Riflessi di web: l’autore parziale e l’autore condiviso. Riflessioni sparse sulla logica delle citazioni nei Social Network

5 Ways to Cultivate an Active Social Network
Image by Intersection Consulting via Flickr

 

Vabbe’, una dice: dovunque scrivo sono sempre io. Che posti un tweet di 140 caratteri su Twitter, o apra un feed su Friendfeed, o uno status di due righe su Facebook, uplodi una foto su Flickr, o scriva un post articolato sul blog. Ma al di là che io sia sempre l’autore che scrive, e pertanto quello scritto sia sempre un parto (e una parte) della mia personalità, quello che a volte mi colpisce, ormai, è come l’identità dell’autore sulla rete risulti alle volte frammentata, non perché, come si pensava qualche tempo fa, sul web uno si possa costruire volontariamente identità fake, alter ego e maschere varie, ma perché, molto semplicemente, il pubblico che ormai segue un “autore” sui vari social network non è sempre lo stesso.

Partendo dalla mia esperienza personale, l’unica che posso monitorare costantemente e tenere sotto controllo, mi sono accorta che il mio “pubblico”, intendendo con esso i lettori che vengono a contatto con i miei scritti in varie forme, non è affatto omogeneo e sovrapponibile.

Partita all’inizio come blogger, i miei primi “utenti” (non è il termine giusto, non so però meglio come definirli) erano i lettori del blog, che di me si facevano un’immagine in base ai post pubblicati. I quali, grazie al mezzo che consente di inserire anche scritti più lunghi e articolati (un post non ha limiti di battute o caratteri, solo la pazienza del lettore) si costruivano di me una immagine sicuramente più approfondita.

Con il mio sbarco sui Social Network, il rapporto con parte dei lettori è cambiato. Mi sono resa conto che, anche se su Twitter e Friendfeed, per esempio, vengono automaticamente pubblicati i link ai post del blog, su quel tipo di Social ho anche un nucleo di lettori che legge esclusivamente i miei tweet. L’immagine che questi lettori hanno di me è forzatamente in parte diversa da quella dei lettori del mio blog, e vincolata al tipo di social network attraverso il quale mi leggono. I lettori di Twitter conoscono principalmente il mio lato di “battutista”, perché quel tipo di social favorisce contenuti molto brevi ed assertivi, un po’ “spinoziani”: Twitter è un social che può essere considerato, in fondo, un grande contenitore di aforismi.

I miei seguaci su Friendifeed spesso hanno di me un’immagine, invece, più privata, dato che su quel social spesso, in aggiornamento continuo, vengono postati da me anche feed che riguardano stati d’animo passeggeri (il classico “Ufffff!” di noia), o brevi flash di vita: (“Sono in coda al cinema per andare a vedere *****, intanto che arrivo alla cassa fatemi compagnia”), o pure semplici geotag o tvtag (esiste il termine? Non lo so, se non c’è me lo invento adesso) importati da Foursquare o Gomiso e altre diavolerie.

La riflessione che mi viene da fare è che quando si parla di identità in rete si tende a considerarla come monolitica: è vero che, con un po’ di buona volontà da parte dell’ “autore” (che integra ed importa nei vari social quanto posta altrove) o di pazienza da parte di un lettore (che segue il suo “autore” nei vari contesti in cui posta) è possibile ricostruire una mappatura completa della varie tracce che Tizio lascia sulla rete. Ma con il moltiplicarsi dei social – alcuni dei quali non compatibili ancora o integrabili fra loro – è anche vero che l’identità del singolo “autore” in rete diviene frammentata: non si vive in una casa con i muri di vetro, si vive in una casa con diverse finestre e il pubblico vede di te quelle azioni che tu compi quando sei davanti ad una singola finestra, e decidi di non tirare la tenda.. L’autore avrà un “pubblico” più o meno vasto che segue solo le sue battute su Twitter, ma magari non legge i post sul blog; oppure un gruppo di appassionati che legge esclusivamente le sue baruffe su Friendfeed, e per questo tende magari a considerarlo un battagliero polemista, mentre su altri social è considerato un tranquillo pacioccoso postatore di foto di gattini, o un serissimo manager alieno al sorriso su Linkedin.

Le rifrazioni in rete non sono limitate poi solo alla frammentazione dell’immagine dell’autore, che viene ricreata da parte dei lettori esclusivamente in base a quello che l’autore posta in un determinato contesto. E’ anche spesso legata al fatto che sulla rete ogni autore viene spesso condiviso da altri e attraverso altri. I quali non sempre sono lettori abituali dell’autore, ma magari prendono, ritumblerano, citano una singola affermazione, un tweet o addirittura un passaggio di un post. L’autore condiviso è per sua natura decontestualizzato: l’affermazione di partenza, al terzo giro, ha acquisito vita propria, e quasi nessuno dei condivisori successivi si porrà neppure più il problema di dove essa sia stata fatta originariamente. Un passo dal tono “romantico” che viene tumblerato in blog di adolescenti sognanti poteva essere originariamente inserito in un post che di romantico non aveva nulla; una affermazione politica tolta dal suo ragionamento contestuale finisce, estrapolata, per essere citata come esempio da blog che militano nel campo avverso e spesso sostengono tesi del tutto opposte.

A me, come a chiunque abbia un blog, è capitato di ritrovarsi commentatori che, risalendo magari una catena di Sant’Antonio di citazioni, condivisioni e tumbleramenti, arriva a commentare il post originario e resta basita, scoprendo che parlava di tutt’altro; oppure giunge convinta di trovarsi davanti ad un blog “politico” afferente ad un certo schieramento, e scopre invece – o proprio non scopre, nel senso che non capisce – che invece l’autore ha tutt’altri convincimenti da quelli che si erano ipotizzati.

Il fenomeno è sempre accaduto nella letteratura scritta, ma con la condivisione sulla rete diventa molto più frequente, ed anche incontrollato. Nel contesto della letteratura tradizionale, infatti, innanzi tutto il numero di passaggi era più limitato, in quanto le citazioni erano sempre prese da libri che fisicamente si erano avuti per le mani, o che erano stati citati da altri autori ben noti. In qualche modo i “passaggi” erano più controllati, anche perché chi “citava” un altro autore, era a sua volta un autore tradizionale, quindi in possesso di quelle conoscenze di base che gli permettevano di comprendere il contesto e anche le regole con cui la citazione di un pensiero altrui andava fatta.

Nel mondo di internet la “condivisione” è fatta in modo spontaneo, veloce e spesso anche ingenuo, da parte di altri che non hanno a volte alle spalle non solo alcuna cultura letteraria di base, ma neppure sono interessati alla conoscenza del contesto da cui la citazione proviene. Quindi, paradossalmente, in internet un “autore” può avere un momentaneo successo anche planetario (centinaia di tumbleramenti e condivisioni, per esempio, in poche ore di un suo pensiero) per una frase però che era una appendice assolutamente secondaria e per lui addirittura trascurabile di un ragionamento assai più articolato. O divenire magari molto noto per una serie di tweet azzeccati che però dipingono e ritraggono solo in parte la sua personalità, perché sono tutti tratti da ciò che posta in un solo social, e pertanto sono legati all’interesse precipuo che dentro a quel social egli sviluppa o al tipo di forma che è costretto ad adottare per stare dentro quel social là.

Da tutto ciò non traggo per ora una serie di conclusioni. Ma, in base alla esperienza personale che mi sto facendo sul campo, mi viene da dire che quando si parla di “identità in rete” come se si trattasse di una cosa singola è il caso di andarci cauti. In rete ci sono magari dei singoli individui che postano: ma da parte di chi legge la percezione della loro “identità” di autori può essere molto più frammentata.

 

10 Comments

  1. Tutto condivisibile.
    Ma nei posti da nerd che bazzico io, quando si parla di identità online l’accento è sulla quantità totale di informazioni personali disponibili.
    E sul fatto che allo stato o a molte aziende questi sono molto più di quanti comunemente si crede.
    Lo stato perchè spesso ha il diritto di accedere ad informazioni supposte private (o, spesso, il provider concede l’accesso anche se non sarebbe tenuto a farlo), le aziende perchè molte delle varie applicazioni facebook/app del cellulare/siti vari che forniscono servizi gratuiti raccolgono e vendono i nostri dettagli.Quando uno inizia a giocare a farmville o manda regali virtuali su facebook in pratica consegna il proprio profilo agli sviluppatori.Molti lo fanno con leggerezza, alcuni manco se ne rendono conto.
    Una battuta sull’ essersi fatti una canna postata su facebook potrebbe finire per favorire/aggravare un’ indagine giudiziaria o la perdita di un’ occasione di lavoro.

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  2. Non sono cosi’ articolato quanto sei tu, a dire il vero ho anche chiuso la mia subscription a facebook per noia (avevo l’impressione di far parte del club sbagliato…), ma credo che tu abbia inquadrato un aspetto interessante. Chi scrive nelle varie forme consentite dalla Rete ed e’ seguito da un buon numero di persone, linkato e condiviso, a volte si vede costruire un’immagine che forse si adatta solo a parte della sua reale personalita’. Forse mettendo assieme i vari pezzi del puzzle scoprirai una personalita’ piu’ complessa di quel che tu stessa credevi. Una specie di maieutica applicata alla generazione del profilo personale… che ne pensi?

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  3. La riflessione è interessante e condivisibile, ma non è forse quello che succede anche fuori dalla rete? Se vado in pizzeria con gli amici, ad un appuntamento di lavoro, ad una serata a teatro, non avrò sempre degli atteggiamenti diversi senza per questo sentirmi schizofrenico o frammentato?
    E’ un problema, secondo me, di contesti, non di frammentazione dell’identità.
    Nella mia esperienza online manca ancora (per poco) quella di blogger, e quindi la possibilità di articolare meglio i miei pensieri, ma in linea generale, cercando di mantenere una certa coerenza di fondo ma adeguandomi ai vari contesti social, tweetto praticamente di tutto, lasciando poi che i contenuti più leggeri si postino anche su Facebook, mentre quelli più professionali su LinkedIn, ad esempio. Se poi qualcuno mi conosce solo all’interno di un determinato social, è lo stesso che succede off-line con il collega che frequenti solo in ufficio, o il compagno di palestra o l’amico melomane che incontri solo a teatro. Quante volte abbiamo detto di qualcuno, “non lo sapevo così sensibile”, solo perché l’avevamo frequentato in contesti che non permettevano quel tipo di conoscenza.
    In buona sostanza sta all’autore, come hai già detto tu, cercare di mantenere un’identità coerente pur adeguandosi ai diversi linguaggi dei vari social network, e al lettore più attento approfondire la conoscenza se è interessato ad avere un’immagine più ampia di chi sta leggendo, esattamente come nella vita di tutti i giorni approfondiamo la conoscenza di persone che ci incuriosiscono/interessano e di altre no.
    In fondo io questo post l’ho scoperto da Facebook, l’ho letto con calma qui e adesso mi sa che ti cerco pure su Twitter ;P

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  4. ecco, Enrico mi ha risparmiato la fatica: ha detto esattamente quanto avrei detto io
    il che fa sentire meno soli
    heheeheheh

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  5. @ Enrico: infatti. Sono perfettamente d’accordo con te. La differenza è che nella vita reale accade più di raro che pezzi di tue conversazioni, o tue dichiarazioni, siano riprese e riportate pari pari da persone che magari non conosci neppure. paradossalmente su internet una persona può conoscere particolari della tua vita o cose che hai scritto anche senza aver mai letto direttamente un tuo tweet, o un tuo post, e si fa di te un’idea solo magari sulla base di quello che ha letto tramite citazioni di persone che non ti conoscono a loro volta. Il che non è male, anzi. Ma penso che sia necessario che uno tenga presente che può succedere anche qualcosa del genere. 🙂

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  6. @pio: infatti di questo meccanismo siamo ben consapevoli nella “vita reale” (che poi a me come espressione non piace: io anche su internet interagisco con persone reali, quindi è vita reale pure qua). Mentre pare che su internet se tu ti presenti alle volte con due aspetti diversi, c’è sempre qualcuno che ti accusa di “fingere” o di esserti creato una identità fittizia, come se in rete si dovesse avere una identità “monolitica”. Poi ci sono quelli che danno per scontato che nella famosa “vita reale” tu sia in parte diverso. Il che è lo stesso molto ridicolo: sarò diversa perché il contesto è differente, ma non è che cambio personalità rispetto a quella su internet. Altrimenti non è un problema di rete, è un problema di schizofrenia. 🙂

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  7. Enrico ha risparmiato la fatica anche a me. Non sono completamente daccordo con Galatea, quando dice che il fenomeno si accentua in modo particolare in rete. Quante volte abbiamo visto entrare nei discorsi più vari quello che era successo al cugino dell’ex di una nostra amica, o quello che diceva sempre la vecchia zia di nostro padre? Oltre a citare o sentirsi citare massime di libri mai letti di autori sconosciuti, tlavolta con involontari effetti comici.
    Concordo invece sulla natura patologica dello sdoppiamento di identità.

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