Fascismo di pietra

Quando è scoppiata la polemica sull’Ara Pacis, che Rutelli e Veltroni hanno impacchettato e che ora Alemanno vorrebbe velocemente disimballare dal “cofanetto” di Meier, per caso, puro caso – alle volte il destino ci mette la coda – stavo leggendo un bel saggio di Emilio Gentile, Fascismo di pietra (Bari 2007), una interessante disamina sui rapporti, durante l’evo fascista, fra architettura, propaganda politica e recupero, vero o presunto, della storia e dell’estetica romana.
Non ho mai avuto né mai avrò alcuna simpatia per il fascismo e per le dittature in genere, ma, da storica, e soprattutto da storica antica, ho sempre provato invece un vivo interesse per quel periodo e soprattutto per quell’intrico complicato e assieme naif che fu la propaganda del regime.
Il fascismo è stato un movimento compiutamente italiano nella sua genesi, e questo, lasciatemelo dire, ha contribuito a renderlo di difficile decifrazione e studio. Perché, come tutte le cose che vengono generate nella nostra penisola, è spesso sfuggente, multiforme, impossibile da etichettare con precisione. L’essere italiano ha contribuito a farlo ritenere, spesso, come una sorta di “nazismo de noantri” fatto alla buona e, sotto sotto, sempre gestito con un pizzico di cuore: cioè una dittatura, sì, ma più morbida, più ciaciona che non quella spietata, organizzatissima ed ideologicamente monolitica di Hitler.
Certo, i fascisti potevano essere crudeli, ma via, poi alla fine erano pur sempre italiani: al muro e in galera ci finivano proprio solo quegli oppositori testardi testardi; i professori che non giuravano fedeltà al regime, pur se cacciati dalle università, potevano trovare un buchetto all’Enciclopedia Italiana; il confino era comminato in isolette dal clima mite, dove oggi ci si va in vacanza colla famiglia. Se gli italiani sono per definizione brava gente, i fascisti non potevano essere compiutamente cattivi. Insomma, in virtù del suo essere un prodotto dell’Italia, il fascismo non viene quasi mai, nella coscienza collettiva, sia all’estero che in patria, percepito come un regime compiutamente “serio”, organico, illiberale, ma come un coacervo un po’ approssimativo di tante istanze, una cosa in cui tutto si tiene per mano, va a finire nel solito immenso calderone e alla fine si sdilinquisce e si stempera in un brodo primordiale e confuso.
Il fascismo, come già notava acutamente Umberto Eco [Fascismo eterno, in Cinque scritti morali, Milano 1997, 25-48] non possiede, al contrario del nazismo, una sua ideologia forte di riferimento, o meglio, non ne possiede una di univoca e precisa: è un insieme di istanze, spesso pure in contraddizione fra loro. Uno dei motivi del suo “successo”, all’epoca e tuttora, sta proprio in questa indefinitezza di fondo: il nazismo è così strutturato nella sua impostazione che non si può rigettarne una parte senza mettere in crisi il tutto; il fascismo, invece, è come certi edifici antisismici: tu gli dai una botta e quelli, invece di cadere, si assestano: perdono qualche cornicione nel terremoto, ma, gira gira, te li ritrovi sempre davanti, anche se un po’ restaurati o acciaccati dagli anni.
Rivoluzionario e conservatore, ateo e cattolicissimo, il fascismo è riuscito a tenere assieme un trombone come D’Annunzio, con il suo estetismo esasperato fin de siécle, e Marinetti, che voleva asfaltare il Canal Grande. In un movimento serio i due avrebbero dovuto razionalmente passare il tempo a prendersi a pugni, non essere considerati entrambi intellettuali di riferimento.
Non avendo punti precisi ideologici al suo interno, in breve non possedendo una ortodossia conclamata e sempre rintracciabile, il fascismo, necessariamente, poteva consentire margini di libertà di pensiero (relativa) a chi se ne faceva adepto. Del fascismo esistono infinite declinazioni ed interpretazioni personali, il che favoriva le adesioni da parte di ampi strati della popolazione: ognuno, insomma, nel fascismo, pescava un po’ quello che più gli pareva.
Questa relativa libertà ha prodotto anche uno dei paradossi più interessanti del fascismo: cioè quello di essere una delle poche dittature moderne al mondo ad aver saputo produrre un’arte d’avanguardia. Gli architetti del regime, da Piacentini in giù, erano bravi architetti: hanno saputo trovare soluzioni moderne, in linea con le più avanzate tendenze europee, in un’Italia ancora provinciale e retriva. Gli edifici e i dipinti dell’arte nazista, come quelli prodotti nella Russia staliniana, sono per la maggior parte inguardabili; la Roma fascista no. Pur nello scempio compiuto ai fori per sventrarli e creare la via dell’Impero, la Roma fascista ha una sua coerenza d’impianto urbanistico e architettonico, presenta edifici dalle soluzioni moderne. Anche quando è arte compiutamente di regime e d’occasione, messa al servizio della propaganda, è qualcosa di diverso da un mero esercizio su commissione. L’ordine di scuderia era restaurare la romanità? Gli architetti fascisti lo fecero, ma non fermandosi a vuote riproposizioni dell’antico, come accadde per molti cantori del regime in letteratura: reintepretarono l’antico con stilemi nuovi. Lo fecero così bene, a volte, che a tutt’oggi molte delle loro interpretazioni passano per ricostruzioni fedeli dell’antichità, e l’immagine che molto spesso è passata dei Romani non ha nulla a che fare con la Roma storica, ma è solo una ripresa di quella reinventata dalla propaganda fascista.
In qualche modo si può sostenere che gli architetti del regime furono gli ultimi a “capire” la romanità, creando qualcosa di nuovo che cogliesse lo spirito dei romani antichi ma fosse, al tempo stesso, del tutto moderno. In questo senso essi furono gli eredi del Rinascimento italiano, che non imitava soltanto, ma si proponeva di ricreare l’antico ed il suo splendore nei tempi moderni. Nel dopoguerra la romanità non viene più presa a modello e reinterpretata: viene studiata con acribia filologica, ricostruita in vitro con pignoleria da storico o archeologo; operazione che a me, storica, procura una sorta di orgasmo, ma che è diversa e, dal punto di vista della mera creatività, meno emozionante.
Ora, confesso che il padiglione di Meier non l’ho visto dal vivo, ma, sull’onda delle polemiche di questi ultimi giorni, sono andata a scaricarmi le foto e il progetto. Quello che mi ha colpito è la sua assoluta coerenza, dal punto di vista architettonico, con la Roma fascista e l’architettura di regime. Se guardate prima il progetto Meier e lo confrontate, ad esempio, con quelli di Luigi Moretti (autore della Casa del Balilla a Trastevere), ci ritroverete una aria di famiglia ben precisa. In questo senso il padiglione Meier può essere considerato una sorta di doppia citazione: un contenitore per un oggetto archeologico antico, però valorizzato in epoca fascista con ben preciso intento ideologico, che ripropone nelle forme l’architettura del periodo in questione, armonizzandosi quindi con quella cifra architettonica che è divenuto il modo con cui la città ha cercato, nel ‘900, di assorbire l’antico nel moderno.
Può non piacere o piacere, ma non è , insomma, un pugno in un occhio né una operazione estemporanea. E soprattutto, lasciatemelo dire, non riesco a capire perché, a questo punto, a pretenderne la rimozione sia l’ex fascista Alemanno. Dovrebbe sentircisi a casa.

12 Comments

  1. Sì, sì. Molto acuto questo tuo post, Galatea, e scritto come Dio comanda.

    Vorrei aggiungere solo due cose.

    L’analisi che Gramsci fa nei ‘Quaderni del carcere’ del fascismo (in estrema sintesi): il modo assunto dal processo di costruzione dei nuovi comportamenti collettivi adatti all’espansione dell’industrialismo nei paesi privi di una “composizione demografica razionale”.

    E per finire: sul nostro sito-rivista Guido Aragona (Aragonbiz), nella sua rubrica ‘edifici contemporanei’ ha scritto un bel pezzo sull’opera di Meier. Una critica architettonica con gli occhi dell’architetto.

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  2. Come detto in risposta su altro Post: Gala è per alcuni giorni nell’impossibilità di rispondere tempestivamente e non è sostituibile.
    Spero che, almeno Lei, per quanto riguarda Gramsci riesca a trovare una traduzione adatta. Sulla teca: i link nell’articolo spiegano più che esaustivamente l’argomento che in verità parlava di fascismo.
    Mario DG

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  3. Ringrazio “il nuovo mondo di Galatea” di ospitare anche la parte più seria di Galatea. L’ironia è una grande medicina, soprattutto con i tempi che corrono, ma, a volte, anche un po’ di “più serio” non fa male. Nel nostro mondo (politico) forse è per questo che si fatica a capire gli avvenimenti recenti. Non abbiamo ancora capito quelli del secolo appena trascorso.
    Mario DG

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  4. meier ha un suo linguaggio che utilizza indifferentemente che sia a basilea, a new york o a roma (fedele al periodo eroico dell’international style). non so se sia voluta o meno il fatto che la sua teca richiami certe sintassi e grammatiche del razionalismo italiano (a tal proposito citerei terragni più che moretti come campione del tentativo di tradurre in forme moderne la tradizione romana ma anche rinascimentale, ma se ne possono ricordare anche altri, tanti furono gli architetti che nel ventennio costruirono e anche morirono per colpa del fascismo, giuseppe pagano per esempio). il linguaggio di meier affonda in tutto il cosidetto “movimento moderno” del 900, da le corbusier a terragni a de stijl e persino a wright anche se, di primo impatto, non parrebbe. molte le fonti quindi per decodificare le sue forme perciò faccio fatica a pensare che sia solo il razionalismo italiano la sua ispirazione.
    ma comunque: chissenefrega, l’ara pacis di meier (non quella romana, quella di meier!) attira un sacco di turisti, quindi demolirla è un’operazione da imbecilli coatto-leghisti.

    LdS

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  5. francamente non mi risulta che Piacentini fosse un “moderno”, ma potrei sbagliarmi; se vai a leggerti le memorie di Albert Speer, l’architetto di Hitler, ai primi capitoli afferma che il nazismo iniziale era come una spugna, assorbiva idee da qualsiasi parte, anche dalla sinistra; “italiani, brava gente”? quindi fascismo buonista, lasciamo perdere….

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  6. oh io non mastico di architettura ma lasciatemi dire lo stesso una cosa. Ogni volta che mi capita di passare per quel lungotevere e mi trovo davanti quella roba, l’effetto è sempre quello di una ginocchiata nelle palle.

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  7. @->Lesandro: Non ho detto che è bello, ho detto solo che ha almeno una sua logica… 🙂
    @-> dottorgeiger: Albert Speer nelle sue memorie ricostruisce molto a modo suo gli anni del nazismo. In ogni caso il nazismo non assorbe indistintamente idee da tutti; ha una sua matrice ideologica ben precisa e un contesto di riferimento. E’ ovvio che poi possa pescare qua e là idee già sul mercato, ma questo è tipico di qualsiasi movimento. Dal punto di vista architettonico lo stesse Speer fu architetto molto meno innovativo degli architetti di regime fascisti, e i suoi progetti lo dimostrano. Fu anche molto meno libero nel realizzare: Hitler si piccava di rivedere tutti i progetti dei suoi architetti, forte della sua formazione artistica. Mussolini almeno questo non lo faceva. Sarà per questo che i progetti sono venuti meglio…

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  8. Bella analisi, ma non si può fare un fascio di tutti gli architetti del ventennio; mi sembra che spesso Piacentini abbia ideato uno stile caratterizzato dalla stessa solennità e pesantezza di altri stili “di regime”, da cui il vero e proprio razionalismo è ben lontano (vedi Libera e Terragni). D’altra parte basta guardare l’EUR, dove nel concetto piacentiniano di magnificenza, che lui ha concretizzato nell’urbanistica, si mescola con la ricerca formale di Libera. E passando alle impressioni personali, la teca di Meier mi è sembrata innanzitutto incredibilmente “fuori misura” rispetto allo spazio circostante, un’ impressione “scatola”accentuata da quel bianco abbacinante! In più il lato lungo è proprio verso la piazza e mi dava un senso di eccessiva chiusura. Però io l’ho vista quando c’erano ancora i lavori in corso su tutta la piazza, quindi non so dire quale sia a tutt’oggi il reale effetto visivo, e poi la teca è solo parte di un progetto più ampio che prevede la risistemazione e valorizzazione del tratto di lungotevere sottostante, con la creazione di un sottopasso per le macchine e l’affaccio di alcune terrazze verso il fiume. Io non ho ancora capito se mi piace, dovrò tornarci! E un premio alla critica più geniale, una scritta di 4 lettere sul bianco della riproduzione fotografica dell’edificio, incollata sui bandoni dei lavori in corso: IKEA.

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  9. Per quanto riguarda il nazismo direi che anch’esso assorbiva un po’ da tutte le parti. Cio’ che lo faceva sembrare piu’ monolitico era la figura del suo capo.
    Dal punto di vista mistico-religioso il regime nazista era cristiano e pagano allo stesso tempo. La croce cristiana, i gruppi orgnaizzati cattolici e le stesse gerarchie cattoliche erano presenti in tutte le manifestazioni pubbliche e Hitelr faceva continui riferimenti a dio, alla croce e a cristo. Allo stesso tempo le gerarchie cattoliche si lamentavano del paganesimo crescente all’interno del partito.
    Dal punto di vista architettonico Speer aveva in mente progetti faraonici degni dei miglior tempi dell’imperialismo romano ma allo stesso tempo la propaganda esibiva il medioevo romantico e gotico come simbolo della germania nazista. Neoclassico e neogotico nelle anime di uno Speer e di un Goebbels.
    Il nazismo poi assorbiva al suo interno quella voglia tutta romantica del passato primordiale e della natura incontaminata, ma allos tesso tempo era un inno alla tecnologia e al futuro.
    Insomma come vedi anche il nazismo era un calderone di correnti ed idee spesso incontrasto. Cio’ che lo rende ai nostri occhi un blocco monolitico e’ la figura del suo capo che monopolizza la nostra attenzione e non ci fa vedere i dettagli.

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  10. secondo me era senz’altro più monolitico del fascismo. lo denota il fatto che sia nell’arte che nell’architettura non sono state possibili alternative, tutto ciò che era astratto, avanguardastico e moderno era visto come “arte degenerata”. la riprova sta nella fuga, ad un certo punto, delle migliori menti e della chisura del bauhaus (la scuola che inventato il design contemporaneo – le cucine nostre per esempio si riferiscono tuttora alle misure stabilite in quella scuola – e che aveva eliminato la tradizione impersonata dalla storia dall’insegnamento). anche se a noi può sembrare contraddittorio l’uso di forme classicistiche e romanico-gotiche ai loro occhi da nazisti non lo era: erano comunque linguaggio tradizionali, premoderni e quindi non degenerati. il fascismo invece consentì invece una relativa libertà d’espressione, anche se comunque dava spazio ai vari piacientini per progettare i maggiori edifici rappresentativi romani, dall’altro consentiva (in maniera defilata ma lo consentiva) a libera, a moretti e a terragni di potersi esprimere con linguaggi moderni e d’avanguardia. se un nazista avesse visto la casa del fascio di como progettata da terragni sarebbe inorridito.
    ciò non toglie il carattere dittatoriale del fascismo.

    “Questa relativa libertà ha prodotto anche uno dei paradossi più interessanti del fascismo: cioè quello di essere una delle poche dittature moderne al mondo ad aver saputo produrre un’arte d’avanguardia”

    un altro caso, attualissimo è dato dalla cina, là stanno costruendo i migliori architetti e le nostre migliori “avanguardie”.

    LdS

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