GianQualcosa. Ovvero gli intellettuali, internet e le cene indigeste di una blogger zitella.

Da un po’ di tempo Giulia non organizza cene, ma agguati. Nel gruppo delle amiche storiche, sono rimasta l’unica single (non ancora, ma di nuovo, però anche la zitellaggine di ritorno è pur sempre zitellaggine), ed il fatto ha scatenato in lei la sindrome da “io ti accoppierò” che sonnecchia in ogni donna, soprattutto se si considera tua amica. Così, da qualche tempo, è tutto in intrigare e tramare alle mie spalle per farmi incontrare l’uomo della mia vita, o almeno dei prossimi fine settimana invernali.

Siccome Giulia mi vuole bene, la cosa è più complicata del solito: per una conoscente occasionale si può ripiegare su un tizio qualsiasi ripescato fra gli occasionali frequentatori di Giangi (il moroso di Giulia), ma per me no: Giangi è stato coinvolto sì nel processo di selezione dei candidati, ma ben avvertito che i candidati medesimi devono essere all’altezza e possedere requisiti ben determinati. Giulia, in questo, è selettiva come una madre del buon tempo andato per la figlia da presentare il società: vaglia curricoli, si informa sulle prospettive di carriera, lavoro, sonda l’educazione; poi, se i tizi hanno passato l’esame preventivo, si mette in moto per farmeli conoscere, ovviamente senza dirmelo, perché sa bene che in queste cose io sono bravissima a remare contro, e Giulia, che è una ragazza determinata, non intende permettere che una bazzecola come la poca volontà di un membro della futura coppia possa impedire alla coppia medesima di formarsi.

Quando arrivo a casa sua, dunque, chiamata all’ultimo momento perché non abbia il tempo di trovare una scusa («Oh, ti prego, ti prego, ti prego, vieni a darmi una mano con la cena! Giangi ha invitato un suo amico! Lo sai che a cucinare sono un disastro e non ho fatto in tempo ad ordinare una cosa in rosticceria!»), indossa il grembiulino d’ordinanza e il suo più luminoso sorriso da sposina anni ’50, così, mentre affetta le carote, inizia a spiegarmi chi è il convitato in arrivo.

« È Gian….» e biascica un nome che non afferro, perché sto cercando di capire, fra i dieci scaffali della modernissima cucina (mai usata) di Giulia quale sarà quello che cela una pentola adatta a fare il sugo.

GianQualcosa è un ex compagno di università e di partito di Giangi, chiarisce, che attualmente scrive per vari giornali come critico cinematografico, critico d’arte, critico, insomma, di qualsiasi cosa sia vagamente culturale e criticabile. Ha recentemente scritto un romanzo, che Giulia si è ben guardata dal leggere e io non ho mai sentito nominare, ma che, mi assicura, ha avuto entusiastica accoglienza nei circoli che contano, quali che siano, e passa il tempo fra mostre di vario genere, biennali e quant’altro, tanto che dovrebbe già essere lì a cena, ma pare sia stato trattenuto al Lido, da un contrattempo che Giulia assicura dovuto ad un importante impegno culturale, e io, più prosaicamente, identifico con un vaporetto in ritardo per eccesso di turisti da imbarcare.

Suonano e GianQualcosa entra in scena, fra il gridolino di Giulia, che lo accoglie come se fosse entrata in casa sua la Madonna di Fatima in persona; e, in effetti, Giangi, che lo introduce nel salotto, ha la reverenza di un pastorello davanti ad una apparizione.

Confesso: già al solo vederlo, a me GianQualcosa fa girare le palle. Non so se dipenda dal ricciolillo castano finto trascurato in abbinata all’occhialuzzo rotondo, modello Veneziani, dal completo di lino spiegazzato quel tanto necessario a far pensare che lui del vestito non si cura, o alla mazzetta di giornali (Unità, Europa, ma anche Riformista e Foglio) messa sotto il naso a sottolineare che lui legge, e di tutto, senza preclusioni; fatto sta che guardo lui e poi il sugo messo a scaltrire in pignatta, e mi viene l’impeto di aggiungerci subito una manciatina di arsenico: se mi trattengo è solo perché lo dobbiamo mangiar tutti, e stasera non mi va di concludere la cena con una strage-suicidio.

Appena apre bocca, la situazione precipita. GianQualcosa, che mi ha valutata d’impronta e deve avermi gratificato di un “caruccia, sì” nella sua graduatoria mentale di possibili conquiste, arraffa un calice di vino ed una scaglia di formaggio che Giangi gli porge a mo’ di antipasto. Prima di accostarli alle labbra li squadra, li annusa, li assaggia come se fosse in giuria ad un premio di Slow Food:

«Oh, Parmigiano! Io lo adoro, non c’è paragone con altri formaggi al mondo.»pontifica, non accorgendosi che è banale grana: contando che la spesa l’ha fatta Giulia, è già tanto se da grattugiare sopra la pasta non ha preso dello stracchino. Poi, chiarito che lui è un esperto di savoir vivre, si dedica alla conversazione con la sottoscritta: «E tu sei l’amica di Giulia? Sei giornalista, mi hanno detto…»

«No, veramente insegno.»

«Ah, all’Università, giusto?»

«No, a dire il vero alle medie…»

GianQualcosa si sente un po’ tradito: getta uno sguardo perplesso a Giangi, come a chiedergli perché diavolo lo abbia portato a conoscere una banale professoressa di ragazzini.

«Ma no, ma no- interviene Giangi – lei è così, minimizza sempre…in realtà ha un blog seguitissimo, su internet.»

«Ah, internet…» GianQualcosa è a mezzo fra il deluso e lo spiazzato, o meglio è incerto se prendere l’aria da intellettuale moderno, per cui la rete non ha segreti, o quello d’antan, che si vanta di non saper nemmeno aprire il pc e scrive i pezzi con la penna stilografica, anzi, su pergamena, con il pennino e il calamaio, inviandoli al giornale tramite piccione viaggiatore appositamente addestrato alla bisogna. Decide per la strada di mezzo, e, pur chiarendo che lui internet la bazzica poco («Eh io sono ancora di quelli convinti che la vera cultura è nel libro!» sospira con un tono di artefatto rimpianto: già, io invece, che scrivo su internet, è noto che i libri li uso solo se mi si azzoppa un tavolo e voglio evitare che traballi…)

Quando però scopre che il mio sito registra, mese più mese meno, ventimila contatti, che sono in pratica più lettori di quanto i suoi parti letterari macineranno in tutta loro vita sugli scaffali, gli occhi gli sbriluccicano e subito si lancia in una erudita discussione volta a spiegarmi cosa faccio e quale senso abbia il mio avere un blog nel contesto mediatico generale di questo inizio millennio.

Alla terza citazione di Negroponte mischiato ad Adinolfi (o di Adinolfi spacciato per Negroponte, che è più probabile), mi pento di non aver usato la manciatina di arsenico, ma GianQualcosa è inarrestabile: ora sta già sdottorando su come i blogger dovrebbero federarsi per prendere iniziative politiche, ovviamente, però, sotto l’ala protettrice di qualche intellettuale serio ed istituzionale– come lui, ad esempio? – che indichi loro la via, perché questi simpatici ragazzotti informatizzati possano essere utili portatori d’acqua coordinati da un vate che indichi il cammino.

«La rete, del resto, può essere una favolosa cassa di risonanza» dice, a mo’ di epitome.

«Cassa di risonanza di che?- chiedo io – delle idee altrui? Sarebbe a dire che ci spartiamo i compiti? A voi il pensiero e a noi l’htlm?»

GianQualcosa mi guarda, basito. Non sa cosa replicare, perché l’idea che chi scrive in internet sia un individuo e possa avere magari una sua visione originale, e non solo riproporre ed organizzare battage per conto terzi, non deve averlo mai sfiorato.

O forse, più probabilmente, non sa che cazzo sia l’htlm.

16 Comments

  1. Dunque, io son sempre più convinto che è quella regione lassù ad esser strana.
    Quelli come Gianqualcosa,in questa regione quaggiù,li chiamiam pataca .
    Sicchè, avendo capito l’antifona,i Gianqualcosa di quaggiù si son dati una sistemata:adesso hanno il computer, frequentano dei gran siti porno, scambiano messaggini a manetta e chiattano che è uno spettacolo.
    Insomma, si sono romagnolizzati : la prima cosa è rimorchiar donne, poi viene la cultura.
    Se poi, per rimorchiar donne e risultar al contempo culturali, tocca iscriversi ai DS o al PD: suvvìa, lo si fa senza tante storie.
    Perciò, se capita di incontrare una ragazza affascinante a una cena, e di poterla conoscere senza passar per partiti o internet, non la si fa scappare.
    Sicchè mi pare che il Gianqualcosa del post sia un irrimediabile ed irredimibile pataca.
    A conferma, valga l’abbigliamento: chi si mette il completo di lino per andare al Lido ( che dopo mezz’ora sei un disastro di pieghe e fai ribrezzo) ?
    Un pataca, appunto.
    Siccome,però, il Gianqualcosa è veneto, mi par più giusto dir che è un coglione: o un mona, se ho capito bene la lingua della zona.
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  2. Mona, infatti, è la definizione più corretta. Solo che da queste parti la produzione di siffatti individui sta avendo dei picchi. Che dici, ve li mandiamo in blocco giù in Romagna, per un corso intensivo di rieducazione? Oppure li lasciamo qui a stirarsi le braghette di lino e noi ci spostiamo tutte giù da voi? 😀

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  3. temo questa specie maschile abbia invaso il creato… non penso che basti emigrare manco a Timbuctu’

    fra l’altro uno tutto muscoli tatoo e corriere dello sport lo inquadri e agitando un libro stai sicura che gli fai cambiar strada ma uno così come fai?

    Non sono tipi che si scoraggiano…
    l’arsenico o l’ironia fanno qualcosa ma solo se non sono troppo autoriflettenti…

    e invece il tipo estremo tipo Gianqualcosa è talmente convinto di essere splendido splendente che non si offusca a meno di non tirargli in testa un piatto di linguine al nero di seppia

    Enrica

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  4. ma esiste gente normale dalle tue parti? A leggerti, tra zie rompiglione, amiche che fanno le mogli perfette di professione e nuovi pontefici di sinistra, si direbbe di no.

    PS
    Mi ha telefonato una certa Giulia che mi ha invitato a cena. Dice che sara’ presente anche una sua amica rettore alla Ca’ Foscari. Non credo di aver mai avuto un completo di lino in vita mia…che faccio, vado?

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  5. gli intellettuali 24 ore su 24 mi stanno antipatici, si.
    probabilmente perché anche io, fino a qualche anno fa, ero convinto di essere uno di loro.
    poi ho aperto il blog e ho cambiato idea.

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  6. @->Enrica: Sì, ma guarda che conosco tipo tatuati che sono più spiritosi dei GianQualcosa. E anche più svegli, a frequentarli.
    @->lector: scusa, non c’è pericolo.
    @->Lesandro: vabbè, una camicia di lino? linone? Anche una maglietta, secondo me fai un figurone lo stesso.
    @->icekent: vedi che i blog servono? Ora sei incredibilmente più simpatico. 😉

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  7. I Gianqualcosa non si incontrano soltanto alle cene delle serial single, essi sono ovunque, ahimè. Spocchiosi e saputelli, coi loro fasci di giornali in mano, pontificano su tutto, cinema, libri, politica, uragani. Che fare per annientarli?
    Giovanni

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  8. tre cose:

    1- se selezionate i maschi con i curricoli allora non lamentarsi che l’alternativa ricada sui gianqualcosa o sui trogloditi arricchiti

    2- banale grana?! BANALE grana!!!!!

    3-acidella eh?

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  9. E anche questa è fantastica!

    (adoro le tue storielle hai una capacità di ironia così sottile che evidentemente non è colta da tutti)

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  10. ma chi frequenti? certe amiche è meglio frequentarle il minimo possibile! quel poveraccio si è trovato in una situazione veramente ridicola…pacco- consegna, uomo quasi all’asta. Tu conosci Giulia e bene o male ti aspettavi qualcosa delle sue e sei stata al gioco, ma quel poveraccio? .. e poi.. scusami.. ma che banalità di discorsi…io dopo dieci minuti mi sarei inventata una enterite acuta o un attacco biliare. Meglio una notte al pronto soccorso!!!

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  11. col pregiudizio della cena apparecchiata solo x te non poteva che starti antipatico. io empatizzo con gian: chi non è mai stato veramente solo non può raccontare le ingenuità e le cadute di stile che si commettono nelle relazioni con l’altro sesso. bisnino! ha tentato di far colpo coi propri mezzucci. forse non era all’altezza, ma ricorda: l’autostima di una zittella poggia sulle spalle delle amiche, ma un uomo solo è solo e basta. i maschi non fanno “social network”.
    La serata edificante dimostra che è inutile affabulare con parvenze da intellettuale. le donne nn le freghi, ci vogliono gli sghei: diretti e brutali come la bellezza, sempre efficaci.
    oh eppoi avere un blog non significa conoscere l’html: vabbene sai cos’e’, ma ti vorrei vedere usarlo direttamente: un po’ di onestà intellettuale non nuoce.

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