La sudditanza del cretino.Ovvero: ma il popolo conta mai qualcosa?

Avevo diciassette anni e il mio insegnante di religione, al Liceo, era don Renzo. Brava persona, don Renzo: era un prete da battaglia che aveva preso i voti dopo la laurea, e, tanto per gradire, aveva iniziato andando a far servizio per cinque anni al Cottolengo, e poi in una parrocchia di strada, ai margini dei quartieri operai di Milano. Perché lo avessero spostato in Veneto era un mistero: forse avevano pensato di fargli un favore, rimandandolo vicino a casa; fatto sta che nel paese dove facevamo noi il liceo, era un viceparroco visto con molto, ma molto sospetto: il precedente era una abatino saccente ed esangue, che a lezione ad ogni domanda biascicava una avemaria e tirava gli occhi al cielo di tanta sfrontatezza (ragazzi che fanno domande! Dove si andrà a finire mai, Domineddio!); lui aveva una brutta faccia da contadino battagliero, e spesso si lasciava scappare qualche bel porco, quando i concetti andavano sottolineati meglio alla platea. Lo stimavamo per questo, credo, o almeno lo stimavo io; lui mi sapeva non credente, ma non cretina, e mi stimava di rimando.

Avevo diciassette anni, dunque, il giorno che entrò in classe per una supplenza imprevista, e, giacché non avevamo niente di altro da fare, e lui non era stato avvertito in tempo per preparare altro, requisì ai bidelli una tv e ci ammannì un filmino da guardare. Non ne ricordo il titolo, e a ragione, perché non era nemmeno un film, a voler essere precisi: era una specie di raccontino filmato, probabilmente pensato ad uso e consumo degli insegnanti di religione. C’era un paese eventuale, che avrebbe potuto essere in un vago Sudamerica; un tale che faceva il clown per strada e divertiva la gente con lazzi gratuiti. Si capiva che doveva essere l’eroe della storia, perché era bello e moro, e con un parlare forbito. Poi scoppiava una rivoluzione, o forse c’era già la rivoluzione in atto e la faccenda si aggravava solo, non ricordo. Fatto sta che il clown veniva arrestato e portato in una prigione, dove le celle erano zeppe di gente parimenti carcerata, che zitta e buona, nelle celle affacciate su un corridoio, aspettava di sapere quale destino fosse previsto; c’era anche un Americano, grasso, grosso e con una camicia rigorosamente hawaiana, a chiarire che era proprio Americano americano: l’Americano era stato fermato lui pure – era un turista, evidentemente – ma strepitava a starnazzava che chiamassero la sua ambasciata, perché era Americano, of course, e mica poteva essere arrestato così, da quattro straccioni di un paese qualsiasi.

L’eroe bello e moro e aspirante clown veniva portato a colloquio con un alto ufficiale della Rivoluzione, che si intuiva essere un altro ufficiale perché era brutto, con le occhiaie e dei baffi da bandolero cattivo. I due si conoscevano, era subito chiaro, perché il bandolero cattivo salutava il clown con quel che di affetto che si riserva ai compagni che sbagliano, ma cui si è legati da ricordi comuni. Guarda come ti sei ridotto, era il succo del discorso, a fare il clown per strada, tu che eri una delle menti più promettenti del nostro teatro! Eri apprezzato da tutti, potevi avere successo ed onore. Torna con noi, che siamo al potere: ti promettiamo la direzione del teatro nazionale, fondi illimitati per i tuoi spettacoli, fama e gloria: i tuoi copioni serviranno ad erudire il popolo, a renderlo migliore: è quello che sognavamo quando eravamo entrambi studenti, via, è la grande occasione di una vita. L’eroe, con uno sguardo determinato da eroe che nei film riesce così bene a favore di telecamera, sorrideva con superiorità, e declinava l’offerta: non sarebbe mai stato libero, e poi gli ideali della gioventù l’amico li aveva traditi, voleva solo indottrinare gli allocchi, e lui non gli avrebbe dato una mano mai. Il bandolero non s’incazzava, perché i bandoleri, quando diventano ufficiali di regime non si incazzano più: dava un ghigno sprezzante, dicendo all’ex amico che era solo un illuso, e lo faceva ricondurre in prigione. L’eroe passava per il corridoio di prima, fra le celle, e qui – miracolo!- la gente prima rassegnata, vedendo il suo coraggio, si risvegliava: iniziava a sbattere le gavette sulle sbarre, per dimostrare solidarietà e desiderio di non piegarsi all’ingiustizia: la pellicola terminava così, con una sorta di promessa di controrivoluzione, o di morte nobile per tutti, non avrei saputo dire.

Finito il film, don Renzo aprì il dibattito, per chiederci quale fosse a nostro avviso il messaggio, e la mia classe si impegnò a trovarlo, ‘sto senso recondito, perché nei licei di provincia gli alunni sono volenterosi e disciplinati. C’era chi diceva che l’aspirante clown era un uomo pieno di dignità, ammirevole sotto ogni punto di vista, cavaliere senza macchia e senza paura; chi invece sosteneva che avrebbe potuto essere più malleabile, accettare l’incarico al teatro, e da lì, tramite quella posizione di potere, diffondere meglio il verbo presso il popolo, fino a creare una nuova classe dirigente in grado di rovesciare il regime. Chi sosteneva che il popolo aveva la possibilità di ribellarsi, e si sarebbe ribellato, sconfiggendo le oscure forze della reazione. Tutti concordavano che l’Americano era un buzzurro cretino, come era per altro manifesto dalla sua camicia.

Don Renzo si accorse che non partecipavo al dibattito, e gli parve strano perché io, di solito, da brava alunna coscienziosa di liceo di provincia, partecipavo a tutto. Allora mi chiese: “Secondo te, qual è il messaggio del film, dunque?”

Io all’epoca ero una ragazza oltremodo educata, che giuro, non diceva mai parolacce, anzi, dava l’impressione di non conoscerne nemmeno l’esistenza: ma lo guardai e risposi: “Che il popolo non conta un cazzo.”

Don Renzo rimase tramortito per un attimo, così come i Sinistri della classe, che mi guardarono come una traditrice della causa.

Come?” chiese, pensando di non aver capito bene.

Non conta un cazzo, mai, don Renzo. Qui la Rivoluzione chi la fa? Quello che pare un ufficiale, e, da come parla e si muove, si vede che ha alle spalle buone scuole, scuole da classe dirigente. E la controrivoluzione la può fare il clown, che, pure lui, non è un clown, si capisce dal dialogo che viene fuori da una bella università, ha fatto teatro ai massimi livelli, è un intellettuale, e se gira per strada è solo per una scelta personale controcorrente… fa parte della classe dirigente pure lui, insomma; il popolo, il popolo vero, è quello che sta dietro alle sbarre, e popolano è anche, assai probabilmente, quell’americano dalla camicia orrenda, che chissà da che buco della prateria vien fuori, non ha fatto scuole, e il poco di mondo che può vedere è con un viaggio organizzato a prezzo basso. Ma quelli che possono fare? Lui strepita che uno funzionario statale venga a toglierlo dalle grane, e non ha nemmeno i mezzi culturali per capire di che grane si tratti; gli altri possono far coreografia all’eroe, sbattendo a ritmo le gavette, o facendosi ammazzare per lui, il giorno in cui deciderà di guidarli all’assalto di qualche palazzo. Poi a palazzo ci si insedierà lui e quelli come lui, non il popolo. In qualsiasi tipo di regime, destra, sinistra, centro, chi comanda, governa, prende le decisioni vere è sempre una élite: selezionata perché nobile, ricca o colta, magari aperta al nuovo e pronta ad accettare gente che scala dal basso, ma pur sempre élite. Il popolo non conta un cazzo.”

Solo il suono della campanella mi evitò, immagino, la caterva di fischi da parte dei compagni: un “fascista di merda” immagino che non me lo avrebbe tolto nessuno, neppure il Padreterno in persona, giacché il Suo rappresentante momentaneo, ovvero don Renzo, era rimasto senza parole.

Era un riflessione amara, forse ingiusta, del resto le diciassettenni non sono mai famose per le loro abilità diplomatiche e per la capacità di guardare il mondo con distacco. Dell’episodio mi ero anche quasi del tutto dimenticata. Fino a stamattina, quando ho letto questo post di Francesco Cundari. Mi sono sentita tanto in sintonia, di nuovo, con quella diciassettenne. E vai a sapere perché.

8 Comments

  1. gira e rigira, una cosa non riesco a capire: perchè mai avrebbero dovuto darti dalla fascista? che il popolo incolto e plebeo non abbia mai contato nella storia è appunto storia, è un dato di fatto, anzi è il fondamento stesso dell’ingiustizia della società. Questa analisi, e l’azione di sovvertimento di questo dato di partenza si chiama SINISTRA; quindi la frase di quella 17enne era una corretta e spietata analisi, ed il tono di denuncia avrebbe dovuto indurre a pensare che la ragazza esprimesse indignazione e denuncia di quel fatto (che il popolo ecc.). Ergo la ragazza era di sinistra naturaliter (poi poteva votare pure per Prandini). O no?

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  2. dai, Galatea, abbi fede…. Anche oggi in certi ambienti ( e non poi così ristretti, poichè il conformismo ideologico è duro a morire) un bel “fascista!” non te lo toglierebbe nessuno.

    ritrova una ventata di giovinezza..:-)

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  3. Un aiutino, anche se non abbiamo più 17 anni:

    “… Non ti possiamo mandare nulla della nostra grande lettera. Ti anticipo solo una frase molto espressiva: – La scuola sarà sempre meglio della merda – la dice un ragazzo per esprimere che prima di venire a scuola qui, doveva sconcimare la stalla a 36 mucche”
    Don Lorenzo Milani, 3 Agosto 1966

    (anche i cretini prima o poi ragionano… e cos’è la “merda” oggi?)

    «Ragazzo, tu parti perchè sei un soldato. Ti auguro solo di ritornare», gli disse zio Toni prima di chiudere, quella sera del 25 luglio 1942, la partita, prima che il giovane Mario partisse per la Russia, da dove molti suoi compagni non sarebbero tornati: «loro, quelli contro cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori e gli assi; noi le scartine». Un’altra partita, quella da giocare per sopravvivere all’assurdità della guerra, di cui le parole di zio Toni erano una lucida quanto mai inevitabile certezza.
    Mario Rigoni Stern, L’ultima partita a carte, 1974

    (ma lo zio Toni era un intellettuale?)

    … “Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

    (la cretinaggine non è mai stata dovuta al caso… o no?)

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