A Ghino, con cui è sempre bello commentare le interviste vip
Se una ha intorno una febbriciattola, la testa inzuccata, gli occhi che lacrimano per raffreddore, i neuroni che gridano “Nooooo!” al minimo affacciarsi di un pensiero e fuori nevica, che può fare una domenica pomeriggio d’inverno? Stare sepolta sotto le coperte a guardar la tv. Così io, che sono una donnetta frignona ancorché sinistrorsa, ieri pomeriggio mi sentivo più che autorizzata a poltrire, lamentandomi dei miei microbi. Meno male che, facendo zapping fra i canali, sono capitata su Canale 5, dove Barbara D’Urso intervistava Daniela Santanché. Seguendo questo momento altissimo di tv ho avuto finalmente una illuminazione, simile a quella di Paolo sulla via di Damasco, e ho capito che fra donne di Destra e donne di Sinistra la differenza non è politica, ma proprio antropologica: detta in soldoni, ché questi paroloni sono da sinistrorse debosciate, quelle di Destra sono di un’altra pasta e di altra materia rispetto a noi.
L’inizio non era stato niente di che, anche se la D’Urso, per mostrare l’entrata della Daniela nell’agone pubblico, era riuscita a ripescare negli archivi di Canale 5 uno spezzone di Viva le donne, programma anni ’80 condotto da Andrea Giordana e Amanda Lear, in cui la giovanissima Santanché appariva in qualità di concorrente al titolo di reginetta di bellezza. Interrogata però sui suoi futuri obiettivi, la fanciulla, seduta su un trespolo da trucco mentre il coiffeur le cotonava un palco di capelli leonini, rispondeva, seria seria: “Fare il ministro”. Siamo l’unico paese al mondo in cui gli esordi dei parlamentari non si vanno a cercare nelle tribune politiche, ma tra i file di Matricole&Meteore.
“Be’ ormai ci sei quasi riuscita!” ha chiosato la D’Urso, e ha strizzato l’occhio all’amica in predicato di diventar finalmente ministro davvero; o forse era un moto di perplessità, e la D’Urso stava semplicemente facendo un severo esame di coscienza, onde scoprire come mai lei non ha almeno un dicastero.
Ma la superiorità antropologica della Daniela si palesava però poco dopo, quando la Santanché, per chiarire di che pasta è fatta, si metteva a spiegare le circostanze del suo parto.
Ho diverse amiche che hanno figlioli, e i resoconti di come questi ultimi sono venuti al mondo, ahimè, sono sempre imbarazzanti da ascoltare, specie per chi, come la sottoscritta, non ama molto sapere particolari che dovrebbero stare solo nelle cartelle cliniche. Fosse per me, ecco, i racconti sul parto li vieterei a prescindere, salvo nei corsi per le future mamme: in tutti gli altri casi li trovo angoscianti. Anche un pochino ripetitivi, se si vuole: perché in genere le future mamme, specie se primipare, si limitano a dire che hanno cominciato a sentire le contrazioni, e dopo il primo ragionevole momento di panico, han fatto quello che ogni persona di buon senso fa quando è in incinta, in qualsiasi momento della gravidanza si trovi: chiama l’ambulanza e si fa ricoverare, più o meno impaurita.
La Santanché, però, è donna di Destra, mica un fritola come le mie amiche e conoscenti, che, per giunta, lavative sinistrorse, dal settimo mese della gravidanza se ne stanno a casa tranquille, come la legge prevede. No, la Daniela, tanto per cominciare, all’ottavo mese se ne stava in ufficio a lavorare, assittata dietro alla scrivania in tailleur e tacchi d’ordinanza, che, facendo ben ballonzolare il pupetto nella placenta, immagino quanto dovessero renderlo felice.
“Ad un certo punto – ha narrato– ho cominciato a sentire che stavo male, ma non ho pensato che fosse il bambino, perché il parto era programmato per il mese dopo. Quindi ho continuato a lavorare.”
Comincia male, il piccolo: mamma gli ha già fissato un appuntamento e lui pretende di nascere così, quando caspita gli pare? Che diamine, no, faccia anticamera come tutti!
La Daniela, dunque, continua indisturbata a produrre fra una contrazione e l’altra, finché capisce che si sente proprio male male male. Che fa, chiama il 113? Pffi! Decide, un po’ scocciata per l’imprevisto che le spezza la giornata, di andare dal suo ginecologo, però prendendo un taxi, perché solo le donnine piagnose e comuniste pretendono un’ambulanza a spese dei contribuenti tutti.
Arrivata dal medico, questi le chiarisce che sta per partorire. “Ma no, deve nascere fra un mese!” si impunta la Daniela, a cui ‘sto nascituro sembra già un pelino troppo sovversivo e scostumato: non solo pare che voglia nascere, ma pure senza lasciar andare prima mamma dal parrucchiere.
Rassegnatasi però alla notizia, come si comporta, la Daniela? Chiama il compagno per andare in ospedale? Si rassegna a farsi trasportare da qualcuno o almeno accompagnare dal ginecologo (che sarà dovuto andare in ospedale pure lui, no, per assistere al parto)? Macché, figuriamoci: a piedi, “appoggiandosi di tanto in tanto alle bitte della piazza” quando le contrazioni si facevano sentire, arriva all’ospedale. Giusto giusto venti minuti prima che il pupo nasca. Ma, chiarisce, non permette che la spoglino più di tanto: entra in sala parto con i suoi tacchi a spillo e il tailleur.
Risolta la faccenda come si risolverebbe un imprevisto in consiglio di amministrazione, uno si aspetterebbe che, fisiologicamente, date anche le circostanze, la puerpera ammettesse di essere almeno un tantino scombussolata. La Santanché però è di Destra, mica una donnetta debole e singhiozzante che sta lì a pensare alle sue disgrazie. Quando arriva la madre da Cuneo, tutta trafelata, invece di accoglierla con un sorriso o uno sfogo di pianto, le fa un cazziatone che lèvati, perché la povera donna le aveva sempre parlato del parto come di una esperienza dolosa e forte, e invece su, quanti piagnistei, è una robetta che una vera donna manco si accorge, se vuole: una rassettata ai capelli e via, con i tacchi ai piedi, si torna a produrre in ufficio.
Di fronte a tale racconto, persino la D’Urso, e ce ne vuole, è rimasta spiazzata. Ma la Santanché non s’è fatta intimorire: anzi ha rincarato la dose, dicendo che ciò che massimamente le dispiace è di non aver avuto altri figli. Ma, ha assicurato, ci sta pensando, e non esclude addirittura di farne uno appena toccati i cinquant’anni, visto che adesso è ancora una quarantenne.
“E’ il mio obiettivo per il futuro” ha detto. Chissà perché aspettare i cinquanta, mi chiedo io. Forse perché prima non riesce a trovare due ore libere in agenda per partorire?
Giusto non ha neanche 49 anni, li compie ad aprile. Ha un sacco di tempo per i cinquanta.
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ma poi il pupo che fine ha fatto? mica avrà preteso anche di essere allattato, no?
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@marco: Eh, non lo so. Non se ne è fatto cenno, però.
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Ma poi, non ho capito, qual’è il lavoro della Sant…come diavolo si chiama?
Quale valore aggiunto, ed in base a quale professionalità, fornisce al PIL nazionale, al punto da considerare la maternità una questione secondaria rispetto alla sua identità di autoproclamata donna manager?
E questo partendo dai concorsi di bellezza? E chi studiava invece all’università, nello stesso momento, e oggi è magari laureata in astrofisica , con dottorato, e ricercatrice precaria, è perchè è una cozza? Ma chi la considera, a lei, un modello di bellezza e di cultura? Sarei sinceramente e spassionatamente curioso di saperlo…
Lo sò sono domande oziose, come pure la considerazione che costei non è diversa dalle donne di sinistra, è proprio diversa e basta
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Estiqaatsi è molto dispiaciuto per quel bimbo, che il caso ha voluto nascesse figlio di mig… ehm di cotanta madre 😉
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@la.iena: lasciamo fuori dalle nostre polemiche il povero piccolo, va’.
@luo-ban: nel filmato da giovinetta, la Santanché affermava di essere iscritta all’università, e di studiare una cosa tipo “politica internazionale”. In realtà pare che si sia laureata nelle banalissime Scienze Politiche. Quanto ai suoi meriti imprenditoriali, se non sbaglio si occupa di una società di pubbliche relazioni ed è socia di Briatore in qualcosa, tipo il Bilionaire, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
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che poi la santa-anghingò è pure bruttarella, direi. proprio cozza magari no, ma insomma…
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Carissimi (sia mondo che Galatea),
lo vedi? esistono protorisposte che non ci dicono molto. La questione è paradigmatica; come VERAMENTE si è trovata a fare il suo lavoro? Come veramente studiava e come veramente ha conseguito una laurea?
Sono le domande da porre, se ci fosse qualcuno disposto a farlo (cioè no), a tutta la “classe dirigente” (oddio, pensaci); ma da porle in concreto, cioè con riscontri e sentendo testimonianze di chi risulta essere stato vicino (a qualunque appartenente), cioè come fanno i giornalisti, non gli intervistatori televisivi.
Prendi un vita normale, facciamo pure che siamo, in partenza, nell’ambito della borghesia bene milanese (ma assicuriamocene, perchè non lo sò, mmmh); ma è normale conoscere Briatore fino al punto di divenirne socio\a? Hai letto, tanto per dire, l’articolo del Fatto sulle gesta in affari di Briatore (credo sia ragioniere o geometra, come Galliani, il padrone del calcio italiano, il terzo business per fatturato ecc)?
E’ normale in un paese a democrazia avanzata (a fine pasto), nell’ambito del capitalismo ad alta tecnologia, dare per scontato di essere nel gotha imprenditoriale se si gestisce un night o una società di eventi, o similia (e già non scendiamo nel dettaglio)?
Come si arriva nella vita di una personcina della borghesia per bene, dedita al lavoro, appassionata che sò, di politica internazionale, a frequentare abitualmente Briatore e B. in persona? Un matrimonio mi dirai; ecco appunto, elaboriamo su questo e sulla sua autonoma efficacia causale circa la professione esercitata prima e dopo. E così via dicendo: questo sarebbe il contenuto di un’intervista.
Il punto allora, dato che nella sostanza, il programma a cui hai assistito “is cabaret”, perchè stupirsi? Perchè finalizzato a indurre consenso politico e non vuole essere ironico. Dunque persino equipararlo al cabaret è ingiusto verso il genere. Si tratta di informazione taroccata, infotainement di regime, bello insidioso, insinuante, costruttivo, solido.
Persino fare la dura sul parto, nella cornice di una macchina di consenso (senza contraddittorio, senza altro che l’autonarrazione stile diva che rievoca i suoi film, che viceversa sono vagliati dal consenso del pubblico), può servire a creare il personaggio a tutto tondo, “ammazza quanto è forte”, imposto come necessario componente della “classe di governo”.
Certo tu hai degli anticorpi e ce lo segnali; ma questo compito dovrebbe essere dell’AGCOM e, talora, della commissione di vigilanza sul servizio pubblico (tutti troppo occupati su Anno Zero).
Insomma tutto ciò esiste come riflesso, ancora una volta, dello sfascio totale di quei meccanismi correttivi che sarebbero, et voilà, le istituzioni democratiche (un politico non appare negli altri paesi in programmi di info-intrattenimento perchè esistono delle regole, e se compare altre regole gli impongono di sottoporsi ad un penetrante scrutinio sulla propria condotta generale e particolare e, pensa, senza potersi vendicare poi)
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Ammazza che donna verrebbe da dire.
Ma non so perchè mi esce meglio: ammazza che bugiarda!
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e sì, lou-ban… hai completamente ragione…
e allora?
un minimo di “istruzioni per l’uso” sarebbe magari consigliabile, non credi?
o basta avere sufficiente “puzza sotto al naso” da non essere personalmente coinvolti e tutto va più che bene?
Non fraintendermi, non ti accuso personalmente di niente…
Solo che ormai le critiche senza proposizioni alternative mi lasciano molto freddo…
Anche se ovviamente le condivido…
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Non credevo che dire che occorre anche in Italia stabilire delle regole per le comparsate dei politici, segnalare la sostanziale inefficienza e debolezza delle c.d. Autorità indipendenti in tema di controllo dell’informazione, con specifici riferimenti alle ragioni dell’omesso intervento, stigmatizzare come un blog “satirico” divenga l’ultima spiaggia della partecipazione a questi problemi, costituisse una critica, diggiamolo, non costruttiva.
E’ già una linea di azione; si potrà in seguito apprezzare o non l’interlocutore politico che parli o non di questi problemi con coraggio e razionalità, grazie, magari,ad un previo dibattito cosciente in sedi come queste(no il dibattito no!). Ma sì, lo scambio di idee porta a una maggiore nitidezza, alla possibile diffusione e consolidamento delle opinioni; le opinioni entrano nel gioco democratico, riorientano il consenso politico. Se no che altro? La verità è che li votano quasi tutti, gli uni e i complementari altri, ma nessuno si esprime su questi temi nel modo su cui ci troviamo concordi. Magari, se crescono le voci come queste, cui “Ilmondodigalatea” dà spunto, e tante altre, qualche apprezzabile risultato si ottiene. Almeno ci auguriamo, altrimenti pensiamo a come emigrare
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Frignona e sinistrorsa? Ma il caviale che fine ha fatto?
😀
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lou-ban, mi ha colpito quel “senza altro che l’autonarrazione stile diva che rievoca i suoi film, che viceversa sono vagliati dal consenso del pubblico)”. giustissimo.
ma il fatto è che il “consenso del pubblico” si fa credere che ci sia anche per personaggi come questi.
noi lo sappiamo che è così, mentre per la maggior parte dei telespettatori questo non è scontato.
ci vorrebbe però davvero un “tutore”?
sarebbe davvero al di sopra della parti?
è questo il punto. temo che la rieducazione del popolo italiano sarà un affare oltremodo difficile e lungo.
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Galatea , ora so perché la Gelmini ha abolito l’insegnamento della geografia nelle scuole di ogni ordine e grado!
Silvio Berlusconi, like Martin Luther King: ” Ho un sogno: vedere lo stato d’Israele nell’Unione Europea!”
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Vabbé, siamo in pieno mito e autoapologesi della donna alibi….
A proposito di maternità e di essere genitori, ha scritto qualcosa di molto interessante Uriel.
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L’intervista alla Santan… è stato come sentire Conchita alla presentazione del libro di De Magistris a Roma…
Cordialità
Attila
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lou_ban ha ragione. Sarà per questo che io sono già emigrato…
Perché c’è poco da combattere contro uno che indirizza e monopolizza il discorso pubblico. Guardate l’uso del binomio “odio/amore” che ha creato di recente: tutti lo seguono, perfino Prodi nel rifiutare la candidatura. Dico, ma ci rendiamo conto che l’uso delle parole è finalizzato al governo del paese? De Certau insegna, e mica da mo’!
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