Ricchi e più ricchi

Sull’isola, l’ho capito in fretta, i vacanzieri si dividono in due categorie: ci sono i turisti e i villeggianti. I turisti sono uguali a tutti i turisti di tutte le parti del mondo, cioè un po’ allegri gitanti ed un po’ colonna infame di sfigati: torme di uomini, donne, giovani o famigliole in cerca di spender bene le due settimane risicate di ferie che il lavoro ed il budget consentono, e con la continua ansia di non saperle sfruttare al meglio. Vengono vomitati dall’aliscafo al porto, con le valige stracariche che perdono sempre per strada qualcosa, un costume, un materassino, un bracciale. I bambini frignano, le ragazze sbuffano per il caldo sorseggiando bottigliette di acqua minerale mai sufficientemente ghiacciata, i giovani hanno una posa scanzonata da uomini di mondo superiori a queste miserie da donnette e i padri di famiglia la faccia di chi sta a perennemente a conteggiare quanto spenderanno per la vacanza e calcola quanto ogni minuto di quel tempo, a casa, sarebbe venuto a costare molto meno. Girano per i vicoli armati di fotocamere e videocamere digitali: fotografano e riprendono tutto, senza neanche soffermarsi a controllare cosa sia, perché hanno i giorni, le ore, i minuti contati, e non si possono permettere di perder tempo a guardare; quindi scattano e portano a casa, dove, con calma, vedranno in seguito le cose che hanno avuto davanti agli occhi.

I villeggianti, no, i villeggianti sono di tutt’altra pasta e di tutt’altra costituzione. Si capisce che sono una razza diversa dal modo in cui camminano senza fretta, facendo lo slalom un po’ schifati fra le comitive. Loro, sull’Isola, ci vengono a far vacanza quando vogliono, perché hanno casa, e il loro incedere, si nota a occhio nudo, è il lento caracollare del padrone. La loro sosta isolana non è dettata da limite di budget, ma dal capriccio o dalla noia: può durare un mese, due, qualche settimana. Vengono quando vogliono, vanno via quando la voglia vien meno; se partono, non è perché richiamati dall’improrogabile scadenza di un calendario, ma perché hanno qualcosa di meglio e di più divertente da fare altrove. Intendiamoci, non tutti i ricchi sono uguali: anche all’interno della ricchezza, l’ho capito dopo pochi giorni di frequentazioni, ci sono distinzioni ben ferme e rigorose. Esistono i ricchi, i più ricchi, e gli schifosamente ricchi, e le tre categorie, che agli occhi di noi esclusi possono sembrare una cosa sola, fra di loro invece sono separate come le caste dell’India, e fanno vita a sé.

I semplici ricchi – chiamiamoli così, anche se solo ad immaginare il loro 740 a me sembra di entrare nella caverna di Alì Babà – conducono un’esistenza quasi normale. Cioè, tanto per dire, per vivere lavorano. Conservano quindi un contatto con il mondo reale, fanno la spesa, spostano da soli le sedie senza aspettarsi che dietro le spalle si materializzi un cameriere addetto alla bisogna. Scialano, ma con la consapevolezza che è uno scialo consentito. La vacanze sono un premio, meritato, ma circoscritto, in cui finalmente si può sudare per il caldo, e non per la fatica.

I più ricchi, a quanto ho capito, già vivono invece in un loro limbo indefinito, fatto di soldi ereditati in famiglia o sposati in varie nozze. Sono, in pratica, figli di o mogli di, molto soli perché i padri o i mariti (ex o in carica) hanno troppi impegni per badare alle loro fisime; al massimo, di tanto in tanto, li accompagnano da qualche parte, quando non ne possono fare a meno; ma per la maggioranza del tempo li parcheggiano lì, sull’Isola, a far le ferie, prender sole, andare in barca, occuparsi dei giardini, delle piscine e del mobilio, che, ho scoperto, nelle case dei più ricchi è in perenne rinnovamento: i tarli dei più ricchi, ohibò, devono far parte del personale di servizio. Le conversazioni alle loro cene hanno un meraviglioso tocco alla Ionesco: è tutto un frullare di parole che vertono sugli ultimi armadi ordinati per la casa, che non sono del colore giusto, e allora, con tocco d’artista, hanno deciso di rimaneggiarli, dandogli una mano di vernice d’oro, che però era troppo d’oro, e quindi han poi deciso di ritinteggiarla con una punta di qualcos’altro, così è venuta d’oro, sì, ma un pochino meno oro, non ancora proprio dell’oro giusto, ma quasi, e con un’altra mano d’oro verrà finalmente perfetta; oppure di barche, comprate in saldo perché costavano solo diecimila euro in più di quanto si pensava, e diecimila euro un più o in meno, ecchevoletemaichesiano, su!

Sorseggiando i cocktail mentre guardano i panorama mozzafiato delle loro ville-attico, si scambiano basilari informazioni sulla unica vita isolana che gli interessa: i walzer di case che cambiano proprietà (quest’anno, il top è la villa che si sono comprate le famose stiliste per un milione d’euro e non più un milione e mezzo come era stato chiesto l’anno prima); il “Party Malva”, che sarà l’avvenimento dell’estate, per cui hanno già comprato la camicia color malva, il pareo color malva, gli infradito color malva e financo i boxer color malva, perché non si sa mai; il famoso attore incrociato alla festa che s’è fermato a chiedere se si stavano divertendo e poi è passato avanti senza attendere la risposta, non si capisce se perché distratto, maleducato o semplicemente tanto impegnato a fare altro, ché le feste e gli ospiti e la mondanità in vacanza a certi livelli son più pesanti di un lavoro.

Gli schifosamente ricchi, invece, non si vedono proprio, anche se si sa che da qualche parte esistono: hanno la consistenza di ectoplasmi, o di leggende metropolitane: si sussurra che siano arrivati, si sussurra che si fermino, si oracola che forse sono andati via, prendendo gli auspici da tanti piccoli particolari, come il cameriere cingalese che scende o meno a far la spesa a Borgo, o i giardinieri mobilitati a spulciare i gerani con una sospetta urgenza. Lo sport praticato dai più ricchi è quello di avvistare gli yacht dei ricchissimi dalle loro barche più contenute e cercare di divinare da qualche indizio chi ne siano i proprietari.

Uh, l’altro giorno al largo di ******, ho visto uno yacht che doveva essere quello di Abrahamovich, perchè pareva proprio quello dalle foto che ho visto sul giornale! Caspita, la mia barca pareva un gommone!” e via a catalogare le meraviglie che si sono indovinate o intraviste, la piscina che si apre sul mare, i due elicotteri e il brigantino a tre alberi che serve da tender, o da scialuppa di salvataggio. “Uhh, ma cosa volgare, uno yacht che ha la poppa fatta come una laguna, e la piscina che si apre direttamente nell’acqua di mare!” è il commento al tavolo.

Già, e c’era anche uno scivolo che andava dal terzo ponte giù, e permetteva di tuffarsi in acqua…” “Spiega l’avvistatore di panfili, sempre sorseggiando l’aperitivo.

Uhhh, una cosa davvero volgare, anzi davvero kitsch!” dice la bionda al suo fianco.

Sì, sì, di un cattivo gusto unico, l’apoteosi del kitsch! – conferma l’avvistatore – Però, confesso…io lo scivolo che va direttamente in acqua è una figata pazzesca, lo vorrei, accidenti!” sospira, con un moto di inaspettata sincerità, condita da un lieve e stupefatto rammarico.

Capisci che non sei ancora abbastanza ricco quando ti rendi conto che ancora non puoi permetterti la tua Disneyland personale.

5 Comments

  1. I ricchi di solito si riconoscono tra loro anche in mancanza di ogni segno distintivo,si fiutano insomma.Poi le abitudini quotidiane e il ritmo al quale spendono il denaro formano i gruppi,gli altri si declassano da soli e formano a loro volta un gruppo di ricchi “minori”.Almeno questa è la mia esperienza.Un saluto

    Mi piace

I commenti sono chiusi.