Facce da Tardoantico

costantino

Mi hanno sempre  affascinato i volti, le espressioni di certi generali o notabili romani degli ultimi anni dell’impero; brava gente, venuta su nelle scuole di retorica, smaliziata in tutte le pieghe della burocrazia, esperta nel diritto e, all’occorrenza, anche nel rovescio, che si vedeva grandinare addosso non tanto e non solo i barbari, ma il caos di una civiltà morente. No, non doveva essere facile guardare dal balcone un mondo, il tuo, che si sfalda, di giorno in giorno, non per un colpo secco, ma per una sorta di erosione interna: non cade, si sfarina.

In fondo, molti di loro dovevano essere care persone, alcune addirittura ottime. A esser vissuti in un altro periodo, anche pochi anni prima, forse pochi decenni dopo, avrebbero avuto i numeri per farsi un nome, divenire immortali: non è che i grandi dell’impero, di qualsiasi impero, siano poi sempre così grandi, e così imperiali: è vero che l’uomo crea le circostanze, ma spesso è anche la circostanza che fa l’uomo.

Erano come i loro predecessori, i Tardoantichi; non migliori, ma di certo non molto peggio: un po’ corrotti, un po’ cavillosi, ma ladri i Padri della Patria romani lo erano stati alquanto, in ogni epoca, e cavillosi pure. La differenza stava nell’età, nel tempo: un Settimio Severo non era certo tanto diverso per formazione e provenienza sociale da uno Stilicone, a parte che il primo, direbbe qualcuno, era più abbronzato. Ma all’epoca dei Severi l’impero era ancora tutto lì, e teneva botta; all’epoca di Stilicone no, tremolava in ogni pertugio, e avevi un bel farti ritrarre in pose solide e immobili, con tutto che franava intorno, veniva giù peggio che con una slavina.

Mi hanno sempre affascinato quei volti, ritratti nella pietra, ma come se dalla pietra venissero fuori, senza essere stati troppo sbozzati. Sono volti spesso tozzi, molto più squadrati di quelli classici; dovrebbero essere rassicuranti nella loro maschia potenza, ma le mascellone quadre, i lineamenti duri, in realtà non danno l’idea di forza, ma di forzatura: hanno in sé quella punta di esagerazione che l’artista si è lasciato scappare nel voler rassicurare molto, fino a farlo troppo. Gente che serra così la mandibola non dimostra la serena determinazione di chi non deflette, ma la scelta obbligata di non spostarsi, perché sennò casca tutto, e si può solo stringere i denti e  cercare di resistere, finché riesce.

Hanno braccia corte, gambe corte, mantelli che cadono senza eccessiva grazia, e si indovinano pesanti da portare, perché già fatti di lana grezza e non più di seta e porpora; hanno mani non affusolate, corpi brevi, poco degni di stare a fianco a quelle belle membra classiche dall’aurea proporzione. Ma sono gli occhi quelli che ti scavano dentro, ti inquietano. Non si può guardare negli occhi di una statua classica, perché la pupilla si perde nell’infinito; è al di sopra di te, al di sopra di tutto, la vita la sfiora, ma non la tocca, perché l’ha già superata e s’è involata verso qualcosa che è meglio e decisamente più in là. Sono invece tremendi gli occhi delle statue tardo antiche: sono grandi, tondi, con pupille a pallocca incastonate in palpebre pesanti e spesse. Sono pupille che hanno visto il mondo e sono costrette loro malgrado a continuare a guardarlo, anche se vorrebbero farne a meno. C’è un che di disperato, di angosciante nella fissità della loro espressione: tendono il viso verso  un punto che non è un futuro o un aldilà, come spesso si crede, ma solo un qualcosa che permetta loro di non vedere il presente. Hanno paura: una paura tangibile, anche se indefinita, che non saprebbero spiegare neanche loro, perché si sentono piccoli, e fragili, e sperduti e brutti, più dei loro predecessori; perché si sentono nani, ma senza più giganti a cui montare sulle spalle, e nemmeno cui appoggiarsi, per tirare il fiato. Forse tremano  perché si guardano e si vedono tanto uguali a quei barbari che stanno dall’altra parte da non sapersi più distinguere da loro, se non per qualche particolare trascurabile come la lingua, la cultura, la religione, a cui si aggrappano allora con veemenza, non perché ci credano, ma perché la tradizione è come per un naufrago un legno durante una tempesta, e, comunque, non hanno altro più.

Li vedo scorrere nella pietra, quei volti stanchi e pingui e terrorizzati, e mi chiedo come dovessero essere nella realtà gli uomini e le donne che li hanno ispirati. Poi scendo per strada e, ahimè, ho il dubbio di saperlo.

7 Comments

  1. @->Paperogaedintorni: in effetti, non ci avevo fatto caso. Ligabue assomiglia a Costantino (nel senso dell’imperatore). Magari qualche gene bizantino gli è arrivato diritto diritto da lì: in fondo dalle terre dell’esarcato proviene, il Liga.

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