Il kebab e il crollo della cultura occidentale.

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Si sa com’è, l’uomo è ciò che mangia. Devono aver pensato questo, a Lucca, gli amministratori locali del Pdl, che, con il dichiarato intento di preservare la cultura locale in tempi di crisi, hanno vietato l’apertura, in centro storico, di nuovi locali di “etnie” diverse dalla lucchese. Niente hamburger, niente kebab, ma, assicurano, neppure pizzerie al taglio veloci, e neanche, a leggere la Stampa, Sexy shop (e qui, confesso, mi perdo un poco: passi la pizza al taglio, perché storicamente non si può giustificare Lorenzo il Magnifico che addenta una margherita, ma Lorenzo il Magnifico che ci prova con una Margherita qualsiasi me lo riesco ad immaginare sì, e anche facilmente, e dunque?).

Liquidare l’iniziativa come una solenne stupidaggine è fin troppo facile, se non altro perché apre derive future degne di Ionesco. Il Pdl pare che abbia invitato anche gli amministratori di Forlì ad adottare una delibera simile, e spera, par di capire, che questa tendenza si allarghi a macchia d’olio (d’oliva doc toscano solo entro i confini della Tuscia, beninteso; le regioni del Nord dovranno limitarsi a sperare che scivoli sul burro di malga). Immagino future ronde di vigili pronti a multare gestori che offrono ai clienti krapfen a sud di Bolzano, o piadine in autogrill del Brennero; negli stessi autogrill, poi, il celeberrimo panino “Camogli” sarà possibile ottenerlo solo se si è entro i confini liguri: se lo cerchi a Chioggia, sarai passato per le armi, perché scatterà l’aggravante di essere un traditore della Veneta Repubblica.

Ma le piccole idiozie sono spesso il sintomo più evidente e più sincero di quelle grandi. E vietare l’apertura di un bar o di un ristorante che offra piatti di altre culture ai suoi clienti è la punta dell’iceberg di una mentalità che ormai confonde, quotidianamente e in campi ben più seri, il naturale affetto per le proprie abitudini con la paranoia.

Chi pretende di vietare tutto ciò che è in contrasto con la tradizione lo fa, a suo dire, per tutelare la pretesa “identità” del suo popolo; sente come un mortale affronto qualsiasi cosa non faccia parte delle abitudini che lui immagina siano comuni a tutti. Ha, della cultura di un popolo, una visione piuttosto limitata, perché la riduce unicamente ai comportamenti e alle credenze più diffuse, o a quelle che lui reputa tali. Questo paladino dell’identità forte ha una visione assai debole, poi, in pratica, di questa stessa identità: a mandarla in crisi basta infatti una monata qualsiasi: un musulmano che s’inginocchia in pubblico verso la Mecca, un ateo che si fa propaganda sul bus, un ragazzotto che, nella pausa mensa, pretende di mangiarsi in fretta un involtino primavera o un kebab. Il difensore della Tradizione, in realtà, crede più che altro nella media statistica, ma la eleva a Verità rivelata e non criticabile: se la maggioranza crede o apprezza una determinata cosa, sia la polenta taragna o il cristianesimo, chiunque si discosti da questa statistica anche di poco – per esempio, non ami la polenta – è un soggetto pericoloso. Va tenuto sotto controllo e soprattutto gli va impedito di far proseliti, perché permettergli di dire in pubblico che la polenta taragna non è buona o che lui preferisce e mangia le patatine con il ketchup è offendere le più sane ad antiche tradizioni del Popolo e della Nazione.

Inutile tentare di spiegargli che l’identità di Popolo e di una Nazione sono una cosa fluida, magmatica, anzi che l’identità spesso, quando è costruita bene e funziona, è come un palazzo antisismico: può prendere scosse anche forti, ma si assesta da sé e non crolla. Le identità forti i colpi secchi li incamerano e li attutiscono, delle piccole scosse di terremoto non si accorgono neppure; se s’apre poi una crepa, non solo la richiudono tosto, ma usano il pretesto per costruire una nuova ala dell’edificio, più in stile con i tempi nuovi e più spaziosa.

I tradizionalisti vivono invece con una perenne sindrome da assedio, come se ogni scricchiolio fosse sicuro presagio di un crollo definitivo, non solo il rumore di chi sta masticando un hot dog. Della capacità di tenuta della loro cultura e della loro identità non hanno grande stima, in fondo: la sentono come precaria, debole, incapace di difendersi da sola e di sviluppare anticorpi che la preservino in vita. E allora s’intignano su ogni cretinata, come se cambiando un’unica virgola in una sola frase di un lungo romanzo, o una sola nota in una sinfonia, l’intera opera si trasformasse di colpo da capolavoro in ciofeca. Non riescono a capire che la cultura non è un canone, ma una sintesi, e che le sintesi hanno bisogno, per continuare a formasi, di input nuovi dall’esterno. Che una cultura che si autopreserva uguale nei secoli finisce per insterilirsi e decadere, che se l’uomo non avesse accettato la sfida del nuovo e adottato abitudini diverse sarebbe ancora dentro le caverne a spaccar pietre di selce, non seduto in un bel ristorante del centro di Lucca ad ordinare un italico piatto di spaghetti.

Che, detto per inciso, sono cinesi d’origine, guarda un po’.

19 Comments

  1. Al di là della facilità con cui queste macchiette di governanti, nazionali e locali, infilano provvedimenti incostituzionali l’uno dopo l’altro macchiandosi di ignoranze manifeste del diritto (qualsiasi giudice amministrativo annulla quella delibera il tempo di farsi una paglia, quindi non preoccupiamoci troppo), è proprio la questione della Tradizione a spaventare. Qualche anno fa andai ad un comizio di Bossi pre-ictus proprio per sentire cosa diceva il nemico: un pippone di un’ora sulla Tradizione, con annessa e confusa lezione di storia. E queste puttanate stanno facendo breccia dovunque. A scapito di tanti italiani neri gialli e olivastri che stanno crescendo qui trattati come stranieri alla terra, anche grazie a stronzate come queste. Come direbbe Tex, peste li colga.

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  2. se a trieste si dovesse mangiare esclusivamente i piatti tipici (gulash con canederli, scampi alla buzara, krapfen, prosciutto cotto con il rafano, civapcici e gnocchi di susine con burro zucchero e cannella) a 40 anni creperemmo tutti con le arterie intasate dallo strutto.

    per fortuna ci hanno invaso pizzerie, ristoranti cinesi, greci, spagnoli, giapponesi, serbi, kebab… PERSINO ristoranti italiani…. 🙂

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  3. Divento sempre più pessimista sul destino del nostro paese.
    Quando Berlusconi se ne sarà (in qualche modo) andato, subentreranno questi signori accompagnati da un consenso oceanico; e, per quanto possa apparire incredibile, sono PEGGIO di Berlusconi. Qui al nord si chiama Lega, altrove può avere altri nomi. A Verona stiamo vivendo l’anteprima nazionale in cinemascope…

    PS Galatea, non se se è stato l’istinto dell’insegnante, o un lapsus (difesa della grammatica italica?), ma hai scritto “imput”. In inglese si può mettere la “n” prima della “p”… 🙂 🙂 🙂

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  4. @->Juni: Però per i krapfen che facevano un tempo in un baretto vicino a via dell’Università,con tutta la crema dentro, un infarto valeva la pena di rischiarlo…anche per i gnocchi con susine burro e zucchero e cannella, a dire il vero….Madonnina Santa, mi hai fatto venire una botta di nostalgia per la cucina triestina e una salivazione modello cane di pavlov!

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  5. Se penso che Londra è diventata un paradiso gastronomico grazie alla valanga di ristoratori da tutto il mondo e soprattutto italiani (a momenti ho trovato più facilmente là una mozzarella di bufala decente che non a Bologna!), mi chiedo di cosa abbiano paura gli amministratori di Lucca. A parte che la preservazione del centro storico dovrebbe passare per le regole di igiene o correttezza piuttosto che per la selezione del tipo di negozi, i divieti fatti su base etnica fanno agghiacciare, perché sembra quasi che abbiano cercato apposta la definizione più discriminatoria. Detto questo, la tua analisi mi sembra molto azzeccata

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  6. @galatea: quando passi di qua, sei la benvenuta al mio desco… 😉

    @francesco: trieste è sempre stata un crogiuolo di cultura mitteleuropea, e ne ha assorbito le tradizioni. soprattutto quelle culinarie 😉
    e poi gli scampi mica sono asburgici… ! 😛

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  7. da “Il Tirreno”:
    Accoglienza tiepida al nuovo regolamento, ieri alla pausa pranzo i locali etnici del centro erano pieni
    «Ma io non ci rinuncio»
    I lucchesi in fila dall’arabo: è meglio del McDonald’s

    LUCCA. Una cosa è certa: il sindaco Mauro Favilla, autore di un’ordinanza killer contro fast-food e locali etnici, provvedimento che prevede tra l’altro anche l’obbligo dell’inserimento di un piatto locale nei menu di tutti i ristoranti (ieri c’era chi ironizzava proponendo di inserire sui cartelli della città la scritta “Territorio farrizzato”, alludendo evidentemente ai piatti tipici a base di farro), non sembra in sintonia con la stragrande maggioranza dei suoi concittadini.
    I quali infatti continuano ad affollare i quattro rivenditori di kebab che sorgono nel centro storico. Sì, perché dopo le 13, ora in cui suonano le campanelle delle scuole e iniziano le pause pranzo, sono proprio i lucchesi a mettersi per primi in fila per assicurarsi una porzione o un panino a base della famosa pietanza mediorentale. Insomma, nei kebab tanti residenti doc e pochi turisti o fans di cibi esotici: segno evidente di un successo che in qualche modo va ad intaccare gli incassi dei locali tradizionali.
    Sarà stato un caso, ma ieri il contrasto era evidente: pochi i clienti nei locali più prestigiosi come l’Antico Caffè Di Simo, ritrovo di via Fillungo frequentato a suo tempo da personaggi del calibro di Giacomo Puccini, Giovanni Pascoli e Pietro Mascagni; grande folla disciplinatamente in fila nel kebab considerato più “trendy”, ovvero quello della centrale via Elisa.
    Clienti di ogni genere. Attenzione, una folla per di più davvero eterogenea, composta anche da impiegati in giacca e cravatta o studenti del vicino liceo classico Machiavelli, scuola di grandi tradizioni che ha visto tra i suoi frequentatori anche Giuliano Amato. «Sai una cosa? Meglio questo che il McDonald’s: costa meno ed anche la qualità del cibo alla fine ci sembra superiore» spiegano convinti Giovanni Fabris, Jacopo Hammoud e Andrea Della Maggiore, tutti 15enni e frequentatori appunto del ginnasio. «Qui si mangia con 3 euro e si beve con altri 2 – proseguono ricordando che agli studenti il gestore ha deciso di praticare cinquanta centesimi di sconto sul panino – oggi dobbiamo rientrare a scuola e con una piccola cifra ce la caviamo».
    Raccontiamo del nuovo regolamento comunale che è finito ieri su tutti i giornali stampati e on-line, quello che appunto impone il no all’apertura di nuovi fast-food, pizzerie a taglio, sexy-shop e, in particolare, locali etnici, cioè la categoria che ha suscitato roventi polemiche e accuse di vero e proprio “razzismo culinario”. Ma ci sembra di capire che, almeno per loro, potrebbe tranquillamente finire nella spazzatura, visto che alla fine questo tipo di esercizi rappresentano una specie di ancora di salvezza.
    Il doner kebab, che sempre ieri uno studio britannico ha comunque definito «una vera bomba di grassi e calorie», è una piacevola alternativa anche per Olimpia Teodorescu, una badante rumena 42enne che vive stabilmente in città e che considera questo piatto una specie di pasto completo. «Spendo poco e oltretutto mi piace, credo poi che questo locale sia il migliore di Lucca». Un’affermazione ovviamente condivisa da chi prepara le pietanze che ci chiama dietro il banco e ci mostra uno ad uno gli ingredienti: «Guarda il pane, è buonissimo. Qui usiamo tutti prodotti di qualità, ecco perché vengono tante persone».
    Subentro proibito. Un dibattito sul migliore locale di questo genere presente in zona (in tutto, nel centro storico, sono quattro) si innesca facilmente anche davanti ad una bancarella dove si offrono abbigliamento e pelletteria ad uso e consumo dei turisti, uno dei pochi punti di vendita aperti in una città che per pranzo appare spettrale ed offre soltanto un’aria carica di odori (o di puzzi) tipici delle cucine. «Io valuto anche la quantità e devo dire che il kebab vicino a via Fillungo fa porzioni più grandi», ci segnala un ragazzo. Obbligatoria a questo punto una visita in questo locale che sorge in un vicolo strettissimo a due passi dalla strada dello struscio, un’occasione per parlare anche di un altro aspetto controverso della normativa e cioè la limitazione che si applica adesso anche in caso di subentro: in sostanza, se il locale passa di mano si rischia di chiudere. «Ma tanto non abbiamo nessuna intenzione di lasciare», risponde un dipendente turco mentre serve una coppia di stranieri. «Ho letto delle iniziative contro i locali etnici – conclude velocemente -, ma la gente viene e gli affari procedono bene, per cui non mi preoccupo». A dire la verità neanche al Caffè Da Simo si scaldano più di tanto: «Per me il no ai kebab sposta davvero poco», dice un addetto.
    Menù localizzato. «Voglio specificare che con questo provvedimento si cerca di offrire più qualità – commenta infine problematizzando Benedetto Stefani, presidente dei ristoratori di Confcommercio e consigliere comunale di Forza Italia – (ma che strana coincidenza! -nota mia-) ma soprattutto si vuole difendere Lucca dal punto di vista gastronomico e culturale: si pensa ovviamente ai fast-food, alle pizzerie a taglio. Tuttavia – sottolinea – non ci dobbiamo dimenticare anche di altri aspetti, come la concorrenza che subiamo dai circoli e dalle strutture agrituristiche. E quanto alla tipicità, c’è il fatto che ormai in tutti i ristoranti si offrono già piatti lucchesi: li comprano precotti ed il gioco è fatto. La conseguenza è che il piatto di farro servito a Lucca è identico a quello offerto a Milano».

    una gastrite li seppellirà…

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  8. Durante i miei viaggi, per lavoro, ho avuto il piacere di gustare nello Yemen la cucina yemenita e ancora di più la cucina libanese, gusti indescrivibili. In Finlandia il kalakukko (amo il pesce), quando vado in Carnia mio cugino prepara la polenta con il frico. Sedersi ad un tavolo e mangiare vuol dire anche parlare con chi ti sta intorno. Amo il pesto ma se qualcuno capita nella mia città, Genova, consiglio un ristorante in centro vicino a piazza De Ferrari, più che il centro direi proprio l’ombellico di Genova, si chiama Nabil, ottima cucina araba.
    Nota a parte: i genovesi sono notoriamente tirchi, eppure tempo fa, hanno comprato delle uova non per mangiarle ma per tirarle a Borghezio che si è permesso di venire a parlare in piazza Baracca.
    Ciao
    Giuliano
    P.S. Auguroni per le prossime elezioni

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  9. Caro Giuliano, i genovesi non sono tirchi, sono oculati. Comprare uova per tirarle addosso a Borghezio è un investimento: poi ti senti meglio… 🙂
    Ovviamente io, da mezza genovese, adoro il pesto, ma se capiterò a Genova prometto di andare a fare un salto a questo Nabil. Ciao.

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  10. ci mancava solo il razzismo gastronomico! vorrei aggiungere che la guerra kebab vs mcdonald è già vinta, ed io spero che sia solo la prima delle battaglie contro la civiltà del falso benessere della quale siamo prigionieri

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  11. Che poi a me, tradizionalismo e conservatorismo (o multiculturalismo, è uguale) a parte, se qualcuno in nome di questi concetti mi viene a dire non dove posso o no far capannello in strada a mangiare (ciò capisco attenga al vivere in comunità) ma addirittura, come da intervista odierna al sindaco di lucca, COSA POSSO MANGIARE IO PERSONALMENTE, ecco, a me viene un immediata voglia di prenderlo a pugni

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  12. Bel post davvero, Galatea. Potremmo ragionare alla stessa maniera del problema linguistico. Io ho degli studenti che parlano solo dialetto a scuola perchè “i mori i voe farne imparar l’arabo”. Alle medie. Che poi anche sta “lengoa veneta” a ben vedere è un’invenzione, per di più fatta male. La vera lingua, così come la vera identità, te la porti dentro e te la sei costruita da quando sei nato, quindi non hai bisogno nè di difenderla nè di farne proselitismo. Chi vuole a tutti i costi recuperare e difendere l’identità è perché DIFETTA di un’identità…

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