Aristotele e Fabrizio Corona

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L’altra sera, tornata a casa dal cinema, ho guardato sopra il mio comodino, dove, in cima ad una pila di libri, stazionava, per motivi a me ignoti, L’etica nicomachea di Aristotele, che dovevo aver tirato giù da non so dove perché mi riproponevo, uno di questi giorni, di rileggere alcuni passi per via di una citazione che non ricordavo precisamente. Ma era tardi, non avevo voglia, così ho aperto la tv e, per caso,  mi sono così imbattuta nella Fattoria, dove una Paola Perego in gran spolvero intervistava, con fare da aspirante madre badessa (per arrivare ai vertici della De Filippi ancora ce ne vuole, ma la ragazza studia, s’impegna, s’è certi che si farà), Fabrizio Corona, di fresco estromesso dalla Fattoria medesima. Siccome sono una incredibile snob, e a quel punto persino Aristotele sembrava una alternativa accattivante, il mio primo istinto è stato cambiare canale, ma un nume pietoso mi ha trattenuto dal farlo. Ne è valsa la pena, perché rischiavo altrimenti di perdermi una delle più meravigliose lezioni di educazione civica che la tv abbia mai mandato in onda.

Il Fabrizio Corona, abbronzato e strafigo come si conviene ad uno che mena gran vanto dei suoi avvisi di garanzia e cerca di convincere il popol catodico che un processo è il massimo per far decollare una carriera, era piuttosto scocciato per via di tutti i pettegolezzi che s’erano fatti in merito alla sua partecipazione allo show. Il suo animo sensibile era turbato, e molto, perché qualcuno, m’è parso di capire, aveva osato insinuare che lui si fosse portato dietro un telefonino in Brasile, cosa vietatissima dal regolamento del reality, e lo avesse usato per comunicare non so cosa a non so chi. L’affermazione lo aveva veramente esacerbato e punto sul vivo, perché, ha spiegato diffusamente “quando porti di nascosto un telefonino in carcere va bene, perché lì c’è un’imposizione da parte dello Stato” e dunque è corretto e comprensibile cercare di aggirare il divieto, quando invece partecipi ad un reality show, portarsi dietro di nascosto un cellulare è cosa che un “vero uomo” come lui non farebbe mai, perché trattasi di una scorrettezza inammissibile.

Sono rimasta affascinata dall’affermazione, e soprattutto dal tipo di mentalità e di morale che vi sta dietro: sono frasi così, che magari uno butta là senza troppo pensare, a delineare perfettamente e farti comprendere appieno un mondo. Dunque il Corona-pensiero, ispirato più che al Liberalismo alla pura legge della giungla, prevede che le imposizioni dello Stato siano sempre e comunque un inaccettabile arbitrio, e un “vero uomo” non possa far altro che ribellarcisi contro. Il che spiega e giustifica non solo il contrabbandare di nascosto telefonini in carcere, ma anche incaponirsi a guidare senza patente al seguito, come il Corona pare abbia fatto più volte. Corona è un uomo, per Giove, anzi, un “vero uomo”: sia mai che un oscuro burocrate o una comunità gli possano imporre una qualche limitazione di condotta. La sua libertà non finisce dove comincia la libertà dell’altro, o almeno nel punto in cui l’altro, povero caro, vorrebbe avere una ragionevole speranza di non essere travolto senza colpa alcuna: la sua libertà non finisce proprio, mai: non ha limiti né freno se non quello che il Corona si impone di volta in volta, o per gentile concessione o perché ha firmato un contratto vincolante con una tv. Corona non rispetta la Legge, però talvolta è pronto a rispettare gli avvocati, soprattutto quando sono quelli di Canale5, notoriamente agguerriti e pignoletti, ma ogni forma di accordo è sempre uno a uno, fra privato e privato. Manca in Corona alcun senso della comunità, alcun riferimento sociale più ampio: è un individuo, ma privo di contesto. Persino il superuomo di Nietzche aveva un orizzonte di collettività in cui inserirsi, Corona, invece, se ne strafrega: è un tizio solo che pensa per sé e tanti saluti, e si sente vincolato al rispetto esclusivamente di quelle norme che ha sottoscritto, una ad una e ben controllando le clausole. Tutte le altre, che non riguardano lui o non ha esplicitamente accettato, non le ritiene valide, anzi, se può le aggira, perché così dimostra la sua forza, la sua indipendenza, il suo essere “uomo vero” in un mondo di ominicchi, mezzi uomini e quaquaraquà. L’idea e la necessità di un contratto sociale, di regole condivise, per quanto sempre rinegoziabili, non lo sfiora, è al di là della sua capacità di immaginazione: per Corona, semplicemente, la società non esiste, e gli unici legami riconoscibili come vincolanti o limitanti sono quelli con i dipendenti (infatti, assicurava che le voci sulla sua presunta scorrettezza lo avevano fatto soffrire perché rischiavano di avere una ricaduta negativa su chi lavora per lui) o con i familiari (era preoccupato che le voci venissero alle orecchie del figlio).

Quando il buon Aristotele assicurava che l’uomo, in quanto tale, per natura è un animale politico, peccava di un ingiustificato ottimismo. O forse, più semplicemente, non aveva mai incrociato Corona.

21 Comments

  1. Direi che il Corona,verso il potere costituito,applica lo stile che secondo Sciascia doveva mantenere l’intellettuale: sempre e comunque contro !
    ;D
    Inchino e baciamano
    Ghino La Ganga

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  2. beh, niente di nuovo sotto il sole.
    Corona è solo figlio di tutta quella parte d’Italia che sostiene, direttamente o indirettamente, mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita e anche di tutti coloro che senza essere dei fuorilegge in senso stretto, prima di qualunque altro vincolo o rinconoscimento sociale, tengono famiglia.
    Insomma, a conti fatti, forse la maggioranza degli Italiani.

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  3. Le formiche e le api sono giustamente considerate da Aristotele “animali politici”, l’errore è quello di considerare “animale politico” anche l’uomo.
    Confrontando i comportamenti degli animali con quelli dell’uomo, ci accorgiamo fra le mica tante differenze, che la gioia del bipede, consiste nel confrontarsi con gli altri uomini e di apprezzare per di più, ciò che lo distingue dall’altro, o emulare l’altro solo per invidia.
    L’accordo che si produce tra gli uomini è quindi per convenzione e artificiale.

    Thomas Hobbes “Leviatano”

    Corona è il prototipo di uomo moderno, ancorato ai valori ed ideali che la società e la classe al potere tramanda, come lui, tantissimi altri.
    E’ solo l’ennesimo frutto del liberismo, anche se probabilmente non sa neanche cosa vuol dire.
    Saluti

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  4. Io ho sempre trovato qualcosa di affascinante e sconvolgente in Fabrizio Corona: la sua completa amoralità (non immoralità: lui non ha alcuna scala di valori, e come tale non la infrange e può sempre sentirsi nel giusto) tocca punti che nessuno scrittore neppure con il più machiavellico degli antagonisti ha mai raggiunto.
    Questa amoralità totale lo rende anche una persona straordinariamente sincera: non cerca neppure di mascherarsi dietro una etica qualsiasi, ma ostenta la sua completa mancanza di valori.

    Ripeto: ogni volta che lo vedo rimango sconvolto.

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  5. Suvvia, vogliamo comparare un antico filosofo all’uomo del futuro?
    Son passati millenni, Galatea, su, il futuro è tutto di Coroni e Berlusconi varî.


    … che brutto futuro…

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  6. E’ solo uno sfigato che sta bruciando tutto ciò che di buono ha nella vita per soddisfare la sua vanità. Un fenomeno del baraccone della televisione italiana.

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  7. Se Corona legge questo pezzo, è facile che ti chieda di fare il suo ufficio stampa, il ghost-writer, e il capo della sua comunicazione. Io al posto suo lo farei di corsa, purtroppo (per lui) mi sa con esiti negativi.

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  8. E’ un antropos (ha cioè aspetto di uomo) ma non è un’anér (un uomo)
    Comunque non vedo, per mia fortuna, la Fattoria. Altrimenti dovrei organizzare un attentato

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  9. fabrizio è il più bello,sexy e affascinante uomo d’italia,altro che tronisti e derivati,lui è troppo figo quando lo guardo mi fa venire in mente cose cattivelle…

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