Il sindaco Taragnin e il Natale della crisi economica

La crisi è crisi per tutti. Ma quando capita sotto elezioni, oltre che crisi, è pure iattura. Il Sempresindaco Taragnin, da vecchia volpe della politica, le regole del gioco le sa bene, e tutte. Agli elettori del paesello puoi fare durante l’anno qualsiasi sgarbo, lasciare marciapiedi sbrecciati, inventare sensi unici deliranti, dimenticarti la manutenzione delle strade ed abbandonare il verde pubblico alla devastazione più bieca. Ma sotto Natale Spinola s’ha da vestire a festa, non tanto per rispetto verso la religione, quanto per ottemperare a quel comandamento che tiene unite le comunità: far schiattare d’invidia i paeselli vicini.

Il problema è che, girala come la vuoi girare, le casse di Spinola, per via dei tagli del Governo, quest’anno sono vuote. La cosa non si può dire ufficialmente, visto che Taragnin è membro di un partito della coalizione di Governo; per cui in tutti i discorsi ufficiali si è profuso ad assicurare che tagli non ce ne sono stati, solo una riorganizzazione della spesa, quindi quest’anno, dato che si investirà in modo più efficiente, si potrà fare tutto quello che si faceva negli anni passati, e anche meglio.

Ma la realtà, che è un po’ comunista, non si è piegata ai proclami di Taragnin. Per quanto nella commissione festeggiamenti presidiata dalla di lui sorella Carmen si siano scervellati a riorganizzare, ottimizzare ed efficentizzare le spese, per i festeggiamenti del Natale non avanza un baiocco. La scure si è abbattuta trasversalmente su tutto: persino l’assessoressa Mariolina Brosego ha dovuto ridurre di un buon 40% la cubatura del Presepe tradizionale, perché statuine, casette e parafernali vari rottisi durante i mesi di giacenza nel magazzino comunale non si sono potuti rimpiazzare; dopo infinite contrattazioni è riuscita solo a strappare l’acquisto di un nuovo bambinello, dato che il vecchio, seppure non rotto, aveva una manina sbrecciata; ma è stata l’unica concessione, ottenuta a denti stretti dopo un serrato confronto di più ore in Giunta, e passata unicamente perché l’assessore leghista Serato l’ha infine appoggiata, visto che il nuovo modello di bambingesù prescelto era ancora più biondo e più celtico del precedente.

L’architetto e Light Designer Francesco Saverio Montebaldo non si è visto rinnovare il contratto per “ridefinire lo spazio” e il Natale con le sue luci ballerine. I meglio informati sussurrano che la cosa sia stata legata non tanto ai tagli, ma ai quindici giorni di ingessatura che il Sempresindaco Taragnin aveva dovuto sopportare dopo essere malamente ruzzolato per terra a causa dei disguidi legati all’installazione natalizia dell’anno precedente. Fatto sta che l’architetto è tornato a Milano, dove continua il suo ruolo di ambasciatore di Spinola nel mondo, ma con molto meno appoggio da parte dell’istituzione locale.

Travolta dalle grane dei buchi in bilancio, la Carmen, da sgamata donna padana qual è, non si è però persa d’animo, conscia che sulle decorazioni natalizie si gioca gran parte del prestigio politico del fratello, la sua futura rielezione, nonché, di riflesso, la possibilità per lei di rimanere presidentessa. Quindi ha convocato il fratello, il responsabile del magazzino comunale ed il geometra Bondato, capo del medesimo, in seduta a casa sua, per cercare una soluzione pratica.

Ghe vol i schei par le decorasion!Almanco quatro sluzéte da pìcar in giro, o i comercianti me magna!” ha detto con tono che non ammette repliche.

Eh, ma non ghe ne g’avemo – ha detto il geometra, mentre il capo del magazzino suo sottoposto annuiva mestamente – l’ano passà le xé restae in magazen parché ghe gera quele de l’architeto…le g’ha ciapà umido e adesso le xé tute folgorae!

No xé posibile! G’avemo da trovar qualcossa!” ha gridato la Carmen, esasperata.

Il capo del magazzino, a questo punto, ha preso il coraggio a due mani e, sfidando lo sguardo da gorgone della Sempresorella, ha osato balbettare, con voce tremante: “Ghe sarìa però le cioche, quele dela note dei Saldi!

Il geometra Bondato, pio quarantenne che dalla nascita non s’è perso una messa ed è stato assunto in Comune dietro raccomandazione del parroco, per cui ha fatto e fa il nozolo a tempo perso, lo ha guardato scandalizzato: “Ma le xè viola! No ti vorà miga far le cioche de Nadal viola, che par Quaresima!

La Carmen, cui le sottigliezze teologiche e la simbologia cristiana son sempre sembrate trascurabili di fronte ai seri problemi di una rielezione in forse, ha tagliato corto, tirando fuori una soluzione geniale da casalinga: “Intanto no le xè viola, ma lilla. E po’ che problema ghe xé? Nialtri le butemo in lavatrice e le fazemo deventàr de un altro color, no? Ghe xè le bustine!

Così, il giorno dopo, una processione di tre Re Magi (il geometra Bondato, il capo del magazzino ed un giovane operaio tuttofare) si sono presentati alla casa di Carmen, portando in dono le ceste ricolme di fiocchi lilla che la Carmen stessa aveva comprato per la Notte dei Saldi estivi. La Sempresorella le ha ficcate tutte in lavatrice, aggiungendo una polverina magica, il colorante che lei usa per rinnovare di tanto in tanto il parco camicie del compagno, dato che comprarne di nuove quando ancora quelle vecchie non sono da buttare le pare un inutile spreco.

Dopo due ore di rùmega-rùmega, l’operazione alchemica s’è conclusa, e dalla pancia della lavatrice sono uscite le ciocche rinnovate. Che non erano più lilla, no, ma neppure del colore previsto, cioè grigio argentato: eran piuttosto di una nuance indefinita fra il rosa slavato e il madreperla a brandelli.

Le xè brutine!” ha detto guatandole il geometra Bondato. “Le xè brute!” ha commentato il capo del magazzino comunale, scuotendo la testa sconsolato. “No, le xè orende!” ha chiosato con assai meno delicatezza il giovane operaio generico, ancora ignaro di ogni forma di diplomazia necessaria a far carriera.

Brute o bele, queste g’avemo e queste usaremo! – ha sentenziato la Carmen – Se qualchidun dise qualcossa, ghe rispondemo che no’l capisse niente parché xè el color che se usa ‘sto ano!

Quindi la Carmen stella cometa e i tre Re Magi al seguito sono passati per tutta Spinola ad appendere ciocche quasi rosa un po’ ciancicate per l’asciugatura veloce, sotto lo sguardo costernato dei negozianti.

Il sindaco Taragnin ha tirato un sospiro di sollievo, sicuro che la questione addobbi fosse stata positivamente risolta. Si è crogiolato in questa convinzione finché il suo cellulare non è squillato perentorio.

So’ Anselmo. – ha chiarito una voce all’altro capo, quella del costruttore più noto di Spinola – Cossa femo per l’albaro?

Taragnin è caduto dalle nuvole: “L’albaro de Nadal? Ma ghe xé i lumini soliti, lo fazemo davanti al Municipio, sul pin più alto!

Eh no, ostrega! – ha tuonato l’Anselmo – che mi g’ho da vender tute le casete nei do’ quartieri periferici. Go bisogno che ti me fassi i albari anca là, che sinò co la gente vien a vedar i condomini, i me dise che i xé anca bei, ma senza neanca un lumin par le feste e i par un mortorio!

Ma to’ amia! Mi no g’ho miga schei par comprar altre luzete par altri albari, ‘sto ano! Quele g’ho! I soliti tre cordoni de luzete da méter intorno al pin del Comune!

E ti, inveze che meterle tute e tre sul pin davanti el Comune, ti le dividi, no? Ti fa tre pineti più picoli, uno par quartier, co’ un giro de luzete solo! Tanto ghe xè le cioche!”

Ma vien ‘na miseria!”

E ciò, co’ no se g’ha, quel poco che resta se divide !”

Ostrega, ti me deventi comunista, desso che no ghe xè più schei?”

Ma va’ in mona, va’. E da’ ordine che i meta le luzete!”

Il Sempresindaco ha fatto immediatamente la telefonata al magazzino comunale, e i tre Re Magi sono usciti di nuovo in processione, per approntare nelle tre frazioni un piccolo alberello per ciascuna, su cui avvoltolare un solo striminzito giro di lumini.

La sera, Taragnin si è fatto un giro in macchina, per Spinola, mentre fioccava la prima neve, e i pallidi e poveri lumini dei tre abetelli donavano riverberi spettrali alle ciocche slavate e meste pendenti dalle insegne dei negozi. E pensando agli sforzi fatti dalla Carmen, e dai negozianti, e dagli operai del magazzino per rabberciare un risultato tanto misero, ha riflettuto su una regola aurea che vale in ugual misura per capitalismo e comunismo, destra o sinistra: co no ghe xé schei, no te resta altro che la miseria.

 

E’ un racconto di fantasia. La stessa che ci vuole per tirare avanti in questo paese.

 

7 Comments

  1. Ho appena letto tutto d’un fiato il trittico su Pitagora, e mi sono confermato nei motivi che, nonostante una qualche spocchia, mi fanno tenere il tuo feed come quello di uno dei blog meglio scritti.
    Un saluto.
    ugolino

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