Piacere alla gente. I costi e i limiti della politica di Jo l’idraulico.

godblessamerica

Ieri sera sono stata a cena fuori, e pertanto ho potuto vedere solo di striscio la puntata di Gad Lerner sulle elezioni americane. Ho sentito dunque unicamente qualche brandello di conversazione, ma confesso che quelli che più m’hanno colpito sono state le veloci analisi fatte da due donne, Fiamma Nirestein e Kay Rush (apro una parente, come direbbe Totò: quando ho saputo che c’era Kay Rush ho subito provveduto ad avvertire i commensali con un sobrio gridolino: “Legge il mio blog! Legge il mio blog! Legge il mio blog!!!”. Ahò, so’ soddisfazioni!).

La Nirestein sosteneva che in questo momento per gli Stati Uniti la vittoria di Obama non sarebbe un buon affare, perché Obama si presenterebbe al mondo come un presidente più moderato di Bush in politica estera, e come uomo aperto al dialogo con l’area musulmana. Questo, a detta della Nirestein, sarebbe una bella grana non tanto per gli Stati Uniti, quanto per l’Europa, che non potrebbe più presentarsi, in sede internazionale, come la potenza con il ruolo di mediatrice. Insomma, detta in soldoni, se alla Casa Bianca va un tizio che ha una vaga idea di cosa sia fare politica estera (cioè mediare, o almeno provarci, prima di scaricare addosso una granuola di bombe) l’Europa non potrebbe fare più la sua bella – anche se spesso inutile – figura di zia saggia, che quando il presidente americano strepita e sbarella, tossicchia compita per far capire che non è cosa, via.

É consolante sapere che la politica estera mondiale, nello schema della Nirestein, si debba impostare come un telefilm (ammerigano) in cui tutto è puntato sul gioco fra il poliziotto buono e quello cattivo: certo Obama, nella parte del poliziotto duro che minaccia l’interrogato di ammollargli un pugno sarebbe poco credibile; ma se la visione della politica estera della Nirestein è questa, mi chiedo quanto contenti sarebbero i Francesi a sapere che Sarkozy è invece perfetto per il suo ruolo perché, ammettiamolo, non vi è nessuno di più adatto a stare nell’angolo, mentre il Mc Cain di turno impreca, con una sigaretta che pende dal labbro, a guardare perplesso l’indiziato, biascicando con voce blesa un raffinato: “Parbleu!”

M’ha colpito di più, invece, una osservazione di Kay Rush (un appunto a Lerner: perché diavolo il sottopancia recitava “Dj”? Insomma, direi che è una giornalista, anche perché dubito che l’avessero chiamata là solo per avere una consulenza sulla musica di sottofondo…). Da Americana, ha spiegato che i problemi più sentiti in America sono due: la crisi economica e la poca simpatia che riscuotono nel mondo gli Stati Uniti. È questo un particolare che secondo me a noi Europei sfugge: gli Americani, dice, sono in crisi in questi ultimi anni non solo perché l’economia va a schifìo, ma anche perché si sono resi conto che il mondo non li ama più come una volta; e agli Americani, ha sottolineato Kay, piace piacere. Noi Europei, più smagati, questo particolare ce lo dimentichiamo sempre: adusi da secoli ad essere odiati, spesso giustamente, per le porcate che abbiamo combinato in giro per il mondo, partiamo con la consapevolezza che le nostre azioni potranno essere ampiamente criticate da quelli su cui ricadono: lo mettiamo in conto. Gli Americani no. Convinti di agire sempre per il bene del mondo intero – che coincide con quello dell’America, obviously, come quello dell’America coincideva con quello della General Motors – sono rimasti traumatizzati nel vedere negli ultimi anni che gli amici li guardavano in cagnesco, la gente in strada non salutava più il loro arrivo festante e persino i diplomatici più diplomatici manifestavano una certa insofferenza a sopportare le loro scalmane. “Quando vediamo bruciare le nostre bandiere, forse perché siamo più ingenui, noi ci stiamo male.” ha chiarito la Rush, con un accento sincero che sottolineava una reale angoscia. Jo l’idraulico, quando sente che in Iraq la gente del posto avverte i suoi come un esercito invasore, ci resta di sasso, anzi, prova un vero e proprio choc. La sua prima reazione, probabilmente, è quella di scaricare addosso a chi non lo acclama una nuova razione di bombe. Ma magari, visto che lo fa da anni e senza ottenere particolari riscontri affettivi, può darsi che stavolta persino lui venga attraversato dal dubbio che, per farsi nuovamente voler bene, è il caso di fermare il cannone e ricominciare a trattare. Anche perché, come diceva la Rush, l’America in questo momento è strangolata da una crisi economica mica da niente. E persino a Jo l’idraulico potrebbe venire in mente che le bombe, oltre che farlo odiare, costano pure un patrimonio.

5 Comments

  1. L’analisi di Kay conferma una mia vecchia sensazione riguardo gli americani, questo desiderio di piacere e la naturalezza nel pensare che di solito sia così. E personalmente, con gli americani ce l’ho avuta in modo generalizzato solo durante l’adolescenza. Poi, una volta cresciuto un po’, ho capito che era giusto prendersela solo col governo. Specie quando ne pesta una grossa come il Gran Canyon. Però è vero che le azioni dei presidenti si riflettono sulla nazione, perciò capita che l’intera America venga associata a Bush o chi per lui. Che è un po’ come se noi venissimo biasimati per via di Berlusconi. Anche se quest’idea della figura che si fa all’estero – qui in Italia – è un discorso che sento fare solo da tempi recenti. In genere non ce n’è mai sbattuta una forca. Però quando il livello di cazzata supera il bordo piscina, allora sì che le acque si fanno torbide… e allora capisco gli americani, e per certi versi, li sento anche vicini.

    Sull’esempio del loro disagio nello scoprire di essere poco amati, mi viene in mente la volta in cui portammo in giro per Parma il marito americano di una nostra amica. Di fronte agli edifici che avevano subito bombardamenti durante la guerra c’era qualche imbarazzo. Se non sbaglio, abbiamo più o meno taciuto il fatto che una parte era stata tirata giù dagli alleati, e non dai tedeschi, e alla domanda: «Ma dentro c’erano i fascisti, vero?» abbiamo tentennato, perché sembrava già abbattuto dalla precedente scoperta, e non volevamo aggiungere che in realtà l’edificio in questione ospitava uffici pubblici (anche se un’ala credo fosse adibita a deposito armi). Vedere quell’imbarazzo mi ha fatto tenerezza, è stato per me il netto distinguo tra un cittadino americano e un governante. Non ce la si può prendere con tutto un popolo per le azioni di chi lo governa. Ché poi, soprattutto per come stiamo messi noi, ‘sta cosa la dovremmo capire bene.

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  2. Non ho visto la trasmissione di ieri, ma in base ad altre esperienze mi viene da dire:
    – la Nirestein veda tutta la politica mondiale in funzione pro o contro Israele; un presidente più propenso al dialogo con l’Islam significa meno garanzie per Israele, e quindi è male. Tuttavia:
    – togliamoci dalla testa l’idea che Obama sarà “moderato” in politica estera; certo, immaginiamo che non farà enormi idiozie come Bush, ma credo saremo più spesso sgradevolmente che gradevolmente sorpresi;
    – la storia della “buona fede degli americani” è uno dei più grossi equivoci che io conosca: è sostanzialmente la scusa per fare ciò che gli pare. Ci crederanno pure, ma è quel modo di credere alle proprie balle a cui non si può riconoscere grande valore.

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  3. Credo che Kay dica una cosa molto vera, e le sue affermazioni mi hanno fatto tornare alla mente qualcosa che io ritenevo incomprensibile: era qualche giorno dopo l’11 settembre 2001, e in un video girato in un palazzo a Manhattan (non ricordo se dopo l’impatto degli aerei o dopo il crollo delle torri) una signora ripeteva affranta “Perchè?Perchè?Perchè?”. Gli si leggeva in faccia non solo la disperazione per l’enormità di quella tragedia, ma anche e soprattutto l’incredulità di chi scopre di essere odiato e non capisce, appunto, perchè. Pensavo, ma come perchè, dove vivi, non leggi i giornali, non vedi la tv, non vedi cosa fate nel mondo? Era un’incredulità che mi sembrava quasi scandalosa. Ma evidentemente la convinzione di essere i “buoni” salvatori del mondo è talmente radicata da prevaricare qualsiasi percezione della realtà.

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  4. Certo, vedere Fiamma Nirenstein tra neo fascisti e vetero nazisti fa un pò specie.
    Una delle ragioni di soddisfazione per la vittoria di Obama è anche la natura diffusa e popolare dei suoi finanziamenti. Molto distante quindi dagli obblighi politici verso le aziende di cui il vicepresidente cheney è il terminale e che si stanno arricchendo spaventosamente con le guerre in corso.
    luigi nonallineato

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