In vino veritas: scene di vita campestre fra i banchieri vinai del Qualcheshire

Parcheggiato al bordo della sua piscina, mente guarda l’orizzonte delle colline del Qualcheshire che si estendono attorno al suo poggio privato, e con aperto sulle ginocchia il suo nuovo notebook, il Maestro è perplesso e appena appena malinconico. Un imprevedibile, stupido incidente – si è slogato un polso – ha scombinato i piani di tutte le sue attività, costringendolo ad una vacanza forzata, che lui ha deciso inizialmente di spendere in una nuova romantica luna di miele con la moglie, soli soli, per riposare, nel suo angolo di campestre di paradiso. Il quale però, grazie al suo nervosismo di convalescente bizzoso e incontentabile, s’è trasformato subito in una succursale d’inferno. Sicché, dopo tre giorni, la moglie, esasperata e per nulla vogliosa di protrarre la neoluna di miele, ha cominciato a contattare tutti gli amici, i conoscenti, fino ai semplici frequentatori occasionali del marito, invitandoli a raggiungerli fra le colline toscane e offrendo loro ospitalità illimitata, colte divagazioni, vitto e alloggio: qualsiasi cosa, insomma, purché la salvassero da quel prolungato tété a tété che rischiava di mandarla ai matti. Dato il periodo, libero di raggiungerla così su due piedi ha trovato il solo Teo, il quale, a sua volta, non ha reperito nessuna disposta ad accompagnarlo tranne me. Il Maestro, abituato al caravanserraglio di una corte assai più nutrita, sulle prime c’è rimasto un po’ male a doversi accontentare di così poco: ma poi, vista la mala parata e soprattutto appurato che, al contrario di Teo e di tutti gli altri suoi amici che non sanno nemmeno aprire un computer, io posso insegnargli ad usare il nuovo portatile che gli han regalato per compensarlo della bua, ha accettato la cosa di buon grado, con un sorriso da mecenate, e la novità l’ha così divertito da prendersi la briga di organizzare anche qualche distrazione per gli ospiti.

“Stasera potremmo andare alla degustazione a Villa ****!” butta lì infatti, mentre tenta per la centesima volta di aprire il programma basilare di videoscrittura che gli ho caricato, e, non riuscendoci nonostante le istruzioni ricevute, finge una aristocratica indifferenza.

“Chi la organizza? Oddo?” chiede Teo con aria annoiata, mentre sta stravaccato su un lettino come un leone marino spiaggiato sulla banchisa.

“Sì, la Banca gli ha dato da gestire tutta la cosa…” annuisce il Maestro.

“Che coglioni. Non sa distinguere una botte da un tetrapack. Ma sì, potrebbe essere divertente…”

Io, che ho seguito lo scambio di battute senza in pratica capire una cippa, annuisco: so per esperienza che il loro mondo è fatto di individui così, che si chiamano Oddo, Lupo o Tancredi e vengono incaricati da qualche Banca o da qualche Istituzione di gestire ville, castelli, teatri e cantine con lo scopo di invitarci dentro gente a non si sa ben far cosa.

Alle sette, vestiti di tutto punto, montiamo sul pulmino quasi suv (però ecologico) che la moglie del Maestro – unica patentemunita in famiglia – usa per gli spostamenti in vacanza, e, qualche poggio più in là, arriviamo a Villa ****. Il complesso è da togliere il fiato: una cascina cinquecentesca attorniata da colline a vitigno che si perdono fino all’orizzonte e forse ben più in là. A guidare gli invitati verso la villa, filari di candele che mimetizzano astutamente faretti elettrici, mentre su tutto aleggia con discrezione lo stemma della Banca, che è onnipresente, in realtà, ma siccome è anche lui cinquecentesco viene spacciato per ammennicolo storico, retaggio della tradizione, eccetera eccetera.

All’entrata il Maestro non fa neanche l’atto di tirar fuori l’invito, si limita a guardare con degnazione i due buttafuori, dando per accertato che debbano sapere chi lui sia e che certo un invito ce l’ha, e aggiunge, indicando noi con un cenno: “Sono con me!”. I due buttafuori si scansano senza un fiato, come le porte della grotta di Alì Babà all’apriti sesamo.

“Maestro, che onore averla tra noi!”

Il tizio tondo e flaccido che si scapicolla a salutarlo immagino subito che sia “Oddo”. Allunga una mano e stampa sulla faccia un sorrisone che però si gela non appena riconosce Teo: “Oh, ci sei anche tu!” mormora, facendomi capire che fra i due, vai a sapere perché, non deve correre buon sangue. La ragione la intuisco intuisco però subito:

“Già, non ci si vede da quel tuo convegno nelle Langhe sul tartufo…ricordi? -fa Teo- Quello in cui finimmo tutti intossicati al Pronto Soccorso…mi toccò scrivere una recensione feroce su Paesaggi, Cibo e Vino!”

“Fu un’influenza intestinale! Un’influenza intestinale! Lo spiegai al tuo direttore!” sibila Oddo, diventando più verde che se il microbo della famosa influenza avesse ricominciato a fare il suo sporco lavoro.

“Sì sì, certo, ricordo…” biascica Teo annoiato, guardandosi in giro, già in cerca del buffet.

I tavoli tondi, ricoperti di tovaglie bianche di Fiandra che in controluce, ad un occhio attento, rivelano il solito stemma bancario, sono colmi di ogni ben di Dio, dando per scontato che Dio sia di ascendenze toscane: piatti di fine porcellana (con stemma) tracimano di crostini ai fegatelli e pasticci in monoporzione appoggiati su letti di salsa; calici e bicchieri (con stemma) vengono riempiti con occhiuta deferenza da maitre in divisa (con stemma) che han l’aria sostenuta da coppieri divini. Io, da astemia, cerco di evitarli con grazia, e nel frattempo, piattino in mano, in precario equilibrio su tacchi che di tanto in tanto affondano nel prato, girello intercettando lembi di conversazioni. Così, dietro una colonna del porticato, mi imbatto in Oddo, che si sta facendo intervistare dalla troupe di una tv satellitare. Riconosco a botta sicura la giornalista, una bionda qualche anno fa salita agli onori della cronaca rosa e nera per esser stata l’ambiziosa amante di noto politico della Prima Repubblica poi inquisito, e quindi scomparsa frettolosamente dagli schermi Rai. M’ero spesso chiesta che fine avesse fatto, con la curiosità con cui ti domandi dove sarà mai andata a stare la vicina di casa che ha cambiato quartiere all’improvviso.

“Tiene un programma di enologia su ****.” mi informa Teo, e cita un canale specializzato in trasmissioni per ricchi, tipo speciali sulle regate veliche chic e i premi di equitazione del jet set internazionale.

Oddo le mostra una serie di bottiglie appoggiate su un trionfo di stoffa purpurea, come neonati d’imperatore: “Sono i vini della Banca, vede? Prendon nome dalle ricorrenze storiche dell’Istituto…Il 1521, che è la data di fondazione, e il pregiato 1734, anno in cui la Banca si fuse con la Cassa di **** e prese l’assetto che vige ancor oggi, in pratica…la Banca ha deciso di investire in questo progetto enologico d’eccellenza, che verrà distribuito in parte ai clienti storici, mentre un’altra parte verrà immessa nel mercato, ovviamente in punti vendita selezionati e soprattutto all’estero, così il brand della Banca entrerà a far parte di quelli di eccellenza gastronomica che sono i migliori ambasciatori della cultura italiana all’estero…”

Carezza le bottiglie, come carezzerebbe dei neonati, le prende in mano ad una ad una, poi si perde in una digressione infinita sui metodi di fermentazione, imbottigliamento, invecchiamento nelle grandi botti cinquecentesche che la Banca ha comprato apposta assieme a poggio, villa e cantina da una antica famiglia decaduta (o magari, sospetto, li ha solo incamerati a costo zero, offrendo agli aristocratici ormai spiantati di appianare così il rosso dei loro nobili ma vuoti conti correnti). La bionda intervistatrice gli tiene il microfono sotto il naso e regge con l’altra mano la pashmina di seta che la avvolge, mentre si disinteressa completamente a quanto viene raccontato e lascia vagare lo sguardo fra gli ospiti, forse alla ricerca di un qualche onorevole in grado di soppiantare quello di un tempo.

Io raggiungo il capannello dove Teo ed il Maestro tengono banco, formato da un crocchio di cinquanta-sessantenni robusti, tutti muniti di calice da degustazione e di giacche fatte su misura. Mi vengon così presentati l’avvocato ****, principe fiorentino del foro, il dott.****, chirurgo di gran fama, l’onorevole **** e per ultimo il dott. ****, ex gran dirigente di nota azienda miseramente fallita senza che questo compromettesse la sua milionaria buonauscita di pensionamento. Tutti, scopro ascoltandone i discorsi, si sono riconvertiti alla proprietà terriera, ed ora gestiscono nell’intorno aziende agricole che producono vino ed olio per ristrettissime cerchie di appassionati.

“Dovresti farlo anche tu! – dice l’Avvocato al Maestro – invece di tenere casa qua solo per le vacanze…”

“E vuoi metter la soddisfazione – aggiunge il Chirurgo– di poter guardare ogni sera le tue vigne, il tuo podere, come i signori d’un tempo…”

“E poi – rincara l’ex Amministratore Delegato – tornare alla terra, a qualcosa di saldo, di arcaico, non di volatile come i mercati….”

Il Maestro è tentato, lo si vede da come gli sbriluccicano gli occhi di un guizzo mascherato dietro ad un quasi sbadiglio di indifferenza. L’idea del poggio, del podere, del signorotto di campagna che guata dall’alto i suoi possedimenti mentre i contadini vendemmiano cantando canzoni e la vita scorre lontana, senza lasciar traccia, di secolo in secolo, lo affascina e lo seduce. Me lo vedo anche io, come riesco ad immaginare i suoi nuovi sodali, tutti riconvertiti alla vita bucolica dopo aver fatto quattrini altrove. E mi vengono subito alla memoria altri loro simili, banchieri del tardo Rinascimento, mercanti veneziani del dopo Lepanto, passati a investire in terre e campi una volta esaurita la spinta vitale che li aveva portati ad andare per il mondo a cambiar valute e commerciare stoffe, prestar denaro ai re e vender panni a casa del diavolo; o gli aristocratici romani della Tarda Antichità, chiusi nelle loro ville principesche, attorniati da servi e famigli, ormai disinteressati alle conquiste e persino alla gestione dell’impero in decadenza, paghi solo del loro angolo di privato paradiso da cui avevano escluso tutti gli altri, compresi quei barbari lontani, che ogni tanto passavano le frontiere e rompevano ormai gli argini, travolgendo gli avamposti più sperduti.

Teo alza il calice, ridendo troppo forte a non so che battuta campestre. Prosit, va’.

È un racconto di fantasia che non fa riferimento a banche, banchieri, Maestri, avvocati, ex dirigenti di grande aziende, chirurghi, onorevoli, giornaliste di tv satellitari o vini pregiati realmente esistenti, nel Qualcheshire o in qualsiasi altra italica landa vacanziera chic.

7 Comments

  1. invidio il tuo giro di conoscenze (o la tua fantasia): con la fauna che ti sta attorno non ti annoi mai… 🙂

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  2. A parte un tête-à-tête su cui sorvolare per non sembrare pignoli, ci sono frasi come questa:

    “su tutto aleggia con discrezione lo stemma della Banca, che è onnipresente, in realtà, ma siccome è anche lui cinquecentesco viene spacciato per ammennicolo storico, retaggio della tradizione”. Lasciamola correre così, anzi, zoppicare, ma almeno scrivere “anch’esso”, visto che si tratta di un oggetto.

    Prima ancora c’è questa: “Dato il periodo, libero di raggiungerla così su due piedi ha trovato il solo Teo, il quale, a sua volta, non ha reperito nessuna disposta ad accompagnarlo tranne me”. Afosa. E poi: “reperita”?

    Quindi: “Che coglioni. Non sa distinguere …”. Bell’ambientino di sofisti conservatori.

    Le casse di risparmio mi risulta che compaiono nel XIX secolo.

    Voglio pensare che lo ha scritto Teo, dopo una notte in bianco a causa del vino invecchiato in botti del …. Cinquecento!!?

    🙂

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  3. Ma Teo non ti legge mai sul web? E il Maestro (forse lui no, troppo snob o inetto di tecnologia, ma potrebbero riferirglielo)?

    E se si riconoscessero? (ipotesi quanto mai verosimile 😉 )

    Oddio, non temi?

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  4. @Alice: Il Lui l’intendevo come una forma di personificazione. Secondo me lo stemma vive di vita propria. Correggo tete a tete non appena capisco dove si inseriscono i simboli con il nuovo mac. Quanto a “reperita”: reperita, sì, come una cosa da mettere in valigia.
    @Johnny: Teo ed il Maestro, come specificato nel post, non sanno usare il computer. E poi non esistendo hanno anche qualche ragionevole problema a collegarsi ad internet. 🙂

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  5. Dovresti fare come la Moratti.
    Travestirti e aggirarti nottetempo lungo le strade a rischio del Qualcheshire, novella Zola: potresti anche vederne delle belle.
    Io intanto mi accontenterei di vedere la Moratti travestita (Come? Con il boa di piume di struzzo?) a zonzo per Milano.

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