Internet e le avanguardie dei 44 gatti

Un bel post di Gigi Cogo, stamattina, e il susseguente dibattito su FF, mi spinge a dire la mia sui social network ed il loro (scarso? Pessimo?) uso in Italia. Gigi, che sulla rete ci sta da quando è nata, credo, non è depresso, ma, come si dice in Veneto, un po’ smonato sì:

Ultimamente, mi trovo a definire il web sociale come un grande sistema di intrattenimento dove le opportunità vengono immaginate come “ludiche”. Ecco perchè ……. ho bisogno di capire perchè il nostro attacco non sfonda e la nostra difesa continua ad essere bucata come un colabrodo!

Lo capisco, Gigi. Si ha l’impressione, da parte di chi del web è appassionato, che la maggioranza delle persone lo creda solo un mezzo per condividere l’ultima barzelletta scema, prenotarsi il volo low cost, guardare le tette della velina in carica, e poco altro. Un fenomenale strumento di cazzeggio per riempire i tempi morti della noia in ufficio o in famiglia. Gigi, che invece pensa la rete come strumento di diffusione e di coscienza democratica al servizio del cittadino, si sente frustrato e spiega la sua frustrazione in diversi punti: siamo noi troppo tecnici nel nostro linguaggio? Il web usato come strumento democratico richiede troppo tempo? Non riusciamo a spiegare bene quale siano le sue reali potenzialità a utenti singoli ed aziende? O è semplicemente un portato del maledetto carattere italico che impedisce di sfruttare la rete se non per lo svago?

Cercherò di rispondere in modo altrettanto schematico.

Certo, il linguaggio è complicato e spesso da parte di alcuni un minimo di autocompiacimento nell’usare termini astrusi c’è. Ma secondo me è un falso problema, quello del linguaggio settoriale. Quando mi capita di leggere la cronaca di un incontro sportivo sulla Gazzetta ci capisco una cippa, perché usano a mani basse termini tecnici e danno per scontato informazioni che io non so. Eppure la Gazzetta è il più letto giornale italiano. Dunque, se una cosa diventa “di massa” il linguaggio tecnico non rappresenta più un problema: lo capiscono tutti, anche i più zucconi, diventa patrimonio condiviso.

Ecco, appunto, il problema, secondo me, sta proprio in quel “di massa”. Il web in Italia non è un fenomeno di massa. Non mi riferisco al fatto che a discutere di certi problemi, o anche solo a porseli, in Italia saranno trenta persone in tutto. E’ che, proprio a livello di utenti, quelli che “usano” il web con consapevolezza davvero sono ancora una sparuta minoranza. Dal mio osservatorio privilegiato di insegnante delle medie, posso garantire che persino fra i supposti “nativi digitali” quelli che usano il web sono una minoranza. Ci sono ragazzi che non hanno proprio il computer a casa, o, se lo hanno, lo usano giusto per giocare ai videogiochi e scopiazzare qualche ricerca da wikipedia, bellamente ignari, per altro, che wikipedia è una enciclopedia con impostazione diversa (nel bene e nel male) da quelle cartacee che consultavano i loro fratelli maggiori. Stanno su Facebook con altrettanta giovanile incoscienza: chattano, messaggiano, lasciano per sempre nei meandri del web foto e frammenti di riflessioni che un giorno potrebbero impedirgli di essere assunti nel posto che desiderano, intavolano con sconosciuti conversazioni che potrebbero magari essere pericolose, o perdono, molto più semplicemente, oceani di tempo che potrebbe essere meglio utilizzato. Non hanno alcuna nozione tecnica su cosa sia e come si comporti nello specifico il mezzo che usano: lo usano e basta, il che alle volte può sì farli incappare per caso in qualche rivelazione che a noi adulti sfugge, ma spesso significa solo che ci si muovono dentro a naso, e spesso si ritrovano nella situazione di uno che, dopo aver ricevuto un vecchio mangiadischi senza il libretto delle istruzioni, lo usi come tavolino d’appoggio senza intuirne la vera funzione. Attorno non ci sono adulti che possano spiegare loro come si fa, perché gli adulti stessi, i padri, le madri ma spesso e volentieri anche gli insegnanti, il web lo usano proprio come loro: per prenotarsi le vacanze, forse chattare con qualche amico distante, ma poco più. Ho vagonate di colleghi che non sanno cos’è un blog, confondono Facebook con l’intero internet, e per giunta non vogliono neanche capire la differenza, perché, dagli articoli che hanno letto, hanno deciso a prescindere che la rete è “il male”, e loro si sentono orgogliosamente felici di non saper nemmeno aprire un computer. Peggio che peggio poi quando si confonde l’uso di internet con l’ora di informatica (che poi è stata anche abolita, per inciso, alle medie, dalla riforma di Madama Gelmini): come a dire che chi sa come è costruito un telefono poi sa anche fare delle conversazioni interessanti, o basta dire che un sito è fatto in codice htlm per spiegarne il contenuto o il successo.

Ecco, Gigi, secondo me il problema sta principalmente in questo: fintanto che l’uso delle rete sarà limitato a questa funzione intuitiva e dilettantesca, in Italia verrà vissuto quasi esclusivamente come una forma sofisticata di cazzeggio. Qualcosa che si fa nel tempo libero e così come capita, da parte di chi ne ha voglia ed è interessato. Bisognerebbe investire, ma non a pioggia e in megastrutture inutili: in una formazione seria e capillare, che spieghi agli insegnanti prima e e ai ragazzi poi che internet è una cosa diversa ed a sé: non è fatta tanto per risolvere i vecchi problemi, ma a cambiare lo scenario e quindi anche i problemi e le soluzioni possibili. Che la distinzione fra “tecnico” e “umanistico” è in questo senso superata, che non puoi più permetterti, qualsiasi lavoro tu faccia, e qualsiasi vita tu viva, di non sapere come funziona questa cosa, esattamente come non ti puoi più permettere di non sapere cosa sia una macchina, un frullino, un treno, un bus. Ci vogliono soldi, per questo, ma soprattutto ci vogliono cose che in Italia scarseggiano ancora di più: capacità di programmare sul lungo termine, di investire in maniera mirata, e soprattutto volontà politica di farlo. Altrimenti continueremo allegramente a cazzeggiare su Facebook, mentre il resto del mondo ci farà marameo.

26 Comments

  1. ci scrivo un post anche io (metto un attimo insieme le idee tra qui e il post di gigi…). E’ vero. I ragazzi oggi hanno degli strumenti in mano e li usano. Senza grammatiche. E gli adulti non sono nè d’aiuto, nè ne capiscono veramente…
    a dopo…grazie anche a te del post

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  2. Interessante punto di vista il tuo che, largamente, condivido. Eccetto un punto: “..lasciano per sempre nei meandri del web foto e frammenti di riflessioni che un giorno potrebbero impedirgli di essere assunti nel posto che desiderano…”

    Nella realtà attuale, nella forma applicata, il tuo punto non fa una piega. Per accedere al lavoro, non si passa solo per conoscenza (al singolare..), capacità, competenze etc. C’è anche una forma. Io lavoro da ventidue anni, tutti spesi per grandi aziende. Di quelle che investono (spendono..) per fingersi moderne, aperte ai cambiamenti, politically correct, impegnate a difendere valori etc etc.

    Ed è in questi ambienti, fintamente aperti, che si conservano le più rigide tradizioni. Dove tutto cambia per non cambiare nulla. Dove spesso le competenze finiscono per essere sfruttate non utilizzate. E quando un’azienda finge di aprire al casual friday, al “tu” fra livelli, alla pausa caffè condivisa, mi viene da pensare a tutte quelle altre volta quando, attraverso subdoli meccanismi, viene ripristinato l’ordine del tempo che fu.

    E’ già successo che coloro che vestivano il montgomery e portavano la tascapane, oggi impongono abito grigio e cravatta blu, restaurando gli ordini scritti anni prima.

    La rete, come spinta democratica ad aprirsi al nuovo, dovrebbe essere davvero quel motore che porta a cambiare con rispetto ma decisione, quelle forme che ristagnano e che spesso sono utilizzate come esercizio di potere, da chi potere non ha.

    Spero di essere stato chiaro.
    -f

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  3. Il fatto è che rischiano, fra vent’anni, di essere giudicati male perché, da quattordicenni, hanno fondato il gruppo su FB “vorrei prendere il tizio a pomodorate in faccia”, oppure perché il moroso scemo ti ha taggato in una foto in cui sei nudo al mare…

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  4. Cara Mariangela,
    in queste ultime settimane ho avuto delle ospiti britanniche a casa per degli scambi su un programma di lingue.
    Bene, ti racconto alcuni aneddoti:
    a) Preferisci Mac o Windows?
    Risposta: è lo stesso, li so usare tutti e due.

    b) ti serve un programma per chattare, telefonare, dimmi tu?
    Risposta: Ovvio che uso Skype e mi son fatta i crediti per chiamare i fissi a Londra.

    c) Vuoi ch eti controlli lo stato del volo?
    Risposta. Già fatto sul sito BEA

    e non vado oltre perchè stampavano i plot dei loro drama direttamente scaricandoli dalla rete, preparavano le lezioni scaricando le lyrics dal web e non vado oltre.
    Fantascienza? No, abitudine, uso continuo a tutti i livelli, in tutti i luoghi in tutti i laghi e, ovviamente avevano anche FB per le solite cose, comprese quelle universitarie….eh si, l’università in UK è SU FB!

    Mi piace: “Dunque, se una cosa diventa “di massa” il linguaggio tecnico non rappresenta più un problema: lo capiscono tutti, anche i più zucconi, diventa patrimonio condiviso.”….mi piace. Ma la massa è resistente perchè, in Italia, il nuovo è visto sempre con sospetto, mentre il vecchio come qualcosa di sicuro, affidabile e du ra tu ro!

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  5. Ho letto solo la tua risposta a Gigi, quindi mi attengo a quel che scrivi.

    Stando a quel che dici sull’insegnamento dell’informatica non posso che trovarmi d’accordo, cosi’ come sul superamento della dicotomia da asilo nido “umanisti” e “tecnici”, che scusa la volgarita’, ma me li sta sminuzzando finemente.

    “Arido scienziato privo di sentimenti!”

    “Imbelle fancazzista umanista e sognatore a occhi aperti!”

    Basta, davvero, non se ne puo’ piu’. Perlomeno in questi termini.

    Tuttavia, e qui non c’entri tu, ma Gigi, quando quest’ultimo, come riferisci pensa che:

    Gigi, che invece pensa la rete come strumento di diffusione e di coscienza democratica al servizio del cittadino, si sente frustrato

    Guarda, onestamente non posso fare a meno di irritarmi.

    Possibile che per ogni strumento di comunicazione, per certa gente esista sempre e solo una finalita’ “di presa di coscienza democratica “, sempre e solo una finalita’ didattico-pedagogica “precotta” e indicata da qualcuno ” che lui si che sa” la direzione da prendere?

    Se proprio dobbiamo insegnare, perche’ non possiamo insegnare agli utenti di Internet a prendere coscienza delle loro potenzialita’ e delle potenzialita’ dello strumento che sono invece molteplici, e non sono solo finalizzate a farsi ” la coscienza democratica”?

    Perche’ non insegnare a pensare a 360 gradi, invece che a 90 ( scusa il doppio senso)?

    Io internet la utilizzo per giocare, scrivere, comunicare, raccontare barzellette, fare acquisti e, se e’ il caso,per lanciare appelli, petizioni, class action etc etc.

    Puo’ darsi che trovi anche qualche altro utilizzo.

    Vogliamo che internet diventi come il “dibattito dopo il film” degli anni 70?

    Perche’ su internet non posso raccontare le barzellette o postare minchiate, e allo stesso tempo scrivere – o leggere – qualcosa di interessante sull’Anabasi?

    Perche’ sempre e solo un senso unico? perche’ non chiediamo alla gente cosa vuole da internet, o cosa vorrebbe sapere su internet, invece di fare dibattiti astratti su cosa vorrebbe “qualcuno” per internet?

    Scusa, saro’ un individualista, ma quelli che pensano per me e vogliono impormi “coscienze democratiche”, mi suonano assai poco democratici.

    E mi irritano assai.

    Trovo molto piu’ interessante e stimolante il tuo approccio.

    Ciao

    🙂

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  6. @Gigi: In italia siamo resistenti ad ogni forma di innovazione… la mia cultura umanistica mi spinge a dire che se non siamo mai riusciti a fare una rivoluzione, in questo paese, ci sarà un perché…
    @Yossarian: No, Gigi si occupa di questi temi specifici (democrazia e rete)da anni e per lavoro, per cui è più sensibile di me sull’argomento. E di certo più preparato 🙂

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  7. sottoscrivo appieno. fanno un po’ come la mia professoressa di lettere delle medie (1966-1969) che si vantava di “non sapere la matematica” e faceva addizioni e sottrazioni con le dita (anche se poi le sue materie le sapeva insegnare eccome!)

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  8. Ho letto prima le 95 tesi e il manifesto Cluetrain.

    Poi Gigi.

    Sul manifesto e le 95 tesi, mi astengo perche’ e’ stata una lettura veloce e devo approfondire.

    Ovviamente non lo conoscevo.

    Interessante.

    Allora facciamo cosi’:

    facciamo parlare “l’utente”.

    Visto che bisogna “democratizzare”, visto che si tira sempre in ballo l’utente – questa creatura misteriosa – allora parlo da utente.

    Sono un utente di massa e mi definirei un utente con un grado piu’ che dignitoso di “Internet literacy”.

    Ora: mettiamo da parte le 95 tesi di luterana memoria, e le loro applicazioni nel campo del business to business, etc etc, dove ho lavorato tre anni, proprio per una casa editrice online britannica, compreso il concetto di internet come “conversazione” e sull’applicazione della “conversazione” nel marketing editoriale online – nel mio caso farmaceutico B2B.

    Mi hanno fatto una capoccia cosi’ con la “conversazione”, ma non sapevo che venisse dal Cluetrain Manifesto che non conoscevo.

    Faccio ammenda, e comunque mettiamo da parte, per amor di brevita’, il punto C del post di Gigi e dalle implicazioni relative al modello economico.

    Tuttavia come semplice utente, e da quel post, devo dire che non ho capito cosa si deve “democratizzare”, come si deve “democratizzare” e perche’.

    Da come ne parli tu sembra evidente che in Italia stiamo parlando di un problema di istruzione, diffusione e accesso.

    Ok, come utente prendo per buono quello che dici sulle difficolta’ didattiche, culturali, ambientali e generazionali.

    Il punto che mi sfugge e’ la “democratizzazione”, e quale sarebbe la differenza fra l’italiano che utilizza Facebook e il britannico.

    Io vivo in UK, ho una cable broadband e puo’ darsi che l’Inghilterra sia oggettivamente piu’ cablata dell’Italia. Non ne ho idea.

    Ma anche le ipotetiche grandi folle inglesi e americane, fanno le stesse cose che fanno gli italiani e utilizzano internet nella stessa maniera.

    Ti cito:

    un mezzo per condividere l’ultima barzelletta scema, prenotarsi il volo low cost, guardare le tette della velina in carica, e poco altro.

    Il web qui e’ un fenomeno di massa, ma gli utenti lo utilizzano nello stesso modo “epidermico” degli italiani.

    Sono solo di piu’.

    Un mio caro amico fa il cameraman per la BBC – ti assicuro che quanto a geek fra lui e Gigi sarebbe un bel match – ma oltre alle applicazioni professionali di internet, quelle personali sono spaventosamente banali:

    un mezzo per condividere l’ultima barzelletta scema, prenotarsi il volo low cost, guardare le tette della velina in carica

    Ergo, come rappresentante della massa, non capisco se il problema italiano sia il rapporto “epidermico” con internet, l’educazione a Internet, il numero degli utenti che ha un rapporto epidermico con internet, o trovare un rapporto e funzionalita’ diverse per internet.

    Perche’ qui il 70 per cento degli utenti – la massa – fa le stesse cose della massa minore italiana, l’informatica a scuola si insegna bene, ma la massa anche qui non fa nulla di cosi’ speciale, nonostante l’informatizzazione possa essere piu’ diffusa..

    E’ in tal senso che “democratizzazione” mi sembra un po’ farraginoso.

    Chiedo, non sto polemizzando.

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  9. @Yossarian: Io, che sono però notoriamente una pessimista con venature un po’ elitarie, credo che effettivamente anche con una buona educazione di base poi la stragrande maggioranza userebbe la rete solo per condividere l’ultima barzelletta scema. Credo però che in Italia ci sia un pauroso buco di formazione, per cui anche coloro che potrebbero usarla per altro fanno fatica, perché non viene loro insegnato nelle scuole per bene (il che non vuol dire che poi non riescano da soli a colmare questa lacuna, ma certo perdono un sacco di tempo e di energie). E’ un po’ come la storia dell’analfabetismo e dei giornali: non è che quando c’è stata la possibilità di imparare tutti a leggere si è diventati tutti intellettuali. Ma certo finché a leggere era solo il 10% della popolazione, lo sviluppo arrancava di più. 🙂

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  10. sull’internet la molla fondamentale è la vanità e quindi tutti stanno lì a scrivere, pochi a leggere davvero

    secondo me la migliore scelta è concentrarsi solo ed esclusivamente sul contenuto che si vuole proporre, senza minimamente supporre di trarne una qualche balsamica parentesi di gloria

    quando lessi per la prima volta il blog di galatea, mi piacque perchè sembrava che non fosse tutto scritto per vanità, ma per effettivo amore per il contenuto trasmesso

    ma la stragrande maggioranza di chi va sull’internet (io non vado su facebook che, senza offesa per chi lo sua, mi fa ribrezzo), la stragrande maggioranza ci va per pensare “ci sono, esisto”

    io stesso, se scrivo, è per mancanza di pudore come diceva nietzsche

    la soluzione è scrivere il meno possibile, se non niente addirittura, ma per quello ci vuole davvero d’esser tosti

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  11. Firma anche tu per sostituire l’ora di religione con l’ora di Costituzione!
    (Sembra un OT, ma non lo è. In un paese dove si preferisce questo genere d’insegnamento:
    Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 8,18-22.
    In quel tempo, Gesù vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva.
    Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai».
    Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
    E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre».
    Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti».

    a quest’altro:
    Art. 3
    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    state solo parlando di fantascienza.)

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  12. Arrivo buon ultimo. Non ho molto da dire. Se ci venivano poste le stesse domande forse davamo risposte simili. Anche noi usiamo skype, la rete per organizzare i viaggi e fare i biglietti (orari compresi), etc. Però non siamo inglesi.
    Internet è uno strumento di massa? Si cazzeggia? Come sai al “bar da Clara” gli argomenti più presenti nelle nostre discussioni, e anche i più quotati, erano Platone, Nerone, etc. Era il vero cazzeggio. Si è riso a crepapelle delle citazioni rubate dal libro della figlia.
    Normalmente si parla di donne; beh! veramente di una particolare (!!!) parte anatomica. Così come nel post del vaporetto dei “fighi” quello che ci appassiona è il sesso. Dopo il calcio naturalmente, e qualcosa di confuso e informe definito politica. In quei capi siamo tutti esperti. Siamo italiani o forse no! solo esseri imperfetti.
    Baciotti

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  13. alla fine il problema non è internet e come la si usa. il problema è l’istruzione e la consapevolezza degli italiani. internet quasi quasi non c’entra nulla.

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  14. Galatea, a parte il discorso sull’istruzione, che mi vede d’accordo con te il punto e’ semplice, e quello che volevo dire diverso.

    Ti do un esempio banale della “democratizzazione” di internet a livello di massa senza essere un geek.

    Io non ho problemi a far parte della massa.

    Recentemente ho cambiato azienda fornitrice del gas domestico perche’quella che avevo e’ una manica di farabutti.

    Ho cercato su internet altri utenti che avevano lo stesso problema, e nel giro di un paio d’ore avevo le idee chiare sui diritti dei consumatori in UK e su quella azienda.

    Ne ho contattati alcuni, ho scoperto che esistono procedimenti legali contro l’azienda e mi hanno chiesto se volevo unirmi a loro.

    Dopodiche’ mi sono messo a cazzeggiare su Facebook.

    Tutto cio’ semplicemente perche’ so utilizzare in maniera decente un motore di ricerca.

    Be’ piu’ che decente: mi e’ stato insegnato al lavoro, e lo facevo anche prima quando traducevo per una casa editrice.

    Qualcuno mi ha insegnato, e qui hai ragione da vendere sull’istruzione.

    Tuttavia “sfriziono” per capire cosa significa “coscienza democratica”.

    Nel post di Gigi ho visto bellissime dichiarazioni d’intenti e sicuramente quello che dice non sono sciocchezze, tuttavia per fare un esempio concreto, si sarebbe potuto dire che si puo’ insegnare alla gente come utilizzare Google per trovare informazioni utili.

    Quindi la mia domanda e’ seria e non e’ polemica Galatea, perche’ non sono un fesso.

    Posto che io non sappia la differenza fra una casella e-mail e Facebook, cosa mi si vuole insegnare e come?

    Ovvero, mi si vuole dare gli strumenti tecnici e culturali per utilizzare internet non solo per cazzeggiare su Facebook, o cosa?

    In secundis, sono io come utente che decido cosa fare una volta che posseggo il know how o devo adeguarmi a qualche “linea guida”, qualche “manifesto” sulla filosofia della rete?

    Ripeto, il succo della domanda non cambia: qui in UK l’informatizzazione e’ diffusa e la gente cazzeggia su Facebook, guarda le tette, ed eventualmente si organizza legalmente contro aziende disoneste e rapaci.

    Come credo facciano in Italia coloro che hanno quantomeno una “infarinatura” internettiana.

    Ergo, istruzione a parte – che mi trova d’accordo – una volta che so distinguere fra una e-mail e Facebook, come utente, cosa dovrei fare?

    Visto che si parla di democrazia non mi sembra una domanda sciocca.

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  15. Par di capire che Sua Signoria abbia letto di recente “La cultura degli italiani” di De Mauro. O sbaglio?
    😉
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  16. Buongiorno a tutti,
    scrivo da un minuscolo pianeta chiamato Ticino di nome e Cantone di cognome ( che ogni tanto mi fa pensare a quello del Piccolo Principe ), mi occupo delle stesse cose di cui parlate voi, ho gli stessi dubbi sulla rete, ho vissuto con molta probabilità le stesse esperienze di vita e professionali, uso la stessa lingua, e trovo quindi che il vostro parlare del caso Italia come di un caso a sè nel panorama europeo pecchi perlomeno di …un eccesso ( a rovescio) di amor di patria … E visto che il tema è “che cosa è possibile fare con la rete e che cosa di nuovo ci permette di fare” , penso che non soltanto i limiti della rete non sono più ( ma da sempre ) quelli dei confini nazionali, ma sono oggi soprattutto di natura “linguistica” in senso lato, e possono quindi essere individuati e risolti soltanto all’interno delle forme e dei modi della comunicazione stessa.
    Perciò partirei dall’impostazione che ne ha dato l’autrice del Blog ( sulle cui premesse generali concordo ) là dove alla fine propone ” una formazione seria e capillare, che spieghi agli insegnanti prima e ai ragazzi poi che internet è una cosa diversa ed a sé: non è fatta tanto per risolvere i vecchi problemi, ma a cambiare lo scenario e quindi anche i problemi e le soluzioni possibili” .
    Osservo che il ragionamento parte da una tesi indimostrata, e cioè che lo stimolo al cambiamento possa e debba ancora venire dalla scuola. Tesi che non è possibile discutere qui, ma sulla quale metterei un grande punto interrogativo. Ma non vi è dubbio che, qualunque ne sia la fonte, serve e servirà “una formazione seria e capillare”. La domanda semmai è “quale formazione SERIA” e in che modo può diventare “capillare”. Una formazione fatta da quali soggetti, e per quali scopi, e con quali mezzi. Senza dimenticare le mille forme di “autoformazione” che gli utenti della rete oggi dimostrano già di saper costruire attraverso le pratiche stesse della comunicazione in rete ( magari anche imparando a praticare i “cazzeggiamenti” oltre che ad usare Google per cercare quello che serve sapere ).
    Ma ciò che più trovo interessante ( proprio per gli equivoci semantici possibili che contiene ) è la tesi che Internet “è una cosa diversa ed a sé: non è fatta tanto per risolvere i vecchi problemi, ma a cambiare lo scenario ” . Dove la giusta affermazione che lo strumento è “diverso” ( rispetto a quelli del passato ), accostata al “non è fatta per risolvere i vecchi problemi” , finisce per far credere che i “vecchi” problemi siano diversi da quelli “nuovi”, che sarebbero invece quelli che dovremmo risolvere grazie ad internet. Tenendo conto poi che lo “scenario” è cambiato.
    In altre parole ( e qui forzo un tantino il discorso per focalizzarlo su quanto mi interessa)a me pare che qui si rischia di far credere che “i vecchi problemi” non ci siano più, grazie al fatto che il “nuovo strumento” ne ha cambiato le dimensioni e lo scenario. Ecco perché a questo punto riterrei interessante provare a guardare a quali erano i vecchi problemi in fatto di comunicazione e quali erano i canali informativi che permettevano alle classi dominanti di “egemonizzare” le masse.
    Partirei da un fatto più ampio: la mancata “democratizzazione” dell’accesso alla cultura nell’Italia del dopoguerra, malgrado che essa fosse stata uno dei cardini della politica delle sinistre. Quali ne sono state le cause ? Basterà dire che il monopolio politico della DC ed il ruolo della Chiesa hanno impedito questa “democratizzazione” ? Basterà aggrapparsi al fatto che la politica culturale del PCI o del PSI è sempre rimasta minoritaria, o che le “masse” non l’hanno mai fatta propria ? O quant’altro ?
    La mia “provocazione” vorrebbe qui anche valorizzare il discorso ( da qualcuno rifiutato come privo di senso ) sulla “democratizzazione” che ha portato Gigi a scrivere desolatamente di voler “capire perchè il nostro attacco non sfonda e la nostra difesa continua ad essere bucata come un colabrodo”.
    “Valorizzare” non però nel senso che si tratterebbe di “democratizzare” Internet, ampliandone gli usi possibili da parte di un maggior numero di persone. MA NEL SENSO CHE LO STRUMENTO INTERNET PONE DI PER SÈ ( CONTIENE STRUTTURALMENTE AL PROPRIO INTERNO )LA QUESTIONE DELLA MAGGIOR PARTECIPAZIONE DELLE MASSE ALLA CONOSCENZA DEI FATTI E DELLE LORO INTERPRETAZIONI, ED APRE IN QUANTO TALE DELLE POSSIBILITÀ NUOVE DI MOLTIPLICAZIONE, INTERRELAZIONE, E CRITICA DELLE IDEE. Ma senza dimenticare che, nel contempo, esso ha favorito il fenomeno opposto ( o di segno contrario) che è la tendenza al disordine ed all’entropia. ( v. http://www.merlino.org/un-menu.htm ), ( fenomeno che qui non è possibile discutere, ma che andrà tenuto presente sempre e tradotto in linguaggio corrente per poterne parlare ).
    Tutto questo, secondo me, rimanda non tanto al “come fare per democratizzare internet” ma, piuttoso al “cosa fare per rendere possibile e funzionale, e significativa, l’appropriazione di informazioni in rete” . Ben tenendo fermo il principio che la chiave del problema sta nei criteri interpretativi che i soggetti usano nel leggere le informazioni.

    Un caro saluto.

    Ponterosso ( Bruno )

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  17. @Yossarian: Brevemente: credo che cazzeggino tu Facebook – e anche fuori da Facebook, se è per questo – tutti, dai grandi geni e massimi intellettuali alle signore Pine qualsiasi. Esattamente come io pure non passo tutto il tempo a leggere saggi o ascoltare Bach. IL problema è però creare, secondo me, una coscienza fra le persone di cosa sia esattamente FB e in quanti modi, ad esempio, possa essere usato, o in quanti sia meglio non usarlo per evitare di trovarsi coinvolti in guai, ad esempio. A scuola ai miei alunni normalmente insegno come è fatto un giornale, come si legge, come ci si deve muovere per trovare una notizia che interessa, come valutare se una notizia è era o è una bufala: sapere queste cose è per loro necessario per orientarsi nel mondo. Tu stesso hai “imparato” ad usare google in maniera corretta e funzionale, tanto è vero che hai trovato le informazioni che ti servivano per scegliere l’azienda migliore. Qualcuno te lo ha insegnato (anche se non a scuola). Ecco, io credo che invece oggi la scuola dovrebbe dare queste informazioni a tutti, di base. Poi se uno vuole usare FB solo per cazzeggiare e mandare video scemi al vicino di casa, o lo usa anche per fare questo, non importa. LO farà comunque con una consapevolezza di base maggiore del mezzo, e magari eviterà qualche grana in cui potrebbe incorrere per incoscienza o ignoranza.

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  18. @Ponterosso: Cercherò di rispondere brevemente ad un commento fiume e complesso.
    1)E’ vero che internet ha ormai abbattuto le frontiere nazionali, ma è anche vero che l’uso di internet in Italia ha ancora caratteristiche “particolari”, dovute al numero ancora molto basso di utenti e alla scarsa alfabetizzazione informatica dell’intero paese, nonché, in parte ai vincoli legislativi (per esempio la difficoltà ad accedere allo wi-fi) ed economici (ADSL scarsamente diffusa e ancora molto costosa rispetto agli standard dei paesi più avanzati). Quindi l’Italia ha delle particolarità per l’accesso ad internet e per il suo uso da parte della popolazione che vanno tenute presenti e che non sono dovute solo alle barriere liguistiche (fermo restando che anche là son dolori: gli Italiani in grado di parlare fluentemente le lingue straniere sono ancora pochi).
    2) Partire dalla scuola mi pare doveroso. Certo c’è l’autoformazione in rete. Ma per fare autoformazione in rete sulla rete devo già esserci e saperla usare. E molti ragazzi in età scolare, italiani, con cui ho a che fare ogni giorno fra i banchi di scuola, non sono nemmeno in grado di accedere a questo. Quindi, se non lo fanno attraverso la scuola il primo approccio, come lo fanno?
    3) i problemi “nuovi” sono in molti casi simili a quelli vecchi, ma l’irrompere di un nuovo mezzo deve costringere a modificare l’approccio, almeno in parte.

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