Figlie e amanti

“Eccola là, ti ho beccata!”

Alessandra fa capolino nel mio studio con un sorrisone che le illumina il viso, e che faccio appena però in tempo a scorgere, prima di ritrovarmela al collo, per abbracciarmi.

“Che ci fai qui, non eri in America?”

Ride: “Sono qui per una settimana, riparto subito. Ero passata a salutare mio padre e zio Guido mi ha detto che ora hai una borsa di studio e collabori con loro, per cui sono piombata a salutarti!”

Zio Guido, naturalmente, è il Vecchio Barone, ed Alessandra è l’unica fra i figli dei suoi collaboratori passati, presenti e futuri che si possa permettere di chiamarlo affettuosamente così. Un po’ perché ad Alessandra non si può non voler bene e lasciarle fare ciò che più le aggrada, e un po’ perché tanto, quando ha deciso di fare una cosa, è inutile cercare di opporsi.

Che sia stato il Vecchio e non il padre a dirle che lavoro in Università non mi stupisce più di tanto: nonostante siano passati mesi, Lui la cosa non l’ha digerita. Si vede dalla studiata indifferenza con cui, ogni volta che ci incrociamo in un corridoio o fra gli scaffali della biblioteca, fa sempre finta di accorgersi della mia presenza all’ultimo momento, per prodursi in un saluto frettoloso e vago, di quelli che non intersecano mai gli occhi. Cosa sia quell’imbarazzo, anzi, se sia imbarazzo non l’ho mai capito: ormai è passato così tanto tempo da quando ci siamo lasciati che nulla giustifica quel voler schivarsi come degli estranei non si schiverebbero mai. Conoscendolo, però, sospetto che più che di imbarazzo si tratti piuttosto di fastidio: il fastidio che provano certi uomini nel vedere che sei sopravvissuta all’abbandono, perché il loro innato egocentrismo li porterebbe a desiderare che, una volta che t’han mollato, tu avessi il buon gusto di morire là, o almeno passare la restante esistenza a macerarti nel ricordo di quanto siano stati belli i giorni in cui t’amavano.

“Allora, che dici, ci facciamo una pizza stasera o domani? Ti prego, dimmi di sì, ho una gran voglia di vederti, è una vita che non ci facciamo quattro chiacchiere fra noi in santa pace!”

La guardo, è diventata bellissima. No, siamo giusti, bellissima lo è sempre stata. Ma quando l’ho conosciuta era una quindicenne vulcanica che non stava ferma un attimo, ed aveva una abilità incredibile nel finire al pronto soccorso per aver tentato acrobazie con lo skate. Ora invece, che di anni ne ha ventotto, è una donna meravigliosa, che ride, parla, scherza e si tormenta come un tempo la sventurata ciocca di capelli castani, scelta come sfogo del suo nervosismo quando le tocca stare nello stesso luogo per più di cinque minuti.

Ci siamo sempre state simpatiche, Alessandra ed io. Per quanto posso ricordare mai un litigio, mai un broncio, persino se l’ho conosciuta in quella nefasta età in cui è normale tenere il broncio al mondo senza sapere perché. Certo ha aiutato il suo carattere del tutto incapace di meschinità o ripicche, e quella punta di saggio fatalismo che le ha fatto intuire, fin da piccolissima, che gli adulti, ivi compresi i genitori ed i nuovi compagni dei medesimi, non sono altro che esseri umani come tutti, e quindi soggetti, come tutti, a fare le più improponibili cazzate. Una mano l’ha sicuramente data poi la mia totale mancanza di senso materno, o di velleità da madre surrogata. Ero la compagna del padre, e ho dato per scontato che a lei potessi stare sulle palle: forse per questo m’ha subito accettato. Gli adolescenti, si sa, pur di farti dispetto sono capaci di ogni cosa.

“Ma dove stai, da tua madre o da tuo padre?” chiedo.

“Ma che, scherzi? Mi vuoi in manicomio? Sto in albergo! Mia madre vive ancora con quel mezzo scrittore fallito che si crede Hemingway mentre è solo imbriaco ciucco da mattina a sera, e papà… be’ dai, da papà non si può…”

Si ferma, mi guarda come se si volesse mordere la lingua.

“Non ti preoccupare, lo so…” dico, ridendo a mia volta.

Lei fa una smorfietta di sollievo: “Ah, meno male, non te ne frega più niente, temevo di aver fatto una gaffe…sai, ho preferito evitare di star da lui perché è un pochino imbarazzante: l’ultima avrà sì e no vent’anni! Insomma, ormai ho la mia età anche io, e ritrovarmi con una tizia che sta a casa stravaccata sul mio divano e ascolta nello stereo roba da bimbominkia invece di qualche bel pezzo rock…è che, cosa vuoi, quando ho conosciuto te mi veniva spontaneo trattarti come una sorella maggiore, e poi con quelle venute dopo, vabbe’, eravamo pressappoco coetanee. Ma ora, se restassi a casa una sera da sola con la tizia di adesso, mi verrebbe da chiedermi se le devo fare da baby sitter, cazzo! Almeno una volta eri tu che mi portavi in gita a Gardaland, ora mi sa che lo dovrei fare io con lei.”

Ride, senza cattiveria. Come al solito non giudica mai il mondo, al massimo lo osserva divertita.

“Per quella pizza? Ti va?”

“Prendo la giacca e arrivo.”

Gli amanti si possono anche perdere per strada, ma Alessandra no.

Al solito, perché qui bisogna sempre specificare, questo è un racconto di fantasia e blablabla blablabla. Poi se volete pensare che racconto la mia vita privata, fatti vostri. Ma allora siete degli impiccioni.

7 Comments

  1. come dice un mio amico, fratello di una donna con cui son stato per qualche anno, ahimè un sacco di anni fa:
    “una morosa dura quel che dura, ma un cognato è per sempre”.

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  2. ben scritto. Un bell’esempio di come il sistema patriarcale impone discriminazioni non solo di genere, ma anche di eta’.
    Perche’ avevo gia’ capito che l’ex di cui parli aveva amanti sempre piu’ giovani? Per la triste realta’ che viviamo in quanto donne. Mi piace leggere i tuoi articoli sui rapporti interpersonali e affettivi (non li definisco uomo/donna in quanto sarebbe eteronormativo). Scrivi ancora.

    Catia

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