privilegiare l’uno o l’altro.
    Quanto al fatto che sia “‘na gran troiada” insegnarlo nelle scuole, sono in parte d’accordo, visto che, peraltro, non abbiamo neanche ore sufficienti per insegnare l’italiano, o l’inglese. Ma pensavo che dal tono dell’articolo questo fosse chiaro.

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  46. dal post si evidenzia l’usuale ansia codificatoria che caratterizza i periodi storici di decadenza e che condanna la lingua alla mummificazione.
    le lingue vive che caratterizzano sempre le culture vive e giovani MAI hanno bisogno di regolette grammaticali . la forza culturale della lingua sta proprio nella sua continua evoluzione.
    Se imbrigli la lingua in stupide regolette grammaticali, ortografiche e sintattihce uccidi non solo la lingua ma la cultura.
    Liberati dalle regolette Galatea, sentiti più libera e se qualche tuo alunno dirà PIU’ MEGLIO dagli la lode perchè è uin innovatore … e soprattutto boccia chi usa lo stupidissimo congiuntivo.
    Poi lo0da sempre chi usa il “ci” neutro al posto degli stupidi gli , le, li etc,etc.
    LIBERTA’ ED EVOLUZIONE cara Galatea

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  47. inoltro da : mestrolab@dialetto-veneto.it
    “Spettacolare, da incorniciare.
    Sarà perché mi chaimo R., come il titolare della casella di posta, che mi fa trovare d’accordo fino in fondo in questa sua (tua?…sono coetaneo, da venerdì scorso!) sacrosanta reprimenda? Io sto lottando da qualche tempo con conoscenti correligionari del neo-governatore del nostro Veneto, refrattari ad ogni avvertimento sulla inconcepibile idiozia o, se si vuole, sciocca incongruenza dell’insegnamento del veneto nelle nostre scuole. Continuo col me dialeto, difarente dal venezian, ma de sicuro scrito in maniera pi coreta de i scaraboci – anca de conceto – butà zo dal siór Zaia. Mi, ca zerco da quarant’ani de tegnere in piè el me dialeto (Bassa padovana, par intèndarse), a me vargogno de sentire sta zente parlare de robe che no i se insogna gnanca dove che le staga de casa. Quando che uno no ga sale in testa no ghe xe verso, el xe dessavìo, có ‘l pensa, có ‘l parla, có ‘l scrive e – che ‘l Segnore ne juta – anca có ‘l mete le man sol goèrno. Mi, però, me sento de èssare pi cativo: la manovra la xe solo politica e no la ga gnanca on fià de intaresso par la cultura, figurémosse par l’ortografia o la sintassi o par i verbi! Se sto sfogo el fusse na petizion, só pronto a firmarla.
    Grazie, a la prossima.
    (www.dialetto-veneto.it)

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  48. Bravo sig. Mirage. Lei in questo campo è da tempo in avanscoperta. Ad esempio, è fuori discussione che “Il Kossovo era una regione come può esserLA l’Umbria per l’Italia”. Bravo sig. Mirage: è di queste esplorazioni che vive l’imminente Babele. Altro che afer Babel e quel fesso di Steiner.

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  49. Se Zaia avesse capito bene la questione proporrebbbe di crearlo, il veneto (alias la forma normale), prima di insegnarlo; tra l’altro, come da spot elettorali, la cultura locale dovrebbe occupare il *15* %, ripeto, quindici, dell’orario scolastico.
    Se i filologi friulani, ladini e sardi ci sono riusciti, possono riuscirci anche i veneti.
    Resta da vedere se sono d’accordo i veneti.

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  50. tra l’altro friulano, ladino, sardo etc sono riconosciuti dall’Italia (non dall’UE), con la legge 482/99, che la giunta di cdx friulana sembra piu’ impegnata a boicottare che a utilizzare.

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