L’anno che se ne va. Natura morta con fruttivendolo.

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Fabio, il mio fruttivendolo, è un ragazzo giovane. Cioè, giovane: avrà la mia età, che in tutti i paesi del mondo viene considerata adulta, ma in Italia no, è poco meno che un’infanzia appena finita.

Per fine anno la sua bottega è uguale a sempre, e già questo è un indizio: me la ricordo, gli anni passati, come un tripudio di lustrini mischiati alle confezioni di frutta secca. Quest’anno, invece, no. Sì, la frutta secca c’è, ma ha un’aria defilata. È relegata di lato al banco, suddivisa in sacchettini piccoli, manco fosse un metallo prezioso; ha l’aria di chi si scusa per il prezzo e trova giusto un po’ vergognarsi, proprio come fanno i ricchi a Natale. Le ceste natalizie manco si fanno vedere, i trionfi di leccornie sono stati sfrattati da quelli di cavoli. Che poi, quando guardi il cartellino, ti accorgi che costano quasi come le passate leccornie, le verdure odierne, ed è per questo che restano lì invendute, perché un’insalata di radicchio sarà molto chic, ma sazia pur sempre, e solo, come un’insalata.

I clienti entrano guardinghi e guardinghi rimangono per tutto il tempo: gli occhi si spostano dall’ortaggio alla bilancia, a controllare, nascostamente, che nel tragitto fra la cassetta e la pesa non venga aggiunto un grammo in più del dovuto: sospettano di ogni goccia d’acqua che vedono grondare dalla foglia, ché fa tara anche quella, e mica vogliono pagarla in più. I vecchietti, di solito, nel farlo sorridono, con un’aria mite, come a dire al ragazzo: “Mica che dubito di te, eh: è che proprio non me lo posso permettere..”.

Fabio capisce, sorride di rimando; è una persona sensibile, per niente bottegaia, pur avendo bottega; così, quando vede che è troppo, trattiene quel riflesso pavloviano dell’esercente che il padre gli ha insegnato fra i primi trucchi del mestiere, il “lascio?” sussurrato con fare finto gioviale, come una specie di allegro ricatto alla clientela. Non chiede, e nemmeno lascia, toglie il di più in silenzio: se qualcuno vuole quattro etti, quattro etti gli arrivano in borsa. I vecchietti gli sono grati per quella umiliazione risparmiata, l’imbarazzo di dover confessare, a voce alta, di fronte agli altri estranei in fila: “No, ne prendo solo due, tre non posso.” Poi aprono il borsellino e contano i centesimi con una lentezza esasperante, tanto che ti chiedi se non sperino che, andando piano, magari le monete abbiano il tempo, là dentro, di riprodursi.

Ma l’ispezione del portamonete tocca tutti, ormai. Anche le massaie più giovani, che arrivano con la grinta di chi deve prepararsi al cenone, cioè l’occasione mondano-familiare dell’anno, non sono più in gran spolvero. Paiono precise agli anni passati, quando le vedi entrare con passo di gran carriera, come se fossero reduci dalla prima tornata di compere, e in transito verso un altro defatigante tour spendareccio. Ma se le spii da vicino ti accorgi che i segni della crisi hanno lasciato tracce anche su d loro: la borsetta luiviuttòn o è vecchia o, mancando di qualche lucchetto, denuncia la sua provenienza da bancarella marocchina; la pelliccia è un po’ spennacchiata e i capelli, i capelli sono sì sempre dello stesso colore, ma un punto più sbiadito, perché la tinta è stata fatta in casa, affidandosi non alle mani di un parrucchiere, ma a quelle di sorelle o suocere.

I discorsi sono quelli di fine anno: “E tu, dove vai, a casa o in montagna?”

Ma la risposta è: “A casa! A casa!”

Sarà un San Silvestro di case piene, e illuminate con parsimonia; in cui, se qualcuno esce, è per andare a trovare, al massimo, il vicino di pianerottolo, per un brindisi sulle scale. C’è chi dice che è il freddo, chi ha il bambino piccolo, chi il genitore anziano, o un’invasione dei parenti impossibile da evitare, chi si appella ad una generica poca voglia, o al non aver fatto in tempo ad organizzarsi in altra maniera. Scuse, che si dicono mentendo con la consapevolezza di mentire, perché i parenti, i bambini, la poca voglia e gli intoppi ci sono tutti gli anni, ma gli altri si superano, e questo no. Ci sono periodi che van così, e questo è uno di quelli: di quelli in cui sai che non puoi far altro che attendere che se ne vadano da soli, leccandoti le ferite o cercando che te ne facciano il meno possibile. Sono tempi così, faticosi e un po’ malinconici, in cui anche il festeggiamento ti stanca, e l’allegria obbligatoria sono più pesanti da fingere che nel passato.

Sì, brinderemo, come sempre, affacciandoci dai poggioli, scendendo in strada allo scoccare della mezzanotte, con il consueto sorriso e il calice in mano alzato verso il cielo. Ma, più che per salutare l’anno nuovo, lo faremo, mi sa, per controllare che quello vecchio si sia proprio deciso a finire.

8 Comments

  1. Io suggerirei di vedere il buono che c’è in questo. L’assestamento su uno stile di vita più sobrio e meno consumistico può essere molto benefico, ed è comunque alla lunga una necessità imposta dal fatto che viviamo su un pianeta dotato di una quantità finita di risorse, che stiamo depauperando molto rapidamente. Anche a livello di salute mentale, una rielaborazione del proprio stile di vita, e una riclassificazione delle priorità, può essere utile. Certo, c’è il problema delle fasce più deboli, quelle che finiscono sott’acqua, ma questo è un problema politico, che non si può più affrontare con la continua crescita economica, e quindi andrà invece affrontato con la redistribuzione ci ciò che c’è. Auguri di un sobrio 2009.

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  2. Molti blog, anche i più rinomati, sembrano degli alberi di Natale. A fianco degli articoli ostentano una colonna di widget lunga un chilometro che fa invidia al Rockefeller Center di New York.

    C’è di tutto. Dal Passaparola di Travaglio ai monaci birmani, dal cagnolino abbandonato in autostrada alle impronte da prendere agli immigrati. Senza parlare delle “slide show” o delle “playlist”, che si caricano in mezz’ora anche con una linea a 200Mb comprata dalla Nasa.

    Non sono contro questi blogger “collezionisti”, voglio solo proporre un nuovo argomento: i luoghi di villeggiatura snobbati. Sappiamo tutti che il 2009 sarà mooooolto duro, sfioreremo la recessione e ne sentiremo l’olezzo pungente. Molti hotel e pensioni tireranno la cinghia, forse addirittura non oseranno aprire alla stagione turistica…

    Chi mi disegna una gif animata “Adotta anche tu un luogo di vacanza” con gli skilift vuoti e gli ombrelloni chiusi? Paga Galatea.

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  3. eh si, povero Fabio. Tra l’altro fra un paio di settimane la Tv inizierà a parlare del caro-verdura e di quanto son care le zucchine. Come se crescessero in abbondanza negli orti sotto casa

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  4. Hai descritto un quadro reale. I genovesi, quelli veri, stanno molto attenti al peso, alla qualità e al prezzo, se il “besagnino”, così si chiama il fruttivendolo a Genova, gli rifila qualcosa che non va lo portano indietro e si lamentano davanti agli altri clienti, io non sono un vero genovese, la mia famiglia arriva dal profondo nord, e quando capita a me cambio negozio. Sono tempi di vacche magre, Berlusconi non se ne è accorto e ci invita a spendere di più (se lo mangiassero i cani randagi), mala tempora currunt, siamo in buone mani da una parte il cavaliere e la sua corte dall’altra il timido Veltroni, in mezzo la gente che non arriva a fine mese, in compenso la televisione ci rallegra facendoci vedere le vacanze dei vip. Credo che l’anno prossimo sarà peggio di questo. In ogni caso AUGURI.
    Giuliano Cabrini
    P.s.
    Se vedi Mario porgigli i miei saluti

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  5. @->unviaggiatore: riferirò gli auguri al Mario Quanto ai genovesi… Oddio, li conosco bene, essendolo per metà; ma guarda che pure i Veneti, quando si tratta di stare attenti ai prezzi non li batte nessuno. Dar Berlusconi da rosicare ai cani randagi rasenta la crideltà contro gli animali: con tutti quei lifting, povere bestie, chissà cosa si troverebbero fra i denti. 🙂

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