Facebook non è per niente chic. Dopo la Rodotà, anche Cotroneo ce l’ha con i social

Ci si mette anche Cotroneo. Dato che le feste di Natale si prolungano ahimè fin all’Epifania, i giornali bisogna riempirli. Ma il clima deve essere disteso, non proprio da Partito dell’Amore, (ché su quello Moana ha ceduto il copyright a Silvietto) ma insomma, almeno dell’Affetto genericamente spalmato. Quindi non potendo prendersela con Berlusconi, e conseguentemente neanche con la tv, gli intellettuali se la prendono con Facebook. Perciò dopo che la Rodotà ci ha illuminato sul fatto che le amicizie sui social network son vuote, ecco che arriva Cotroneo. Il quale su Facebook ci sta pure, ma, fa capire, con quel tanto di schifato ed aristocratico disprezzo con cui, qualche anno fa, gli intellettuali seri andavano in televisione a spiegare che la tv era una cosa da non guardare mai.

Dato che ho già puntigliosamente chiosato il temino della Rodotà, riservo al bravo Roberto lo stesso trattamento: non fia mai che s’offendesse, il giovin scrittore.

Ieri sul “Corriere della Sera”, Maria Laura Rodotà ha scritto un bell’articolo sull’amicizia al tempo di Facebook. Su questa idea che il popolare Social Network possa produrre amicizie che abbiamo la stessa forza e lo stesso valore delle amicizie che si fanno nella vita reale, concreta.

Ora, spiegatemi una cosa: a me nella vita è capitato di conoscere amici nei posti e nei modi più impensati: scontrandosi nei corridoi dell’università, in coda alla posta, nell’anticamera del dentista; una delle mie più care, per esempio, su un treno bloccato da una nevicata. Chissà perché se conosco un tizio mentre prendo un caffè in un bar e il tizio attacca bottone parlando del tempo, quello può diventare un mio amico vero, o magari l’uomo della mia vita; se invece lo incrocio sul social network, e mi attacca bottone commentando un post o un video che è piaciuto ad entrambi, o lasciando un commento sul mio blog, no, non può diventare nulla più che uno sconosciuto intersecato in rete. Sembra che ci sia una sorta di pregiudiziale sugli incontri “virtuali”, e intellettuali “di sinistra” come la Rodotà e Cotroneo che alzano alti lai contro chi a priori considera ogni musulmano/rumeno/extracomunitario un potenziale delinquente e non lo vuole frequentare nella vita reale, si comportano invece sulla rete come se dietro ogni persona che chatta o socializza su internet ci potesse essere sempre e solo un maniaco, o comunque qualcuno che mente, si nasconde, è potenzialmente pericoloso. Se dietro ogni nostro comportamento c’è un trauma infantile, chissà che brutte esperienze devono aver fatto, loro, ai tempi del Commodore64.

Ora, il dibattito dura da molto tempo e a Natale diventa assai più intenso perché i membri dei social network tendono a mandarsi regali finti, fiori finti (non virtuali, finti, ribadisco), e naturalmente auguri finti. Lo straniamento è evidente.

Anche qui, mi rimane oscuro perché il “regalo” virtuale sul social debba essere considerato “finto” a priori. Come dice il proverbio, per il regalo basta il pensiero. Quindi chi mi manda un poke su Facebook magari non peccherà di originalità, ma almeno, povero cocchino, per un centesimo di secondo – il tempo del clic – a me ci ha pensato. E non credo che una rosa virtuale o un pupazzetto cartoon siano più finti della candelina profumata o il segnaposto ad angioletto di latta che ci recapita la collega, comprato in stock assieme ad altri venti nel negozietto da 99cent. Quanto agli auguri finti, mi vien da ridere, pensando a quanto veri, calorosi e sentiti siano invece quelli che negli anni passati mi giungevano tramite bigliettini postali old style: quelli, per intenderci, in cui il Buone Feste era stampato in oro ed il mittente come massimo sforzo aggiungeva in calce un ricciolo di firma.

Ma nessuno, tra i sociologi e gli psicologi che si occupano dei social network va al fondo delle cose.

Eh già, non sempre si riesce a raggiungere la profondità di un articolo come questo, che vuoi, Robe’!

Facebook, come si può dire, ha cambiato destinazione d’uso. Il suo ruolo iniziale era tutt’altro. Non cercavi amicizie su Facebook, ma ritrovavi amicizie su Facebook. E in particolar modo vecchi compagni di scuola, che in una società mobile come quella americana, potevano essere dispersi in mezzo mondo.

A questo punto non è che mi sia ben chiaro il concetto: se uso Facebook per ritrovare il mio compagno di banco delle medie – che non ho sentito l’impulso di continuare a sentire negli anni successivi forse perché l’amicizia con lui s’era esaurita già all’epoca, e dopo tanti anni è improbabile che abbiamo in comune qualcosa a parte vecchi e noiosissimi ricordi– allora Facebook va bene; se invece uso il social network per conoscere persone nuove ma che condividono i miei attuali interessi, e che non ho altro mezzo di conoscere e contattare, perché purtroppo stanno dall’altra parte del mondo, sono strana.

L’esplosione di Facebook ha trasformato uno strumento limitato e preciso, in una immensa chat dove tutti parlano con tutti. E dove si accetta l’amicizia di sconosciuti come fosse del tutto normale.

A parte il fatto che le chat dove tutti parlano con tutti non sono Facebook, ma le robe tipo l’antiquatissimo mirc, qui il problema mi pare non tanto il social network in sé, ma l’uso che la Rodotà e Cotroneo ne fanno. A me, che sono una persona non nota, chi chiede l’amicizia su Facebook è in genere qualcuno che mi conosce già, nella vita reale o dal blog, o perché leggono il mio nome nella lista degli amici comuni. Capisco che per Cotroneo e la Rodotà, che sono personaggi pubblici, le cose sian diverse, e loro certamente saranno assediati da centinaia di fan sconosciutissimi che chiedono loro l’amicizia, che poi vuol dire soltanto avere la possibilità di un contatto diretto in chat con il signor X. Ma nulla vieta a Cotroneo e alla Rodotà di non accettare queste richieste da parte di sconosciuti, e buona notte. Forse però il problema è che a Cotroneo e la Rodotà serve una vetrina su Facebook, e, per aumentare le loro schiere di fan, accettano come “amico” chiunque, salvo poi indispettirsi quando uno dei fan che ha ottenuto l’accesso alla loro pagina li contatta in chat, invia loro poke, chiede insomma di interagire.

Quanto poi all’accettare l’amicizia da perfetti sconosciuti, anche qui si potrebbe sindacare sul grado di “perfezione” che l’anonimato di Facebook consente. Chi ti chiede l’amicizia ha anche lui una pagina su Facebook. Controllare chi sia il tizio è questione di un clic: apri il link ed il suo mondo ti si squaderna davanti: lavoro, casa, studi fatti, situazione sentimentale, amici, hobbies. Tutta una serie di dati che nella vita reale quando conosci qualcuno ci metti mesi a sapere. Insomma, fra lo sconosciuto del bar e quello incrociato in rete quello in rete è molto più inquadrabile a colpo d’occhio: se in un bar mi abborda un tizio, posso impiegare qualche settimana a sapere che è un fanatico del sadomaso; se vado sulla sua pagina dove è ritratto in tutina nera con maschera sul volto e vedo che ha aderito al gruppo “Amo il bondage” e “Frustami le chiappe” un sospettino mi viene subito, eh.

Quello che nessuno dice è che gli adulti (per i ragazzini è un’altra cosa, ed è vero) stanno staccando la spina. C’è chi si cancella del tutto, e chi cambia account, selezionando pochissimi amici nella categoria amici veri, quelli che si conoscono da una vita.

È fisiologico che molti, dopo aver provato una cosa, decidano che non fa per loro, e si tolgano. Così come è possibile e giustissimo di tanto in tanto provvedere ad una bonifica con taglio dei rami secchi: si fa anche coll’agendina a mano, quando a fine anno si decide di ricopiare solo alcuni numeri, e altri no. Ne dovremmo dedurre che anche le comunicazioni telefoniche sono in crisi?

Ma soprattutto c’è una cosa nuova e importante. È un titolo di merito, di stile e di eleganza non esserci su Facebook. E quando incontriamo qualcuno, sempre più raro, che dice: non sto su Facebook lo guardiamo con ammirazione. Uno che non ci è caduto, uno che non ha bisogno di taggare, di cliccare il “mi piace”, di scrivere la nota, di mettere lo stati quotidiano. Uno che se vuole parlare con qualcuno lo invita a colazione o per un aperitivo.

Ah ecco, meno male, ci siamo arrivati! Quando Facebook era una novità, allora era chic esserci. Ora che ce l’hanno cani e porci, ha perso smalto. E sant’Iddio! Prima ci trovavi solo quelli della tua classe e del tuo ambiente, adesso sei confuso con la plebaglia e c’è il rischio che se un amico di Facebook poi t’invita sul serio a prendere un caffè finisci a berlo in un sudicio bar della Suburra, e non da Cipriani. Dove andremo a finire, signora mia!

Mi raccontava l’amministratore delegato di una multinazionale canadese che si occupa di telecomunicazioni e che ha filiali in tutto il mondo, che per la selezione del personale, loro tengono conto se si è iscritti a Facebook oppure no. Perché essere su Facebook non viene considerato un titolo di merito. Siamo all’inversione di tendenza?

Cioè, vuoi dire che prima, dovendo scegliere se assumere un tale con venti master ma non iscritto a Facebook o uno con nessuna specializzazione, ma un accout su Fb, selezionavano il secondo, i geni della multinazionale? Azz, averlo saputo, avrei fatto carriera! O non sarà che l’amministratore della multinazionale ha paura che uno status incauto postato possa far sapere al mondo qualcosa che l’azienda non vuole si sappia? Mah.

Io comunque, su Fb ho chiesto l’amicizia a pure Cotroneo. Se mi accetta, lo invito ad una colazione o ad un aperitivo. Vorrei mai passare per una buzzurra, via.

16 Comments

  1. io uno dei miei amici più cari l’ho conosciuto attraverso i commenti al blog. certo, un blog non è facebook, ma sempre virtuale è. e giustamente, l’equazione tra virtuale e finto mi sa tanto di snobismo un po’ narcisistico. ma si sa, quando uno è intellettuale…
    (ah, poi con quel mio amico ci siamo anche conosciuti di persona…)

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  2. Interessanti questi due post.
    Per quanto riguarda il secondo è l’eterna puzza sotto il naso che porta a scrivere certi editoriali.

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  3. Che dire della Rodota’? Una che si scaglia con “furore luterano” contro la donna oggetto quando il suo giornale pubblica tonnellate di pagine web dedicate ai calendari (non quelli di Frate Indovino) si commenta da se’.

    Quanto a Cotroneo, non mi stupisce ne’ il suo atteggiamento, ne’ quello di una parte della sinistra verso Internet.

    Il “paternalismo sociale” e il “politically correct” di una certa sinistra sono i sintomi della fondamentale sfiducia che questa “corrente di pensiero” nutre nei confronti del libero arbitrio, della responsabilita’ individuale, e della possibilita’ di compiere libere scelte, anche quando queste sono fondamentalmente sbagliate (Facebook non c’entra, Facebook non e’ sbagliato anche se non mi garba, ma per motivi personali).

    Una sfiducia nei confronti dell’individuo in generale, che in maniera un po’ epidermica potrei attribuire al retaggio marxista di questi intellettuali.

    Fra l’altro, nel caso della Rodota’, “intellettuale” e’ una parola molto grossa…

    In sostanza: “Minority Report”.

    “Noi” sappiamo quel che e’ bene per voi, “Noi” vogliamo impedirvi (per il vostro bene) di commettere errori anche prima che pensiate di poterli commettere.

    E’ l’altra faccia, patinata e oggettivamente piu’ colta, del controllo sociale tramite veline e tronisti…

    Ma non e’ che alla fine mi cambi qualcosa se devo vergognarmi e portare lo stigma sociale di aver conosciuto la mia fidanzata su Facebook e non dalla De Filippi…

    Bel post.

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  4. @roberto:Grazie!
    @marcoboh: anche io ho conosciuto un paio di amici molto cari attraverso i commenti del blog. Non ci vedo nulla di strano.
    @silvana: questo tipo di puzza sotto il naso non l’ho mai retta. Accetto che uno sia spocchioso, ma almeno deve essere coerente.
    @yossarian. E mica siamo tutti così, a sinistra, eh.

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  5. “Anche qui, mi rimane oscuro perché il “regalo” virtuale sul social debba essere considerato “finto” a priori. Come dice il proverbio, per il regalo basta il pensiero. Quindi chi mi manda un poke su Facebook magari non peccherà di originalità, ma almeno, povero cocchino, per un centesimo di secondo – il tempo del clic – a me ci ha pensato.”

    Questo mi piace, tra le altre cose. La sincerità delle parole, la ricchezza delle esperienze, la profondità di un rapporto dipendono dalla qualità delle persone, non dal mezzo che usano per conoscersi e frequentarsi.

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  6. Son strumenti ad uso e consumo delle persone che li usano e li piegano a loro piacimento. fondamentalmente permettono la relazione ed è quello il bello o il brutto. Se decidi di avere la vetrina su facebook ci passeranno in mille davanti che fai li mandi via? La vetrina l’hai aperta tu, le persone vengono. Se decidi che è una rubrica le persone ce le metti sempre tu… Come sull’agendina a penna. Anche i numeri dell’agendina mica li usi tutti contemporaneamente? Certo per pokare uno dell’agendina devi telefonargli, su fb basta un clic. O una mail, ad ogni modo é veloce e pratico. E poi puoi sempre decidere di mettere un po’ (poche in verità ) di impostazioni privacy… Cioè ripeto te lo pieghi a tuo uso e consumo. Solo che l’agendina è solo tua, facebook é comunque metterla in piazza. E allora o sei consapevole anche della tua foto in tutina latex che qualcuno troverà o metterà sempre che non l’abbia messa tu stessi o non lo sei. Il problema è nelle persone non in facebook o in qualunque altro strumento del dimonio 2.0 e Social

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  7. @Galatea

    “E mica siamo tutti così, a sinistra, eh.”

    E’ per questo che avevo specificato e che riporto ancora il pezzettino nel virgolettato:

    “…di una certa sinistra…”

    Rinforzato a scanso di equivoci da:

    “ne’ quello di una parte della sinistra”

    Ora, non parlo di te Galatea, ma una domanda mi sorge spontanea e credo che un giorno ci scrivero’ qualcosa:

    Ma com’e’ che leggete a sinistra?

    Come interpretate il significato di frasi, preposizioni etc etc? Con quale processo cognitivo?

    Quale meccanismo di causa ed effetto si mette in moto nel lettore di sinistra?

    Se scrivo:

    ” l’antiberlusconismo degli anni 90 fu un grave errore della sinistra italiana che ne determino’ le sconfitte elettorali successive e fu sfruttato abilmente da Silvio Berlusconi”

    mi punge vaghezza che il lettore medio di sinistra invece di riflettere sul significato della frase ( sulla quale e’ ovvio si puo’ dissentire) compia il singolare assemblaggio semantico che passo ad illustrarti:

    costui prende “errore”, “sinistra”, “sconfitta”, “abilmente” e “Berlusconi” e mi scodella: “la sinistra e’ un errore e viene sconfitta abilmente da Berlusconi”.

    Ergo, chi scrive e’ un sostenitore di Silvione-Chavez.

    Fra l’altro scusa, ma l’incapacita’ acritica di riflettere sui propri errori, sulle proprie debolezze, e il ricorrere al “serriamo i ranghi” appena uno solleva una obiezione, mi lascia e mi lascera’ sempre molto perplesso, e credo sia una terribile debolezza politica della sinistra, che ricorda da vicino l’immobilismo brezneviano, e che vi aliena le simpatie e i voti di tutti quei progressisti che non amano la destra, ma fanno fatica a capire la vostra pervicacia nello sbattere la testa contro il muro, e che quindi non vi votano.

    In sostanza, se uno che non fa parte “della famiglia”, e obietta, voi fate quadrato e allo stesso tempo, rifiutandovi di considerare analiticamente la critica (giusta o sbagliata che sia) vi rifugiate dietro al “non siamo tutti cosi’ a sinistra “.

    Vabbe’.

    Ciao e buon anno

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  8. @catepol: spiegalo a loro, non a me.. Eppoi vuoi mettere la soddisfazione di poter gridare “Lu Dimooonioooo!”;-)

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  9. @yossaria: l’incapacità di leggere le frasi e capirle è equamente distribuita fra sinistri e destri, come il riflesso pavloviano di far quadrato non appena attaccano la parte tua. Indipendentemente dalla parte scelta. Suvvia, Yossarian, ammettiamolo.

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  10. I social network sono luoghi di frequentazione non obbligatoria. Per fortuna non ce lo ordina il dottore di starci. Ci si va o non ci si va. Per mio conto sono una interessante vetrina dove è possibile rendere visibili le proprie attività. La mia esperienza è molto semplice e anche molto banale. Per chi scrive e pubblica i SN sono senz’altro una grande opportunità per farsi conoscere. Non ci vedo niente di male. La metà delle recensioni che ricevo le ricevo perché FB mi da l’opportunità di contattare riviste letterarie e recensori che non avrei modo di incontrare. Inoltre mi avvicina a molti miei lettori. Poi ogni cosa va presa con moderazione. Come sempre poi avendo letto il suo commento, mi riconosco in catepol: il problema è delle persone, non dello strumento.

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  11. @Galatea

    “Suvvia, Yossarian, ammettiamolo.”

    Ammetto volentieri perche’ non sono di destra: tanto che ogni volta che critico aspetti nefasti del capitalismo e dell’economia di mercato, scatta la stesso rele’ (scritto giusto? uhmmm dubbio) e mi becco acriticamente la Medaglia dell’Ordine di Lenin…

    Pero’ hai semplicemente rilanciato la palla: la tua non era una risposta.

    Dai, mollo il colpo…non sto trollando…e non credo sia il caso di trascinarti OT su un post interessante che ho apprezzato.

    🙂

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  12. @Yossarian e Galatea.

    Scusate se mi intrometto. Ma credo che l’atteggiamento paternalistico protettivo dagli effetti nefasti che le novità possano avere sugli individui sia da attribuire più alla generazione a cui appartengono certi soggetti più che alla corrente politica. Poi si può anche discutere di marxismo e liberalismo, ma purtroppo nel dibattito politico che si è scatenato sui social network non c’è traccia né dell’uno né dell’altro. Altrimenti gli argomenti sarebbero altri.

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  13. @mirta: Eh, non saprei, non sono fra i suoi contatti. Certo che se tenta davvero di rimorchiare su FB e a me m’ignora, comincio quasi quasi a sentirmi offesa… 😉

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