La discoteca e lo Stato Sociale

La coda di cavallo. Di Àlvaro Zanon è quella la prima cosa che noti. La coda di cavallo, lunga, fluente, con i capelli appena appena arricciati che scendono fin giù dalle spalle come un soffio. Ci tiene da matti ai suoi capelli fluenti, Àlvaro; tanto è vero che la Svetlana, quel gran pezzo di slava con cui convive da anni, dicono che all’inizio se la sia presa in casa per questo: perché era un gran pezzo di slava, ok, ma soprattutto ex parrucchiera. E quindi ogni sera, prima di andare a letto, la Svetlana gli lava la chioma, la imbalsama tutta, e spazzola per un’ora i capelli di Àlvaro, divenuto il suo unico cliente in esclusiva, come fossero quelli di un bambolotto, così non si fanno i nodi e restano tutta una nuvola di boccoloni, per essere di nuovo acconciati a coda di cavallo, il mattino dopo.

Oltre ai suoi capelli, l’altra grande passione di Àlvaro è il Timbuctù, cioè il suo locale. Quando è arrivato qua dall’Argentina, perché l’Àlvaro è uno di quei Veneti figlio di genitori che erano andati in Sudamerica a far fortuna, e sono tornati poi a pietirla in Veneto, se lo è aperto. Quando esci da Spinola, dopo aver superato un paio di rotonde in perpetua via di completamento, lo vedi per forza, il Timbuctù: uno scatolone spoglio che sembra un emporio di scarpe in disuso, in mezzo ad un parcheggio immenso e scalcagnato. All’inizio, quando Àlvaro aveva vent’anni, era una discoteca. Non una grande discoteca, a dire il vero: più che i fasti di Milano o Rimini, o anche di Jesolo Lido, ricordava il garage dove al liceo si facevano i festini: divanetti scomodi dai cuscini poco lavati addossati ad un muro color rosso porpora. Chi ci andava era soprattutto la marea dei ragazzini di Spinola e dei paesotti di campagna vicini, il sabato pomeriggio: non si potevano ancora permettere la macchina, e allora prendevano il bus e scendevano alla fermata davanti, i ragazzotti con i capelli incatramati di gel che si rizzavano sulla capoccia tipo aculei di porcospino, le ragazzine con minigonne più corte delle cinture usate per tenerle su, bocche rossofuoco e occhi bistrati di nero come quelli di ogni sedicenne che voglia passare per una navigata donna di diciotto.

A Spinola non c’è ex adolescente proletario o piccolo borghese che non non abbia per la prima volta allungato la mano su una coscia su un divanetto del Timbuctù: il locale è stato l’ora di educazione sessuale di una intera generazione di odierni quarantenni. Se i ragazzi ricchi e maggiorenni potevano migrare altrove con macchine veloci e roboanti, verso posti pieni di luci e di mojiti, per quelli poveri o con limitate possibilità non c’erano alternative se non lo scatolone rossopompeiano, dove la cubista il sabato sera indossava tanga leopardati che al mattino erano stati esposti in bella mostra sulla bancarella di mutande dell’Antonia, al mercato.

Ma i sedicenni e i diciotenni poveri hanno un problema: che sono poveri, appunto. Entravano con in tasca pochi spiccioli, e manco li spendevano tutti, perché mamma aveva intimato loro di tenersene almeno un po’ per il biglietto del bus che li doveva riportare a casa. Dopo una decina d’anni, l’Àlvaro aveva capito che quel business là non aveva futuro.

Sulle prime aveva pensato di riconvertire il locale alla lap dance, contando sul fatto che la Svetlana era una gran bella donna, e le cubiste erano ben fornite di tanga leopardati. Aveva attrezzato il locale con un po’ di pertiche, recuperate dal cugino bidello fra quelle dismesse dalla palestra del Comune: ripittate con una mano di rosso pompeiano, si erano armonizzate ai muri e i divanetti già esistenti che erano un bijoux. Per mettere subito le cose in chiaro aveva anche detto, cuore in mano, alle ragazze che se dopo lo strip volevano arrotondare con i clienti non c’era problema, bastava che gli passassero una giusta percentuale e stessero attente a non creare casini con i Carabinieri, ché il cugino bidello era amico d’infanzia del maresciallo, e quelle figure là in paese non si potevano proprio fare.

Ma il business non aveva preso piede per il contesto geografico ostile: non il paese, quanto piuttosto il parcheggio, che, ampio e troppo aperto, rendeva facile l’identificazione delle macchine dei clienti. Non facevano tempo ad arrivare che la Iris Bortolato, ottantenne dalla vista di lince abitante giusto di fronte al Timbuctù (unica casa nel raggio di chilometri), subito si segnava le targhe, e il giorno dopo, chiamata la fida Mirta Stroffolo, sua compagna di carte nonché zia del vigile urbano Marton, risaliva ai nomi dei proprietari; quindi, la prima volta che ne incrociava le mogli al supermercato, chiedeva, serafica, alle signore: “Ah, ma so marìo come el sta? Eh col lavoro che fa, povareto, chissà come che’xé stressà! Fortuna che vedo che el va ogni sera alla balera, di fronte a casa mia, sa quella dove ci sono tutte le slave…”.

Al che la clientela, nel giro di pochi mesi, si era assottigliata, perché gli Spinolensi avevan preferito locali più lontani, o per lo meno con parcheggi meno facilmente sorvegliabili dalla Iris.

Il povero Àlvaro se l’era vista brutta, anzi aveva quasi pensato di mollare tutto, riesumare il diploma da ragioniere e cercare lavoro stabile, magari al Banco di Santa Eufemia, dove uno zio sacrestano aveva qualche aggancio tramite un suo ex parroco diventato vescovo nel frattempo. Ma se l’Àlvaro poteva accettare andare a finire dietro ad uno sportello, la prospettiva di dover tagliare la chioma e la coda di cavallo per rispettare i canoni del Banco di Santa Eufemia era troppo per lui.

Poi d’improvviso l’illuminazione, che ad Àlvaro era piovuta dal cielo come agli Apostoli il dono delle lingue, mentre beveva una sera assieme alla Svetlana una birra alla sagra del paesotto e si guardava attorno.

Nella piazza del Municipio, sotto le stelle e sopra il palco, tutti i vecchietti di Spinola erano invorticati in un giro di liscio che non finiva più. Non solo ballavano, ma per entrare in pista c’era la coda, una fila di ottantenni e settantenni vestiti a festa, i maschi con le giacche aperte perché le panze ballonzolanti non consentivano ai doppiopetti di chiudersi più, le femmine con tacco e giacchino leopardato che lasciava scoprire décolleté generosi anche se orma frananti. Eccolo là, il suo pubblico: quel nugolo di anzianotti e anzianotte che avevano la smania di stringersi in un ultimo abbraccio di tango prima che la morte abbracciasse loro per il giro di pista finale.

Tolti i pali, riconvertite le lap dancers in normali cameriere (restando valido l’impegno di spartire comunque a percentuale se un nonnino avesse dimostrato interesse per una nottata di fuoco), il Timbuctù ha trovato nuova vita come balera-revival: nella sala grande, dai divanetti pompeiani, ogni sera orchestra di liscio, che tanto i vecchietti non han il problema di dover andare al lavoro la mattina dopo; nella sala piccola, il venerdì e il sabato, musica anni ’60 fino agli ’80, ché dopo no il suo pubblico le canzoni non se le ricordava.

Un successone. Il Timbuctù è diventato un locale da tutto esaurito: persino Taragnin, al tempo della sua seconda elezione, aveva deciso di festeggiare là con i suoi votanti over settanta, che del locale eran tutti affezionati clienti. Àlvaro lo potevi vedere in giro per Spinola soddisfatto, con la sua coda di cavallo sempre fluente, la giacca doppiopetto color grigio argento dai riflessi spaziali, un po’ divisa di Star Trek, e un sorrisone da orecchio ad orecchio.

Fino a qualche tempo fa, almeno, perché ora ha un che di cupo. L’altro giorno, vedendolo seduto al tavolino del bar con una musana che toccava il pavimento, mi sono avvicinata incuriosita.

«Cosa c’è che non va, Àlvaro? La crisi?»

«Macchè, mica è quelo. – ha risposto lui, perché fra antenati Veneti e nascita argentina le doppie sono delle cose che proprio non ha mai capito come funzionino – È che il Governo dovrebe far di più per la famiglia, sai quele robe là che lo stato sociale e gli asili par i figli…»

«Ma come mai ti interessa tanto? In fondo i tuoi clienti sono tutti già fuori età riproduttiva…» ho detto, ridendo.

«Eh, ma hano i nipoti, ci hano. E se i figli non possono meterli in asilo, ci hano bisogno sempre dei nonni. E alora i nonni mica posono venire la sera in balera, perché il lunedì ci hano da ‘ndare dalla figlia grande, il martedì devono svegliarsi presto per ‘ndare a compagnare il nipote in asilo, e la sera devono ‘ndare dal figlio perché ci hano l’altro nipote che devono controlare e non ci sono asili di sera o baby sitter… e non è più finita, non è. Non hano mica più tempo per venire a ballare! E bisognerebe che il Governo ci facesse qualche cosa per questi nonni, che sinò qua l’economia del setore va a remengo!» ha concluso, scuotendo la testa sconsolato.

E non si può dargli torto, povera creatura: e i giovani giovani no, perché non han soldi. E i quarantenni no, perché han paura della Iris: se gli tolgono anche i vecchietti, non sa più come sbarcare il lunario, e, anche tagliando la coda, al Banco di S.Eufemia come contabile mi sa che non lo prendon più.

Il Ministero del Welfare dovrebbe fare finalmente il suo lavoro e avviare serie politiche sociali per la famiglia: asili, baby sitter, permessi per i genitori. Che se i vecchietti sono occupati a fare assistenza perenne ai pargoli dei figlioli, Àlvaro che fa?

 

E’ una storia di fantasia, un po’ come lo Stato Sociale in Italia.

6 Comments

  1. Ah, ah, ah!:))))) grandissima!
    quanta nostalgia, per le vecchie discoteche scamuffe…sniff, sniff.
    Bei tempi, signora mia, e non tornano più, eh, non tornano più.
    Poveri nonni, piuttosto…noi ridiamo ma sento certe storie che fanno venire i brividi, nonni che vogliono scappare in Giamaica a rifarsi una vita, pur di sfuggire alla corvè quotidiana…

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  2. c’è anche un’altra amara certezza: gli anziani fra trent’anni, cioè i giovani attuali, salvo alcune caste protette, non avranno una pensione sufficiente a sfamarsi, e di certo quindi non avranno i soldi per il biglietto della balera

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