Gli immigrati e la nascita dell’Occidente

Allora tutto era più facile. Il mondo era sconosciuto, e senza confini. Infinito, come il mare. Il concetto stesso di confine e di patria ancora poco chiaro. Fatto sta che partire era un modo per farsela, una patria, quando il luogo dove eri nato non ti bastava più.

È cominciata così, in fondo, la storia del nostro Occidente. Da quei gruppi di uomini impauriti e guasconi al tempo stesso, che hanno preso il mare. Non per portare la civiltà da qualche parte, ma perché, a casa, avevano la fame o la guerra. O entrambe, visto che le due van quasi sempre assieme.

Capitava così, nei villaggi greci di IX ed VIII secolo: che la povertà era tanta e la terra poca, quella poca brulla e difficile da cavarci altro che pietre, perché quella più buona, quando c’era, se l’erano già accaparrata i ricchi e non la mollavano. In tutti, su quei rari campi strappati all’arsura e ai ciottoli, non si riusciva a campare. E allora, via: le autorità locali – che a chiamarle così, poi, sembra che fossero Ministeri o il Pentagono: più probabilmente un centinaio di anziani che si riunivano nella piazza di rena al centro del villaggio – dicevano: «Partite!», badando quasi sempre di consigliarlo in maniera più pressante ai giovani più teste calde e ai più disperati.

Dove si andava? Dipende. Dove magari qualche volta era già capitato per caso un cugino, o un lontano parente. Dove da qualche tempo si bazzicava già, o si conosceva qualcuno che ci bazzicava. Le spedizioni coloniali, quelle che fonderanno le grandi città d’Occidente – Marsiglia, Catania, Napoli – e d’Oriente – Mileto e Bisanzio – nascono per sentito dire, fidandosi delle voci. Qualche mercante che, fermo sulla baia, narra di terre lontane, ricche e pronte ad offrire ogni ben di dio, mischiandoci magari storie incredibili di ninfe e ciclopi.

Oppure, se proprio si vuole fare le cose più in grande, si chiedono consigli ai vati di Apollo, a Delfi. Che erano autorizzati a dare oracoli, ma soprattutto erano dei gran maneggioni e orecchiavano informazioni da tutti, per cui, per sapere se di là del mare c’era una buona insenatura dove fondare una città, o la rotta per arrivarci, ecco, loro erano i consulenti perfetti, da bravi sacerdoti pronti a dare di nascosto ogni tipo di dritta, purché adeguatamente pagati.

Una fiumana incontenibile di gente che attraversa il Mediterraneo, una continua migrazione, per qualche secolo. Scappano, con le pezze al culo e su navi che sono gusci, verso un miraggio che è stato raccontato loro, ma non sono neppure certi che esista davvero.

Li chiamano apoikoi, che noi traduciamo in coloni, ma che non è proprio così: apoikos è uno che se ne va dalla sua oikia, cioè da casa, in cerca di una casa nuova, da qualche parte. Non è un agricoltore, è uno che fa un salto nel buio.

Quanti ne siano morti in mare non si sa. Purtroppo delle innumerevoli spedizioni noi abbiamo notizia solo di quelle che arrivarono da qualche parte, non di quelle terminate fra i flutti. Quanti sono tornati a casa scornati e respinti, di quello possiamo farcene una idea, perché talvolta le fonti lo dicono: raccontano storie tragiche di coloni che partono, convinti di sbarcare in una terra promessa, ma quando vi arrivano la scoprono popolata di indigeni che li ricacciano in mare, o, ancor peggio, che la terra promessa era solo una leggenda. E allora, poveretti, spesso sono costretti, dalla fiera opposizione dei locali o dalle circostanze avverse, a riprendere la strada verso casa. Dove spesso chi è rimasto non li rivuole più indietro, li ricaccia a sua volta, con minacce e sassaiole per impedire loro persino di entrare nel porto, e così i poveri apoikoi, dopo aver provato ad abitare la terra di nessuno, capiscono di essere diventati loro dei nessuno, senza più una vera patria, senza una vera identità, senza nemmeno un nome.

Certo, si dirà, colonizzare un mondo vuoto è facile. Ma mica era poi così vuoto, il mondo dei Greci. Le terre migliori vuote non sono mai. Quando ci sono solo quattro indigeni bifolchi, eh, allora va bene: si sbarca e si prova a prendere quello che si vuole, e, se quelli protestano, li si stermina. Ma anche gli indigeni, allora, non erano poi tanto più primitivi di quattro Greci che arrivavano dopo giorni di viaggio, affamati, stanchi e stremati, e che da casa si erano potuti portare sì e no qualche freccia e un po’ di pane secco, perché se a casa avessero avuto ricchezze, col cavolo che navigavano il mare per andare fino a là.

L’opzione sterminio era dunque poco praticata, anche perché rischiava di potersi ritorcere contro in un fiat: quindi si trattava, nella maggioranza dei casi. Prima si chiedeva il permesso di sbarcare su un’isoletta prospiciente la costa, poi, pian pianino, man mano che ci si conosceva di più, si gettava una testa di ponte sul continente, magari presentandosi con ricchi doni al capo locale ed ai maggiorenti del luogo, di cui dopo qualche anno si chiedevano in moglie le figlie.

E se invece si sbarcava in un terra già organizzata, con Re e dinastie potenti come Egizi e Persiani, ecco, là si usava tutta la diplomazia possibile: si contrattava la possibilità di restare, costruirsi una propria città o un proprio quartiere, trovare lavoro o inventarsene uno, cercando di conciliare il fatto di essere e voler rimanere sempre stranieri, e fedeli alla propria lingua e alle proprie abitudini, ma integrandosi nel tessuto sociale che c’era già.

Nasce così, la civiltà occidentale: da una enorme operazione di meticciato, fra poveri disgraziati che fuggono dalla miseria e sbarcano in terre non loro, e là mettono radici, si sposano, si riproducono, si imbastardano, pur tenendo sempre un legame con la loro Madrepatria, mantenendo la loro lingua, le loro tradizioni: continuando insomma ad essere Greci anche se in Grecia non ci sono più, e, alla seconda generazione, manco ci sono mai stati, nella stragrande maggioranza dei casi.

Nasce da gente che spesso voleva andare in un posto, e poi si ritrova a stanziarsi in un altro, perché dove voleva andare non si poteva più; nasce da genti che manco sapevano bene dove andare, o di essere latori di una civiltà, perché molti di quelli imbarcati sulle navi, più o meno a forza, erano solo contadini ignoranti che avevano visto, prima di allora, l’aia della loro fattoria e qualche campo attorno.

Non sono mica dei tutti dei Platoni, quelli che fondano colonie: anzi, di solito non lo sono affatto. Quando va bene sono giovani aristocratici dal carattere bellicoso, buttati fuori a calci dalla loro casa e dalla loro città perché potevano crear problemi o ne avevano già creati, e mercanti che arrotondano facendo i pirati, perché da sempre chi parte e lascia tutto e vuole aver successo partendo dal nulla deve essere così, un po’ disperato e un po’ farabutto, pronto a cogliere le occasioni sia nel bene che nel male.

Eppure da questo immenso marasma di pezzenti, zotici, affamati, furbi e tagliagole che viene vomitata dal mare qua e là, nasce quella civiltà Occidentale di cui noi siamo figli, e di cui ci proclamiamo difensori ed alfieri.

Ecco, ogni tanto bisognerebbe ricordarselo, magari.

*Nell’immagine: cratere tardogeometrico con scena di naufragio, Pithecusa (Ischia).

14 Comments

  1. Beh, dalla consapevolezza di essere parte d’uno sconvolgimento globale impossibile da arrestare, che senz’ombra di dubbio modificherà radicalmente gli equilibri sociali e le distribuzioni antropiche del nostro futuro più prossimo, non necessariamente deve conseguire la gioia e la beata rassegnazione nei riguardi di ciò che sta avvenendo.
    Il sapere che l’amico, scopandoti sistematicamente la moglie, porterà dei geni nuovi nella tua discendenza, magari migliori dei tuoi, contribuendo al miglioramento della specie umana nel suo insieme, ciò nonostante e di solito, non ti riempie di felicità.

    Mi piace

  2. Nella vita è sempre questione della parte della barricata in cui ti trovi.
    Se sei anziano, debole, benestante e stanco sarai poco incline al rimescolamento ed alla meritocrazia.
    Se sei giovane, forte, affamato e ambizioso vorrai prenderti quello che ti spetta.
    Non importa che tu sia più o meno acculturato o cosciente della giustizia o delle tue origini, il problema è matematico : “io != tu”

    Mi piace

  3. Parole sante, parole sante Galatea. Grazie.

    Il migrare è attività naturale dell’essere umano. Santa grazia che adesso viene fatta chiedendo permesso e senza armi: in fondo anche gli Unni migravano, o i padri pellegrini negli stati uniti, o, ancora, gli spagnoli in America latina, o gli inglesi in India. O gli italiani in Libia e in africa orientale.

    Ma non Catania, però: Marsiglia, Napoli, e sopratutto Siracusa, così grande e così importante da essere addirittura plurale.

    Mi piace

  4. L’altra cosa che mi colpisce è come siano completamente sparite tutte le cose che ci venivano inculcate fino agli anni settanta (quando l’emigrazione italiana si è fermata o meglio è diminuita ed è cambiata e molti che erano emigrati sono tornati) sul bene che gli immigrati fanno al paese in cui sono immigrati. E i documentari. Sono la più vecchia in giro o documentari e film li hanno fatti vedere solo a me?

    Mi piace

  5. è vero, nella storia dell’umanità, la norma è il migrare, non lo star fermi

    anche molti millenni prima dell’epoca storica storica, a partire da quella strana scimmia dalla pelle glabra e scura che, dall’africa, forse colonizzò il pianeta, e poi, molto, molto tempo dopo, disse di chiamarsi homo sapiens

    Mi piace

  6. dalle mie parti se un negro entra in un liquor store gia’ chiamano la polizia.

    Sal Holiday, Stati Uniti

    Mi piace

  7. E’ tanto che leggo questo blog, ma non ho mai commentato. Oggi devo proprio dire una cosa che penso da molto: vorrei tanto (scusa se ti do del tu, Galatea, ma fra gggiovani…) averti avuta come professoressa di Storia. Sarebbe stata un’esperienza affascinante, di quelle che ti cambiano la vita. Il modo in cui scrivi questi racconti è davvero avvincente, sei bravissima.

    Mi piace

  8. @ salamankela i neri dalle tue parti (dove sei negli USA?) non sono immigrati, o perlomeno solo una piccola parte proviene dall’estero. Sono cittadini di nascita e di pieno diritto, e si trovano li perché i loro antenati sono stati deportati in massa per lavorare come schiavi. A parte loro e i nativi americani, invece, sono tutti gli altri ad essere immigrati, e che immigrati!!!

    Mi piace

  9. Solo per il fatto di usare “archeologia” nei tags ti farei Presidente dell’Universo. Mi ricordo che a lezione si sfotteva i colleghi di Taranto ricordandogli che erano nati da una spedizione di “figli di puttana” (anche se loro si fregiavano assai di questo pedigree…)

    Mi piace

  10. come sempre, gentile galatea, dai il meglio di te nella storia antica, argomento che tratti con brio e competenza

    in questa faccenda delle migrazioni però c’è un elemento che non rende possibile un parallelismo agevole, fra l’oggi e il tempo antico

    il mondo di oggi e tutt’uno, un’unico globale mercato, un’unico inferno diffuso se vuoi; non esistono più davvero luoghi “altri”, non si va più da un mondo all’altro ma ci si sposta, per dirla con marc augé, da un “non luogo” all’altro

    il mondo è diventato stretto, le risorse sono al collasso, non c’è più spazio per spostarsi, quindi ciò che ci aspetta è una situazione catastrofica totale, simile all’impatto dell’asteroide che provocò l’estinzione dei dinosauri

    hai scritto cara galatea, con penna sapiente e simpatica ma peccando, a mio sommesso avviso, di ottimismo

    Mi piace

I commenti sono chiusi.