Pubblico e privato

In Veneto, quando qualcuno cerca di rimediare ad una clamorosa gaffe mettendoci una pezza che peggiora la situazione, il vecchio adagio recita : pezo el tacòn del buso (peggio la pezza del buco).

M’è venuto in mente questo proverbio, quando ho letto le precisazioni che Vittorio Sgarbi ha fatto sull’Unità per spiegare il motivo per cui ha ritenuto più opportuno non chiamare, come era corretto, “festival del teatro omossessuale”, un festival del teatro omosessuale. Il combattivo Sgarbi, assessore alla cultura famoso in gioventù per dire pane al pane e stronza alle stronze (le sue intemperanze verbali sono celebri fin dai tempi in cui divenne ospite fisso da Costanzo), trovandosi oggi, da assessore e politico ormai di lungo corso, nella imbarazzante circostanza di dover ottenerne il patrocinio per una rassegna siffatta, ha giudicato più opportuno non dire precisamente ai colleghi di cosa si trattasse, e battezzare l’evento “Festival dei liberi amori possibili”. Immagino che la comunità gay possa sentirsi sollevata dal fatto che i suoi amori sono comunque considerati “possibili” da Sgarbi, ché di questi tempi e con quella Giunta è già grasso che cola.

Ma la spiegazione del gesto, ripeto, è un capolavoro: Sgarbi stesso ammette che in una città civile ed evoluta – stiamo parlando di Milano, non di un borgo sperduto ai confini della civiltà – questo tipo di problema onomastico non dovrebbe nemmeno porsi, ma subito rassicura che proprio di un problema onomastico si tratta, cioè di una mera questione nominalistica che non sottende a nessuna discriminazione pratica nei confronti degli omosessuali da parte della Giunta. La Moratti, dice infatti Sgarbi, “privatamente pranza con amici gay”.

Chissà perché, mi sono domandata in prima istanza, i gay dovrebbero sentiti lusingati del fatto che la Moratti, privatamente, si degna di pranzare con loro, mentre in pubblico, quando ci sono attorno gli altri membri della sua Giunta, sobbalza al solo sentir nominare il termine che li indica, tanto che un suo assessore deve guardarsi bene dal metterlo in un cartellone, se vuole sperare di ottenere il patrocinio del Comune.

Poi, però, ho capito che si trattava da parte mia, di un clamoroso fraintendimento. La Moratti non pranza privatamente con gli amici gay perché non si vuole far vedere a tavola con loro.

Sono loro, assai probabilmente, che in pubblico evitano di frequentarla.

16 Comments

  1. Sono d’accordo con quanto scrivi, Galatea (ben ritrovata).

    Se è lecito vorrei fare una obiezione filosofica all’omosessualità come forma di amore.

    Un essere umano che ama un altro essere umano dello stesso sesso ama qualcuno o qualcuna che gli somiglia troppo. Non ama un essere umano diverso.

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  2. @->Pasquale: beh, oddio, obiezione filosofica… diciamo una questione semantica. In realtà ama un essere umano diverso, ma non troppo differente da sè. In ogni caso, ma saranno cavoli suoi, no?
    😀

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  3. Le cene private della Moratti con i gay sono una forma di ‘preemptive war’ all’omosessualità. La Moratti sa che qualunque eterosessuale dovesse intrattenersi ad una cena con lei, anche il più convinto, potrebbe poi sentire il desiderio di sperimentare qualche bel maschione.

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  4. Caro Pasquale, davvero pensi che basti essere dello stesso sesso per assomigliarsi? Mi pare una visione un po’ riduttiva rispetto all’unicità di ogni essere umano. Io ho un compagno da quasi dieci anni che è diversissimo da me, sia nell’aspetto fisico che negli interessi. Ma se anche fosse: amerei di meno se amassi una persona che mi somiglia?
    La verità è che la maggior parte delle persone sull’amore omosessuale non sa niente e si va avanti per stereotipi. (c’è ancora gente che vuol sapere “chi fa” l’uomo e chi la donna…) Che stanchezza, gente.

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  5. Sì, sono ‘cavoli suoi’ (dell’omosessuale), come dici tu, Galatea.

    Ma sono anche nostri. (Come cittadini democratici, come intellettuali: “Gli intellettuali sono quelli che si fanno gli affari degli altri.” Sartre)

    Non vorrai fermarti alla tolleranza, vero? Bisogna andare oltre, creare le condizioni perché ‘gli altri’ siano non soltanto tollerati, bensì rispettati, ma che dico – siano amati per come sono.

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  6. Gala non sarà in grado di rispondere ai commenti per qualche giorno. Lo farà Lei stessa appena Le sarà possibile. Rimando ad allora le risposte pregandoVi di pazientare.
    Non volendo polemizzare in casa d’altri ricordo che, con buona pace di Sartre, “quelli che si fanno gli affari degli altri” sono gli invadenti e i pettegoli e che “le parole sono pietre”.
    Mario DG

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  7. parlare di buchi e di pezze, in un simile argomento, è di per se una grande apertura mentale. Sono termini che un politico non avrebbe mai usato, non su questo tema. Bentornata galatea. 🙂

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  8. AHAHA, la chiusa è splendida, ho riso da solo come un cretino per un bel po’! XD

    (Beh, per Pasquale poche parole sole: che ci riprovi a dire che quello che provo io non è vero amore e gli spacco i denti a mattonate.)

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  9. @ Watkin

    Io non ho scritto che l’amore omosessuale non è vero amore.

    Leggere per credere.

    Dialogare vuol dire ascoltare, e partire da ciò che l’altro ha detto come lo ha detto, e parlare di seguito non con l’intenzione di confermarsi in ciò che si pensava prima di cominciare a dialogare.

    Comunque, se proprio ci tieni, preferisco i foratini ai mattoni pieni.

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  10. @ Mondo

    Chiedo venia. Non avevo ancora letto il tuo commento-domanda. Provo a risponderti, continuando a riflettere.

    Io penso che tutte le forme di amore siano commoventi, e degne di essere vissute. E penso ancora che il sentimento dell’amore è stato costruito dagli esseri umani nel corso della storia nelle sue varie forme, che sono appunto ‘storiche’.

    Cosa intendo quando scrivo che ‘filosoficamente’ l’amore omosessuale ha un limite interno nel suo essere rivolto verso un amato o una amata che somiglia troppo all’amante? Intendo che l’amore verso il diverso è più rischioso, più aperto.

    Ma non vuole essere una risposta esaustiva. io cerco solo di sentire-comprendere-capire, come mi ha insegnato Antonio Gramsci.

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  11. @ Malvino

    Certo che la domanda è lecita. Penso che essere rispettati è essenziale. E ancora che “Essere maltrattati non è un merito.” Me lo ha insegnato George Bernard Shaw.

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  12. @ Enrico

    Penso che tu abbia ragione. Siamo ottusi alla diversità. Io per me cerco di diventare (più) acuto. Ci sto provando. Gradirei se sulla mia lapide fosse scritto: “Ci ho provato.”

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