La solitudine del capo

condottiero

Dai, vieni, ci bastano due ore…”

Ma che cacchio vengo a dire?”

Ci parli della tua esperienza di blogger, spieghi loro come sei riuscita a costruirti una rete sul web.”

Ma non ho nessuna competenza per insegnare loro qualcosa..”

Ihh, non ti preoccupare, le conclusioni le troviamo noi, tu spieghi e basta cosa è successo a te. Dai, sei la persona giusta per questo…”

Quando mi invita in azienda, per un incontro con il suo team, Federico ha la voce suadente e il suo consueto sorriso da bell’uomo che non è abituato a sentirsi rispondere di no. Non gli è mai capitato, del resto, e poi, perché si dovrebbe? Federico è uno di quegli esseri umani cui la Natura pare essersi incaponita a voler regalare tutto: è elegante, affascinante, intelligente, simpatico, preparato e con il tocco di Mida, cioè qualsiasi progetto sfiori, lo tramuta in oro.

Successo. Nella vita, in effetti, non ha avuto mai altro. Sa di successo, di quello vero, il macchinone con cui viene a prendermi, una Audibmwmercedes non-so-il-numero che quando ti ci siedi dentro ha tanti aggeggini da far sembrare persino la plancia dello Shuttle un giochetto per bimbi dell’asilo; ma sa di successo soprattutto il suo modo di fare, di parlare, di muoversi. Lui è un leader, e lo senti. Un leader naturale, di quelli che non sono capi perché sono ricchi, o belli, o nella vita hanno avuto culo. No, lui è un leader perché non appena lo incroci, o gli stringi la mano, o ci scambi due parole sul pianerottolo dell’ascensore, subito ti dici che lavoreresti volentieri con lui, e per lui; ce ne fosse bisogno, gli faresti anche gli straordinari, e a mezza paga. Per questo le aziende se lo contendono, se lo sono sempre conteso: dove passa lui, come per magia, le cose cominciano a funzionare. Non è solo carisma, è capacità di motivare le persone, di capirle, di coinvolgerle in quello che devono fare. Federico ha un genio per le relazioni interpersonali: in un mondo in cui sempre più la gente passa il tempo a odiarsi per stupide guerricciole fra confinanti, lui è capace di creare rapporti umani fra i dipendenti, farli sentire a casa, farli lavorare in gruppo, farseli amici. Non è mai ruffiano, o accondiscendente, no. Se deve dire le cose le dice, se deve essere duro lo è: ma in tutte queste cose c’è un modo e lui trova sempre quello giusto.

Come entri nella sua azienda lo capisci subito qual è il clima. Appena arriva nel parcheggio, nella guardiola l’addetto alla sorveglianza gli sorride, non come si sorride ad un dirigente, ma ad uno che si stima. Lui saluta di rimando, si ferma un attimo a chiedergli come stanno i bambini; cazzo, dei figli del custode si rammenta i nomi, e persino che classe fanno, anzi, sa pure che la piccolina doveva fare il saggio di non so che e chiede come è andata, e il padre se lo guarda tutto ammirato, perché lui, per ricordarsi che la figlia aveva la recita se l’è dovuto scrivere sul calendario, e Federico no, invece, a momenti sa anche che parte aveva, e se fosse figlia sua, la piccola, non potrebbe dimostrarsi più interessato.

In azienda, al suo ingresso pare suonino le fanfare. La centralinista caruccia del bancone gli regala il più ammaliante dei sorrisi, per i corridoi è tutto un rincorrersi di squillanti: “Buon giorno, Dottore!” in cui la maiuscola del “Dottore” si sente tutta, ma anche un carico di affetto sincero. L’ingresso nella sala conferenze, poi, è un tripudio: i suoi collaboratori, alcuni molto giovani, altri della nostra stessa età, si vede che sono soddisfatti di star lì, che pensano non vi sia nulla di meglio per loro che poter entrare ogni mattina in quella stanza. Federico se li passa ad uno ad uno, ed uno alla volta; perché per tutti trova il momento di dire la parola giusta, fare l’osservazione azzeccata; li guarda negli occhi e per quel momento ha occhi solo per loro. Per questo, quando comincia la riunione, sono lì pronti a sputare l’anima, per lui e per l’azienda, e stanno a sentire me con deferenza, perché, vivaddio, se sono amica sua e lui mi ha portato lì, devo essere persona degna di essere ascoltata con la massima attenzione. Del resto lui ha fatto di tutto per far capire che mi stima, mi appoggia, crede in me; non è solo la presentazione, entusiasta, ma è il modo di fare, di spostarmi la sedia per farmi sedere comoda, di versarmi l’acqua nel bicchiere prima di cedermi la parola, di sorridermi con gli occhi ancor prima o ancor più che con la bocca, che mi fa sentire una principessa in visita, anzi una regina, anzi, poco meno di una dea.

Parlo. Lui si intana in fondo alla sala, come a voler scomparire per lasciare il campo ai suoi collaboratori, che così si possono sentir liberi di interagire senza il suo fiato sul collo o il suo controllo. Pur se lontano dalla ribalta di luce, eppure la sua presenza si sente, ma non come una minaccia, quasi come una rassicurazione: sai che è lì, e, anche se non fa nulla, è attento e non ti lascia solo. Poi, quando il dibattito si infervora, lui si scusa un attimo, perché si deve assentare; indovino attraverso la porta a vetri che sta parlando al telefonino; i gesti sono quelli di chi tratta cose delicate, con pacatezza però, come chi sa dare a tutto il giusto valore e non si fa mai prendere dal panico; anche gli altri si sono accorti che ha dovuto lasciarli, ma è chiaro che nessuno dubita stia lavorando per tutti; qualunque cosa faccia, se la fa da solo è chiaro che è una cosa che può fare solo lui, e poi , a tempo debito, verranno informati.

Quando ritorna, riprende in mano le fila della discussione, organizza, trae le conclusioni. Non vi è nulla, è chiaro, che gli sfugga; tutto è sotto il suo pieno controllo. Eppure non te ne accorgi, perché la cosa accade in modo così naturale che pare, appunto, avvenga per caso, e non perché lui ha imposto i tempi, i ritmi. Distribuisce i compiti stabiliti senza creare conflitti, perché a ciascuno sa far intendere che quella cosa particolare, anche se magari sembra scema, è di grande importanza, e può essere svolta solo ed esclusivamente da lui, quindi nessuno si sente sminuito, o offeso, o trascurato, perché è convinto che Federico, il capo, lo tratti con un occhio di riguardo, abbia con lui una specie di rapporto privilegiato, un feeling diverso da quello che ha con tutti gli altri; in una parola, che il capo lo consideri.

Io me lo guardo, un po’ ammirata, un po’ impaurita, perché lo sapevo bravo, ma ora mi rendo conto che è fenomenale nel fare quello che fa, che non è tanto riuscire a far lavorare delle persone, ma è creare un gruppo di persone che vogliono lavorare per te senza lasciar allignare all’interno invidie, gelosia, incomprensioni.

Quando mi riaccompagna a casa, lui è entusiasta del mio intervento: “Cazzo, sei stata bravissima! Veramente, non so come ringraziarti, ci hai aiutato a capire molte cose; penso che dovresti sfruttare queste tue capacità, anzi, dovresti proprio pensare a fare formazione nelle nostre aziende, pensaci, è un campo per cui sei portata!”

Lo lascio parlare, mentre la macchina corre, corre, corre, come se scivolasse, perché è una Audibmwmercedes non-so-il-numero, e sono macchine che vanno lisce come se si corresse sul velluto. Il suo è un monologo suadente, razionale, convincente sotto ogni punto di vista e che tocca tutti i punti giusti per fare breccia su di me; inoltre è anche terribilmente lusinghiero, perché Federico sa benissimo come dosare la giusta miscela di fascino personale, simpatia, umanità, appello al buon senso e all’intelligenza.

Io lo so che è sincero, a dirmi quello che dice, e che lo pensa; ma sento anche che sta usando con me lo stesso tono che ha usato con il suo team, e con i suoi dipendenti: ha testato le mie capacità, ed ora sta valutando quanto posso essere utile ad un suo progetto, e quanto e come devo essere motivata o blandita per convincermi che è quello che devo e soprattutto che voglio fare. Sì, usa esattamente lo stesso tono, e la stessa tecnica, con me, che sono invece una sua amica. Ma non può fare altrimenti, perché è nella sua natura essere un capo; e il capo, è un’altra inderogabile legge di natura, non ha amici.

12 Comments

  1. se ha fatto così colpo su di te allora deve essere proprio bravo, mi sfugge tuttavia il senso generale di una vita così con il carisma del capo sempre solo che vede negli altri delle risorse per i suoi progetti. Ogni tanto mi domando in punto di morte cosa penseranno queste persone.

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  2. Non è esatto che il capo non ha amici.E’ che smettono di essere tali quando c’è di mezzo il lavoro.
    Certo, sono amicizie un po’ schizofreniche 🙂

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