Ma i pessimi ingegneri trovano lavoro? Il ministro Gelmini e il problema delle facoltà “inutili”

L’altra sera a Ballarò sua Eccellenza il Ministro Maria Stella Gelmini si è prodotta in una di quelle affermazioni che a noi insegnanti fanno venire i brividi ogni volta, e sono tante, che le sentiamo fare. La forma scelta dalla Gelmini è stata, parola più parola meno: “Ragazzi, non vi iscrivere a una laurea inutile come Scienze delle Comunicazioni (sic), perché non troverete lavoro”. La boutade riprende pari pari quanto già dichiarato dal Ministro qualche anno fa: nel salotto di Vespa la Gelmini aveva infatti invitato gli alunni ad iscriversi altrove, anziché a Scienze della Comunicazione, perché l’Italia ha bisogno di ingegneri e tecnici, e non, par di capire, di esperti di fuffa mediatica, e si colloca sulla falsariga di quanto dichiarato da un altro Ministro, Sacconi, il quale aveva invitato altrettanto caldamente ed esplicitamentei ragazzini un po’ più piccoli a non iscriversi ai licei, che sono anticamere della disoccupazione, ma agli istituti professionali.

Tralasciamo per un attimo di far notare al Ministro Gelmini quanto sia buffa questa sua crociata contro gli inutili “esperti di comunicazione” da parte della rappresentante di un partito che sulla comunicazione mediatica basa in pratica gran parte del suo successo, e cerchiamo invece di analizzare perché le affermazioni della Gelmini e di Sacconi siano semplicemente più inutili e ancor più dannose, forse, di tutte le iscrizioni sbagliate ai licei e alle facoltà di Scienze comunicative.

La Gelmini e Sacconi, in fondo, partono da un ragionamento quantitativo che sembra logico ed inoppugnabile: le agenzie pubblicitarie o le aziende che possono aver bisogno di laureati in Scienze della Comunicazione possono assorbire X persone all’anno: se le facoltà producono un numero di laureati doppio o triplo rispetto alla richiesta, molti di quei laureati non troveranno posto sul mercato. Inoltre, e qui va dato atto ai Ministri che un po’ di ragione ce l’hanno, ogni anno si iscrivono ai licei o alle varie facoltà vagonate di ragazzi che, in effetti, per questi percorsi magari non sono così portati, o non hanno alcun sacro fuoco per le materie studiate: i genitori li mettono al Liceo perché è socialmente più chic che iscriverli ad un Professionale, e poi loro si buttano su Scienze della Comunicazione o qualche facoltà dal nome ugualmente accattivante perché convinti che potersi presentare agli amici come un pubblicitario o un manager in potenza sia molto più figo che essere un aspirante biologo o un professore di scuola media.

Purtroppo anche nelle iscrizioni alle facoltà universitarie- è brutto dirlo, ma è vero – si va a mode ed a anni: negli anni ’80 e ’90 tutti si iscrivevano a Economia, convinti che il futuro sarebbe stato dei piccoli Gordon Gekko, oppure a Legge, e tre quarti sono finiti a fare gli impiegati frustrati; oggi ogni facoltà che abbia vagamente a che fare con la “comunicazione” o il “web” esercita un incredibile appeal, lasciando sognare dorati mondi di New Economy in cui i soldi corrono a palate e la vita è bella. Gran parte dei ragazzi che scelgono l’iscrizione ad una facoltà più per la suggestione di un sogno che per una valutazione reale ed oggettiva sul lungo periodo fallisce, è un dato di fatto: o si scontra con la dura realtà di esami complicati che non è in grado di superare, e abbandona per via, oppure arriva stentando alla laurea, ma, pur conseguendola con enorme sforzo, è priva però dei requisiti per poi entrare con successo nel mondo del lavoro. Ma questo accade più o meno per tutte le facoltà e per tutti gli indirizzi di studio: anche chi si iscrive a Medicina perché pensa che essere medico voglia dire solo diventare un figo come il Dottor House ha scarse possibilità di riuscire a diventare un bravo dottore, e nel corso degli anni, ci sono stati migliaia di ragazzi iscrittisi a Medicina che hanno abbandonato il percorso di studi o fanno oggettivamente fatica, anche se hanno ottenuto alla fine la laurea, ad avere carriere soddisfacenti. Questo non vuol dire che Medicina sia una facoltà inutile, però.

Il problema non è l’individuazione di facoltà “inutili”, ma, semmai, l’individuazione delle persone più adatte a frequentarle, selezionando alla base, attraverso test di ammissione più seri degli attuali, ma anche con campagne informative che tendano a vincere le radicate convinzioni di certe famiglie, per cui l’importante è avere un figlio laureato a prescindere, e di certi ragazzi, più interessati a sfoggiare una laurea dal nome accattivante che una reale competenza in qualche campo.

Da questo punto di vista, i continui proclami della Gelmini e di Sacconi hanno una qualche logica? Be’, no. Dire: “Iscrivetevi a ingegneria invece che a Scienze della Comunicazione” (o a Lettere o a Scienze Politiche) non è un modo per agire veramente sul meccanismo sbagliato che porta i giovani a infilarsi in un curriculum di studi poco adatto a loro: sostituisce infatti semplicemente un paradigma ad un altro: se prima era “figo” iscriversi a Scienze della Comunicazione, oggi, dopo le sparate dei Ministri, sarà “figo” iscriversi invece ad Ingegneria, e orde di giovani in cerca di lavoro facile si butteranno su quelle facoltà, ingorgando le aule. Il problema è che non saranno portati per Ingegneria molto più di quanto non lo fossero per Scienze della Comunicazione, quindi si areneranno sugli esami (non esistono facoltà “facili” o “difficili”, esistono solo facoltà in cui si riescono a superare gli esami) o arriveranno stentatamente in dieci anni e più a conseguire una laurea poco spendibile sul mercato, perché saranno comunque degli ingegneri vecchi, scarsucci e poco preparati, esattamente come sarebbero stati degli esperti di comunicazione abborracciati ed approssimativi.

Sì, perché poi il mercato, quello vero e non falsato dalle raccomandazioni familiari, questo cerca: gente brava. Una facoltà di ingegneria o di Scienze di Vattelappesca ogni anno laureerà un numero X di ragazzi, alcuni bravi, altri così così, altri magari carenti ed giunti alla fine degli studi più per forza di inerzia che per vera vocazione. Quello che i Sacconi e le Gelmini paiono non voler capire è che l’Università e la scuola i generale non sono agenzie di collocamento: il percorso scolastico ti deve fornire degli strumenti atti a trovare lavoro, ma non ti garantisce che lo troverai. Muoverti, una volta imparato quello che la scuola ti insegna, tocca a te. Se anche io formo trenta elettricisti in un Professionale, non tutti quei trenta ragazzi sono destinati per forza a trovare posto come elettricisti: alcuni troveranno lavoro, altri magari no, o per loro scelta personale (decideranno di provare a fare altro perché interessa loro di più) o perché, dopo qualche esperienza pratica, le aziende decideranno che no, proprio come elettricisti sono inaffidabili, e preferiranno assumere l’extracomunitario romeno che magari non ha nemmeno un diploma, ma con le prese è un dio. Stessa cosa per gli ingegneri, o gli aspiranti pubblicitari e comunicatori. Una volta usciti dalla facoltà starà a loro crearsi un percorso lavorativo: quelli che sapranno applicare con successo quanto imparato alle dinamiche di mercato troveranno posto nel mondo del lavoro (o in Italia o all’estero, perché siamo in un mercato ormai globale). Gli altri no. Scopriranno, e mi dispiace per loro perché è brutto, che han buttato via anni di studio e di soldi per conseguire un pezzo di carta che però non sanno sfruttare, e dovranno ripartire da zero e reinventarsi una vita diversa per essere felici, o anche, semplicemente, per arrivare a fine mese.

Per questo motivo i discorsi di Sacconi e della Gelmini a me che lavoro nella scuola sembrano vecchi, stantii: si ragiona come se una determinata facoltà o un percorso di studi possa garantire automaticamente, come una sorta di diritto divino, un lavoro certo e sicuro, una specie di rendita di posizione. E invece così non è. Ti garantirà un lavoro di successo se avrai studiato con passione qualcosa per cui provavi un reale interesse, e se sarai disposto, una volta terminati gli studi, ad imparare ancora, saper cogliere le occasioni, spesso anche a rischiare in proprio e a sacrificare, per avere successo, tempo ed energie. Altrimenti puoi aver preso la laurea più utile del mondo, ma finirai comunque a fare il disoccupato o il sottoccupato frustrato. Qualcuno lo dica a Sacconi e alla Gelmini. Potrebbe essere utile.

 

52 Comments

  1. ineccepibili argomentazioni ma, per il sottoscritto, scienze delle comunicazioni è una gran cazzata (più vedo gente di scienze e comunicazioni e più mi convinco di questo).

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  2. Buongiorno Galatea,

    sento di doverti ringraziare per questo post e per aver stimolato una riflessione rispetto ad un discorso banale che viene spesso strumentalizzato per attribuire delle colpe ai ragazzi che “non sono ingegneri”.
    Chiaramente il tema complicato e tu ne hai tracciato un profilo abbastanza completo. Ma, tendenzialmente, fatico a sentire ancora di queste cose al punto da non riuscire neanche piu’ a rispondere.
    Discorsi che delineano un’ignoranza insostenibile rispetto ad un mondo professionale attivo, dinamico e sempre piu’ importante e il consueto senso si arrettratezza rispetto ad una fetta del mercato del lavoro che esiste ed e’ altrove fortemente alimentata.
    Io, da studente (non sono piu’ iscritta all’Universita’, ma di sentirsi studenti e di studiare non si smette mai, appunto) di Sc. della Comunicazione, da appasionata, da curiosa, mi sento sempre piu’ schiacciata, umiliata da questa vecchia classe politica. Inoltre, la sensazione che non abbiano capacita’ di vedere nei giovani delle possibilita’, di creare per loro delle oprtunita’ e’ talmente forte che non rimane altra voglia che mettersi in fuga. O come nel mio caso… di rimanere all’estero nonostante la grande voglia di tornare a casa.

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  3. Non fosse altro che, anche frequentando la facoltà dei sogni, per cui si è portati, studiando materie che piacciono, dove arriviamo a buone e spendibili competenze e abbiamo qualcosa da dire… ugualmente non si trova lavoro.

    Perchè lo sappiamo, di “meritocrazia” in questo paese ce n’è ben poca, e alla fin fine questo è il reale problema.

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  4. @paolo: e allora, in un mercato globale, se davvero ti interessa fare quel lavoro e occuparti di quel settore te ne vai all’estero, dove se sei bravo ti prendono. E dici ciao ciao a questo paese, che un po’ se lo merita.
    @alessia: Consolati, un tempo lo dicevano di noi laureati in Lettere. Quando mi iscrissi io all’università (erano gli anni in cui andava solo Legge/Economia) un lontano parente che aveva il figlio iscritto (controvoglia) ad Economia disse, con tono sprezzante: “Uh, ti iscrivi ad una facoltà inutile, resterai disoccupata a vita.” Mi sono iscritta, laureata, fra borse di studio e contratti sono rimasta disoccupata in un mese e mezzo dopo la laurea – solo perché avevo deciso che mi meritavo un mese di vacanza per riprendermi e non ho cominciato a cercare subito, eh – e ho trovato posto fisso a 29 anni. Suo figlio si è laureato con enorme ritardo, si è fatto più di anno da disoccupato, è rimasto precario più a lungo di me, e adesso fa un noioso lavoro di ufficio ben al di sotto del livello a cui pensava di aspirare con la sua laurea, prendendo il mio stesso stipendio.
    @uguciaka: io ho conosciuto diversi laureati in Scienze della Comunicazione. Alcuni erano veramente tosti e preparati, e non a caso lavoravano per agenzie importati o in aziende serie. Altri erano fuffologi. Ma mi sa che lo sarebbero stati anche con altre lauree.

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  5. Accipicchia, ho scoperto solo adesso che anche Matt Groening (autore dei Simpson) è un becero sostenitore del duo Gelmini/Sacconi in quanto non riteneva utile negli USA al fine di trovare un posto di lavoro la facoltà di Scienza della Comunicazione già nel febbraio del 1992 (episodio 8F13 “Homer alla battuta”)…

    Cordialità

    Attila

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  6. Ciao Galatea,
    Mi sento di dover commentare perché sono stato e sono tutt’ora uno di quei ragazzi che nella comunicazione ha una vera passione ma si è trovato a fare una scelta lavorativa, così sono finito ad ingegneria informatica, che mi dava quelle 3 lettere che piacciono tanto al mondo del lavoro. Non sono pentito e anche se ammetto di fare fatica, perché glie esami al polimi hanno una percentuale bassa di promossi (30-40%), attendo con speranza una specialistica mirata ingegneria per la comunicazione, progetto italiano a Como. Detto questo ammetto gia di non stimare chi prende in giro gli studenti come le persone che hai citato, tuttavia non sono d’accordo con te dicendo che bisogna selezionare con i test. Certo le competenze minime servono ma ciò che realmente aiuterebbe noi ragazzi è un percoso formativo meno settorizzato. Volto a migliorare la nostra cultura e che non abbandoni gli studenti, ma offra vere opportunità di orientamento. Inoltre’ purtroppp, in Italia si è creata anche un’immagine di certi corsi di laurea che si ripercuote sugli studenti perché il mondo del lavoro li rifiuta a priori.
    Non è facile decidere. C’è molta confusione e queste persone ne portano altra. Tuttavia non credo che uno studente che, con fatica, arrivi ad un risultato per lui non scontato abbia fatto un errore. Ha superato un suo limite. Questo sempre pensando che, nonostante tutto, il livello medio della scuola in Italia sia ancora alto..
    Grazie del post!!
    Ciao!

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  7. Ciao Galatea. Purtoppo oggi molte opinioni sono ritenute auterovoli solo perchè espresse da ministri (come la Gelmini) e non perchè espresse da menti eccelse. Comunque quello che dici è vero: io sono un ingegnere e ho vissuto quello che tu hai raccontato riguardo la scelta di corsi di laurea di moda. La scelta dovrebbe essere “educata”, educata dalla scuola e dalla famiglia. E, se mi permetti, ragionata anche in termini extraterritoriali, perchè ormai ragionare su un mercato del lavoro solo italiano può essere pericoloso. Buon week end,D

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  8. Forse qualche dato può tornare utile alla discussione.
    Le statistiche Ocse-Pisa fanno rimarcare che i dati sulla qualità della scuola in Italia sono molto disomogenei.
    I test sugli studenti delle scuole medie e dei licei del centronord dimostrano che la qualità dell’insegnamento è in linea con la media europea. Nel sud i test segnalano un peggioramento, ma non eccessivo rispetto alla media europea.
    Il tracollo vero e proprio avviene in due specifici comparti: la scuola privata e i professionali (nel sud è la catastrofe).
    Sono questi due comparti che affossano la media dei test Ocse-Pisa in Italia. Su questi due si sarebbe dovuto intervenire in modo massiccio, invece sono stati totalmente ignorati dalla riforma Gelmini.
    Il ministro Sacconi, che invita i giovani ad iscriversi ad un professionale, non ha la minima idea di quale sia lo stato in cui versa questo tipo di scuola in Italia. Più grave ancora che ad ignorarlo sia il ministro della p.i. Sulla qualità della scuola privata (si parla di media, ovviamente; le punte di eccellenza fanno pochissimo testo) c’è da stendere un velo pietoso.

    Sarebbero necessari investimenti importanti sui professionali per portarli ai livelli di serietà e qualità dei paesi del nord europa; il fatto è che il vero titolare del ministero dell’istruzione in Italia sappiamo chi è (Tremonti) e allora l’unico esercizio che rimane ai politici di destra è un bla-bla populistico e qualunquista.

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  9. @Galatea: eh si! Il parallelismo e’ perfetto… ho visto tante persone rimanere indietro, non riuscire ad arrivare a nulla, vivere a fatica gli anni di studio e sentirsi costretti da una “norma sociale” a rimanere inchiodati sui libri, pur senza capirci granche’! Prima o poi si laureano…non in scienze della comunicazione magari, ma non scommetto sul fatto che possano trasformarsi in professionisti brillanti.
    @Ugaciaka: evidentemente ti conviene allargare il giro di conoscenze perche’ ti assicuro che ho conosiuto ragazzi veramente in gamba, professionisti, piu’ o meno giovani, molto preparati nonostante l’ abitudine italiana di inventarsi nuove categorie da etichettare. PS: non e’ che non ce ne siano di stupidi! Ma chi ci assicura che non siano anche altrove?

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  10. Io sono una di quelle laureate in legge iscritte negli anni’90 finita a fare l’impiegata frustrata, piacere!!! 😀
    No, vabbè, non credo ci siano facoltà più “occupazionali” di altre, ma solo materie verso cui s’è predisposti oppure no e su questo devono far pace col cervello anche i genitori dei futuri laureandi. Se il proprio figlio è una capra in matematica come pensano potrà mai superare Analisi e diventare ingegnere?
    Detto ciò, la Gelmini e Sacconi sono solo l’aberrante specchio della nostra società e del nostro Governo.
    Voglio emigrare.

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  11. @Riccardo: Attualmente i test di selezione per l’accesso alle facoltà universitarie sono veramente assurdi: domande di “cultura generale” del tutto slegate dal contesto (tipo: ricordare il nome di un concorrente del Grande Fratello ad un test per medicina), sul modello “Chi vuol essere milionario, e che servono solo per scremare il numero abnorme di coloro che hanno presentato richiesta di iscrizione. Test di selezione più seri prenderebbero in considerazione la scuola di provenienza, la media nelle materie fondamentali per il tipo di laurea che si è scelta (se uno mi si presenta con pagelle in cui arriva a stento al 6 in matematica e vuole iscriversi ad ingegneria, magari un colloquio orientativo con il ragazzo prima di farlo entrare in facoltà potrebbe essere utile). Inoltre credo che sarebbero utili colloqui orientativi per spiegare ai ragazzi esattamente come funziona l’Università e cosa ci si aspetta da loro. Queste cose si fanno, oggi, ma in maniera un po’ slegata e spontanea: nelle Università dove c’è un buon servizio di orientamento ed uno sportello a cui, in corso d’opera, lo studente può rivolgersi anche per eventuali cambi di corso, la percentuale degli insuccessi e dei fuoricorso diminuisce automaticamente.
    Quanto al superamento del limite: certo, è importante e io sono ben felice se qualcuno, magari stentando, riesce a conseguire, per sua soddisfazione personale una laurea a cui teneva. Però, parliamoci chiaramente: un conto è una laurea che mi prendo per mia soddisfazione personale, magari già avendo un lavoro; un’altra una su cui investo per trovare un giorno un lavoro. A me le persone che a quarant’anni si iscrivono in facoltà per prendere la laurea mettono allegria, ma gli studenti fuori corso che a trent’anni stanno ancora parcheggiati in facoltà a stentare esami, convinti che poi, dopo la laurea, cercheranno il posto di lavoro dei loro sogni e troveranno gente che glielo offre per la strada, magari pure alle condizioni che vogliono loro, sinceramente mi fan girare le balle.

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  12. @Attila: vedi, Attila, se ti sforzi di capire il senso del post, ti renderai conto che nessuna laurea in nessuna cosa è “utile” a priori per trovare un posto di lavoro. Neppure quella che magari hai tu.

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  13. quando ho sentito questa sciagurata affermazione della gelmini mi è venuto un brivido lungo la schiena. lo scenario che descrivi è perfetto, e io mi ci ritrovo in pieno: ho fatto il dams, mille anni fa, quando non esisteva scienze della comunicazione. e sia io che i miei colleghi di università eravamo tutti occupati nel giro di un anno al massimo.
    era il ’92, anno di grande crisi economica europea, di tangentopoli e chi più ne ha più ne metta, per cui non è che le cose fossero così diverse da ora. è stato allora che per la prima volta ci siamo sentiti dire “il lavoro ve lo dovete inventare”. e di invenzione in invenzione ci ha guidato il fatto di aver fatto qualcosa con passione (ché, diciamocelo, solo la passione poteva portarti a fare una scelta così in anni in cui il dams era la facoltà dei drogati e dei personaggi di andrea pazienza).
    perciò mi intristisco sempre di più.

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  14. @mosque: In Italia la situazione è in realtà disomogenea anche da istituto ad istituto – delle volte da classe a classe. E’ difficile del resto pretendere omogeneità in una scuola in cui molto personale docente è precario e cambia di anno in anno. I dati Ocse, del resto, hanno più volte sottolineato come il livello di talune aree del paese sia del tutto omogeneo con i valori europei. Ma invece di andare a vedere cosa funziona in quei contesti e cercare di esportare il modello nelle aree in cui il sistema non funziona, si preferisce spesso dare un’immagine di una scuola pubblica del tutto sfasciata e formata da insegnanti tutti incapaci, o fannulloni, o menefreghisti. Quanto ai tecnici, non è vero che la riforma Gelmini li ha ignorati. Magari. In molti indirizzi,, invece, ha tagliato proprio le ore di laboratorio e i finanziamenti per le infrastrutture. Con il bel risultato che quelli che lavoravano bene adesso si trovano nel caos, e quelli che invece erano disastrosi vivacchiano uguale a prima.

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  15. Io mi sono laureata in matematica 20+ anni fa; il mio anno ha prodotto circa 15 laureati a fronte di 90 iscritti, e tutti hanno trovato lavoro. No, non facciamo tuti gli insegnanti; io a suo tempo avevo passato una selezione all’IBM e una all’Italsiel, e la McKinsey aveva fatto una campagna di reclutamento assai aggressiva nei confronti dei laureati chimicomatefisici (conosco gente che c’e’ andata).
    I pessimi ingegneri, ahimè, vanno a insegnare matematica e fisica, con pessimi risultati.
    Condivido in pieno il post dalla prima all’ultima riga, tranne che non avrei mai saputo scriverlo così bene.

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  16. Se studi con passione ingegneria, trovi lavoro.
    Se studi con passione Scienze della Comunicazione, NON trovi lavoro.
    Se studi senza passione ingegneria, trovi lavoro.
    Se studi con passione Scienze della Comunicazione, NON trovi lavoro.

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  17. @alebaffa: E’ una solenne balla. Se studi con passione ingegneria, trovi lavoro nel senso che ti assumono subito in qualche ditta, e poi continui a fare carriera magari anche in altre, o ti apri una attività di successo per conto tuo.
    Se studi con passione Scienze della Comunicazione magari NON trovi subito qualcuno che ti assume, ma ti inventi qualcosa per creartelo il lavoro, come libero professionista, e se sei bravo continui a far carriera.
    Se studi senza passione ingegneria trovi chi ti assume, magari, e probabilmente ti licenzia appena si accorge che sei una ciofeca, o resti a vegetare senza riuscire a smuoverti più.
    Se studi senza passione Scienze della Comunicazione, sei semplicemente un idiota, perché non hai pensato che era un settore duro. Oppure hai papà che ha già un’agenzia e ti assume lo stesso anche se sei scemo. Naturalmente appena papà smette di lavorare al posto tuo, sei fritto.

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  18. @ilmondodigalatea
    Guarda io al Liceo (scientifico) ho avuto un’esperienza di insegnamento molto più proficua in italiano e nelle materie umanistiche, avevo il mio 6 in matematica, lasciamo perdere il perché, eppure sono riuscito a fare il mio dovere all’università (per ora) non senza fatica è chiaro.

    Sono d’accordo poi che cultura generale sia più utile al milionario, perché che il mio medico sappia o meno se Dario Fo ha preso il nobel, mi importa poco.

    Però attenzione. I test attuali sono fatti solo per una mancanza di strutture in grado di ospitare tutti; ricordiamoci che nonostante sia pubblica l’università ha dei costi alti, a causa della necessità di laboratori e gli studenti pagano fior di tasse universitarie.
    Un test serio non prevede, come accade per esempio a medicina, un approfondimento su biologia degno del primo anno di corso.

    Ora si DEVE ridurre il numero degli studenti, non si mira ad alzare il livello. Questo riguardo specifiche facoltà chiaramente.
    Se lasciamo prendere provvedimenti all’università, che è un esercizio costoso, deve tagliare su ciò che non è necessario, come un orientamento specifico, e facendo test come quelli attuali.

    Poi sono d’accordissimo conte che uno deve anzitutto capire i propri limiti, e quindi agire di conseguenza, e gli strumenti per farlo non vengono dati.

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  19. Ciao Prof.
    ti leggo sempre con piacere e ho una piccola antologia di tuoi pezzi sul mio pc.
    Complimenti. Un vecchio preside….

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  20. @Tommaso: la cultura generale è utile a tutti, non solo al “milionario”, ma è “cultura”, appunto, e possederla o meno non significa essere in grado di apprendere meglio di altri delle tecniche specifiche, per esempio. Come ho detto, i test attuali sono una schifezza, perché non sono pensati per valutare le attitudini del candidato, ma solo per stabilire se possiede determinate conoscenze (alcune delle quali totalmente slegate poi dall’ambito che ha scelto di approfondire), che magari il candidato non ha solo perché ha avuto la jella di capitare in una scuola che non gliele ha fornite. E sono fatti, i test attuali, solo perché non ci sono gli spazi per contenere, come dici tu, tutti quelli che altrimenti si iscriverebbero. Quindi, il sistema di selezione va sicuramente cambiato. Ma vanno appunto forniti anche agli studenti che vogliono iscriversi dei seri strumenti per imparare ad autovalutarsi. E questo non solo per entrare nelle facoltà, ma anche per continuare a farle e portarle a termine. Ci sono ragazzi che sono onestamente convinti, dopo un esame disastroso, di aver fatto una figura meravigliosa, invece. E credono che quando li si caccia via sia perché si è prevenuti, non perché non sanno nulla ed è meglio che siano fermati subito, per il loro stesso bene.

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  21. @galatea: mi aggiungo a Riccardo sulla questione dei test. Io non credo sia un buon modo di valutare l’accesso a una facoltà. Sono invece convinto che se le università facessero il proprio dovere di valutazione didattica certi problemi di “sovraffollamento” non si produrrebbero.
    Prendiamo il corso di matematica di Padova (che conosco perché lo frequento). Ultimamente nel nostro piccolo abbiamo avuto un boom di iscrizioni (più di 150 al primo anno), al secondo anno sono già 90 circa e alla fine ci laureiamo in molti molti meno. Se il percorso di studi è serio e gli esami non fanno sconti a nessuno, è abbastanza facile far capire da subito a chi non è portato che è meglio passare a qualche altro corso di laurea (dove magari si trova benissimo e passa tutti gli esami).

    Il problema, a mio parere, è che le università hanno usato alcune facoltà come cassa. Ci sono corsi a basso costo (niente laboratori, basta stipare centinaia di persone in un’aula e il gioco è fatto) che vengono riempiti di persone di cui nessuno si cura. Ovviamente se in questi corsi ci fosse una didattica più seria, se ci si interessasse del percorso formativo degli studenti il numero di iscritti inizierebbe a calare. Il problema è che a questo punto l’università perderebbe molte entrate a favore delle università vicine dove invece il corso è più facile (è il mercato).

    Il risultato è che, anche se la gelmini in tv invita a non iscriversi a certe facoltà, il sistema universitario che piace tanto al suo governo (e non solo) invita sempre più gli atenei a prediligere quel tipo di formazione.

    Qualcuno si chiederà: ma ci sono corsi di alta qualità che sono necessari perché richiesti da un numero minoritaio, ma importante, di persone, e quelli sono valutati dagli studenti non per la facilità, ma per il grado di preparazione che ti danno. Ma per quello ci sono sempre le università private.

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  22. Risposta breve alla domanda nel titolo: sì, purtroppo.

    (tutto il resto del discorso è troppo astratto, senza numeri non serve a molto se non a filosofeggiare)

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  23. Riprendo il commento di cui sopra: io assumo all’anno circa 10/20 persone, di queste il 70% sono laureati. Secondo te quante persone tra queste sono laureati in “Scienza della Comunicazione”? Quante in “Ingegneria”? Quante persone lo hanno studiato con passione e quante senza passione?

    Se io ho bisogno di un ingegnere elettrotecnico quanti curricula scarterò di laureati in “Scienza della Comunicazione” che hanno studiato con passione? Se trovo un ingegnere elettrotecnico, mi importa qualcosa che abbia studiato con o senza passione? (Se poi non saprà fare il proprio lavoro, il periodo di prova serve proprio a questo).

    Quanti laureati in Ingegneria necessita un Paese avanzato e quanti laureati in Scienza della Comunicazione? Senza calcoli utopistici. Se un’azienda di medie dimensione abbisogna di 10 ingegneri per sviluppare il proprio business, probabilmente avrà bisogno di 1 solo dottore in scienza della comunicazione per curare le proprie relazioni con l’esterno (e di solito ci si affida ai laureati in Economia e Commercio, perchè si occupano anche di marketing, così si risparmia in contributi che 1 pagato di più costa meno di 2 pagati di meno e si affeziona più all’azienda abbassando il turnover, che è sempre deleterio se troppo alto)

    Io sono laureato in giurisprudenza (da più di 12 anni e con successivo master MBA), ad oggi non consiglierei nessuno ad iscriversi a giurisprudenza per trovare un lavoro, i tempi sono semplicemente cambiati, non siamo più negli anni ’90.

    In ogni caso, ci sono facoltà che vanno benissimo per accrescere la propria cultura personale, ma non per affacciarsi al mondo del lavoro. Perchè sennò ci si illude e ci si può tranquillamente mettere a cantare “I sogni son desideri…”

    E non si può sempre pensare che lo Stato sopperisca con l’ennesima sfornata di statali, vero? Perchè lì, effettivamente, serve il pezzo di carta, che non importa quale sia, basta ci sia.

    Rinnovo le cordialità

    Attila

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  24. @Attila: se stai cercando un ingegnere elettrotecnico credo che tu non scarti nemmeno un curriculum di laureati in Scienze della Comunicazione, per il buon motivo che, a meno che non siano capaci neanche di leggere, non inviano curricola per posti per cui viene richiesta una laurea in ingegneria, e se lo fanno è giusto scartarli, perché vuol dire che sono deficienti.
    I laureati in Scienze della Comunicazione invieranno curricola alle aziende che fanno sapere di aver bisogno del tipo di professionalità che loro hanno, e il rapporto è magari 1 a 10, nel tuo campo (se tu lavorassi in una agenzia pubblicitaria, magari il rapporto sarebbe invertito, caro Attila, dato che là, magari di un ingegnere non sanno cosa farsene, mentre di 10 addetti alle pubbliche relazioni sì). Ma il problema, caro Attila, che forse ti sfugge, è che stavamo parlando di una cosa leggermente diversa e con cui anche tu concordi: cioè che nessuna laurea, nè la tua in giurisprudenza, nè la loro in Scienza di Vattelappesca può garantire uno sbocco sicuro e facile nel mondo del lavoro, ormai. Neppure quella in ingegneria, perché di certo tu assumi degli ingegneri, ma li vuoi bravi, e di ingegneri magari laureati ma incapaci o poco motivati non sai che fartene.
    Quando dici che “esistono facoltà che vanno bene per accrescere la propria cultura personale ma non per affacciarsi sul mondo del lavoro” in realtà dici una cosa che non ha molto senso, o meglio che è in contraddizione con quanto hai affermato tu stesso poco prima: una facoltà bel fatta non prepara necessariamente solo “per un lavoro” : se tu trovi laureati in Economia che possono svolgere anche le funzioni di addetti alla Comunicazione è proprio per questo, o laureati in Legge che poi non diventano solo avvocati. Conosco svariati amici che hanno conseguito la laurea in Filosofia o in Storia, e dopo sono diventati manager di successo, perché hanno riciclato quello che avevano imparato all’Università per gestire uffici ed aziende. Quanto poi alla solita tirata contro gli statali, vale per quello che è, Attila: ho lavorato nel settore privato per diversi anni, la percentuale di cretini assunti solo perché avevano un pezzo di carta o perché erano parenti di qualcuno non è tanto differente. Per cui lasciamo fuori da questo discorso una polemica che non c’entra nulla, soprattutto perché, se leggi il post e il mio blog, sai che pietire assunzioni di massa per degli incapaci non fa proprio parte della mia forma mentis.
    Cordialità.

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  25. “Il problema è che non saranno portati per Ingegneria molto più di quanto non lo fossero per Scienze della Comunicazione, quindi si areneranno sugli esami (non esistono facoltà “facili” o “difficili”, esistono solo facoltà in cui si riescono a superare gli esami)”
    Ah …Ah….Ah! 😀 prova a farti ingegneria a Padova o al Politecnico di Torino e poi vedere se è uguale a Scienza delle Merendine ….. inoltre, un pessimo ingegnere di Padova darà sempre dei punti a un ottimo ingegnere di … Yale (tanto per non fare facili discriminazioni).
    Quando le facoltà sono realmente valide e formanti, sono esse stesse che provvedono a discriminare tra chi merita di riuscire e chi no.
    Il problema vero sono le università del c…. che diplomano cani e porci, tanto perché ormai una laurea è come un bicchier d’acqua, che non si nega proprio a nessuno, con l’inevitabile effetto di svalutarne sostanzialmente qualsiasi contenuto in termini di tutela della pubblica fede: infatti, se una cosa è di tutti, alla fine non è più di nessuno.

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  26. @Attila
    non so in Italia, ma dove insegno io a Scienze della Comunicazione di marketing se ne beccano tanto da restare senza fiato. Ed è proprio nel marketing che la maggior parte dei neo laureati trova lavoro.
    Dovresti conoscere meglio un argomento prima di pontificare.

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  27. @lector: qualsiasi facoltà è difficile, se fatta seriamente. Quanto agli ingegneri… ho giusto per le mani adesso da revisionare i testi scritti da un poio di loro, che mi han chiesto di dar loro una mano perché i clienti che vanno sul loro sito non capiscono le potenzialità dei loro prodotti… e visto come scrivono e comunicano, non mi stupisce… 😉

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  28. @–>Gala
    Ribadisco: esistono facoltà “oggettivamente” difficili e facoltà “oggettivamente” facili. Esistono sedi universitarie serie e sedi universitarie cialtronesche.
    Non si creda che chi deve assumere (a parte lo Stato) non conosca la differenza tra un 110 preso a … Yale, e un 95 preso a ingegneria di Padova.
    Sulla frequente incapacità di comunicare di molti ingegneri non discuto: è proverbiale.

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  29. @lector: più che “facoltà” facili (nel senso di tipologie di facoltà) esistono atenei, anche privati, dove determinate facoltà, dipartimenti e singoli professori tirano dietro le qualifiche con il badile a chiunque si presenti all’esame. E questa è una delle cose più odiose. Conosco gente che si è presa il titolo di studio vagando di città in città, dando gli esami di volta in volta con il professore che regalava il 18. Sul valore del titolo di studio ci sarebbe molto da ragionare, perché non è corretto che un 110 preso in una facoltà dove li tirano dietro abbia la stessa valutazione di partenza, in un concorso pubblico, di un 110 sudato in una Università dove ti costringono a farti un sedere tanto. Ma ho il dubbio che Madama Gelmini, famosa per essersi abilitata avvocato a Reggio Calabria, su queste cose sia molto più ferrata di me…

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  30. Intervengo ancora brevemente: per avere statistiche sulle assunzioni di laureati, consiglio il sito di Alma Laurea:
    http://www.almalaurea.it/
    e più nello specifico l’indagine annuale sugli occupati:
    http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/

    ho selezionato l’indagine del 2009, laureati con lavoro dopo un anno:
    Ingegneria: 44%
    Scienze della comunicazione: 51%
    Scienze della comunicazione e dell’economia: 67%
    Scienze della comunicazione e dello spettacolo: 59%

    Il dato di ingegneria ha il problema che un altro 39% dichiara di stare continuando gli studi (master post laurea o dottorato).

    Questo per Alma Laurea.

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  31. >Ma i pessimi ingegneri trovano lavoro?
    In Italia sì.
    E purtroppo, in certe aziende, finiscono a “coordinare” gli ingegneri che han studiato con passione ed hanno effettive capacità tecniche.
    Sicché i primi fanno “carriera” ed i secondi, invece, no (perché sono “troppo tecnici”).

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  32. errata corrige. nella statistica precedente mischiavo lauree triennali e specialistiche. Se consideriamo solo le specialistiche:

    Economia: 60
    Ingegneria: 71
    Lettere e cultura italiana: 49
    Scienza delle comunicazione: 55
    Scienza della comunicazione e economia: 66,3
    Scienza della comunicazione e spettacolo: 80

    Uno dei grandi problemi italiani è parlare a vanvera senza avere sottomano alcun dato fattuale.

    (Il dato veramente sconfortante sono gli stipendi di ingresso…)

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  33. @–>Frap1964
    Zichichi docet!

    @–>Gala
    Avevo un’insegnante (stimatissima prof.ssa Lodolo, laureata a Lettere e filosofia di Venezia – poi trasferitasi al Bruno di Mestre), che conosceva a memoria tutti i testi degli scrittori latini. La successiva, laureata a Yale col 110 e lode, manco sapeva distinguere un ablativo assoluto da una consecutio temporum.
    Esiste, dunque, una prima discriminante: facoltà “oggettivamente” difficili (ad esempio, “Lettere e filosofia”, tanto per non fare il solito riferimento a ingegneria) e facoltà “oggettivamente” facili (ad esempio, l’arcinota “Scienza delle merendine”); la seconda, riguarda ovviamente la localizzazione dell’ateneo: Padova e Yale non danno di certo le medesime garanzie.
    La combinazione tra questi due fattori determina il grado di probabilità d’un iter professionale confacente alle proprie scelte formative.
    Oggigiorno, un ulteriore elemento di preferenza è dato dalla disponibilità ad affrontare gli scenari esteri, e ciò vale anche per laureati nelle c.d. discipline umanistiche (ci sono università e istituzioni straniere più che disposte ad offrire lavoro ottimamente retribuito a bravi latinisti o grecisti o italianisti; se si hanno i numeri, bisogna aver coraggio e tentare).
    Rimanendo sulla possibilità di trovare un buon impiego, infine e ovviamente, anche la fortuna gioca la sua parte, come in tutto.

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  34. @—>Gala
    P.S. Ho scordato di precisare che la seconda insegnante era laureata in una facoltà che – a quei tempi – consentiva l’insegnamento del latino, senza però essere Lettere e filosofia. Così come allora era consentito ai dottori in agraria (senza nulla togliere a questa nobilissima facoltà) d’insegnare matematica nei licei.
    Altrimenti, risultava equivoco il senso del discorso in replica alla tua osservazione.

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  35. Chiudo il mio intervento perchè sono sempre più convinto Galatea che io e te siamo d’accordo, ma partiamo da presupposti diversi 🙂
    (poi spezzo una lancia a favore degli ingegneri che sanno scrivere: forse sarò uno di loro, almeno lo spero eheh)

    Poi ci metto questo estrato dal discorso di Clamandrei, 61 anni fa:
    Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
    – rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
    – attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
    – dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!
    Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

    Ciao!

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  36. riccardo hai chiuso, descrivendo come la scuola pubblica sia diventata scuola di un solo partito DI SX NATURALMENTE
    Per questo tanta rivolta alla legge GELMINI

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  37. Ci sono spesso, e strano che nessuno l’abbia scritto o l’abbia fatto notare, ingegneri che hanno doppio lavoro: scuola e studio.

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  38. Ragionamento perfetto ma aggiungerei che quelle facoltà regalano le lauree (diplomifici) ed è anche questa la ragione del successo. Molti ragazzi che hanno bivaccato al liceo continueranno a farlo anche all’università. La laurea ormai è equiparata (come valore) al diploma di qualche anno fa.
    E poi con una laurea guadagnare 1000 euro al mese (se va bene). Ecco perchè i migliori giovani laureati se ne vanno dal paese del bunga bunga…

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  39. Tanti anni fa in una presentazione della Scuola Normale di Pisa al mio liceo il relatore fece un discorso che mi lascio’ leggermente perplesso. Disse che siccome la popolazione dei licei italiani rappresentava il 10% del totale degli studenti delle medie superiori e che il 10% di tutti gli studenti, una volta laureati raggiungeva posizioni di elite allora in quel momento, di fronte a lui aveva la futura elite. Personalmente penso che avesse detto una fesseria, ma mi fa riflettere leggere che dei Ministri della Repubblica considerino inutili particolari indirizzi di studi. Io ho frequentato il liceo scientifico e mi sono poi laureato in Geologia, considero senza prezzo la cultura classica che ho potuto acquisire durante gli anni delle superiori e adoro la geologia, anche se poi non ho fatto il Geologo. Ma la cultura e tutto quello che “mi e’ rimasto appiccicato addosso” concorrono al mio successo nel lavoro che mi son scelto e che mi porta in giro per il mondo. Mio padre, un vecchio professore, mi ha insegnato che non e’ importante quel che studi ma come lo impari e con che passione ti rapporti con cio’ che ricevi. A un quarto di secolo dai miei anni liceali mi capita ancora di rileggere i classici e li apprezzo ancora di piu’ oggi di allora. Ma ovviamente oggi c’e’ cepu…

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  40. Il problema io l’ho avuto venti anni fa, finito l’ITIS (informatico).
    Fare Scienze dell’informazione?
    Ingegneria informatica?
    Andare subito a lavorare?

    Sono tre scelte che pur andando a finire nello stesso settore produttivo, non sto parlando di scegliere tra biologia, ingegneria civile ed corrispondente in lingie estere. In questo caso però l’alone mitico di ingegneria mi ha fregato, ed assieme a me i miei genitori.
    Non so se sia stata la scelta miglire, specie quando incontro una mia compagna dell’ITIS, che si è andata a lavorare subito dopo il diploma a venti anni si è sposata, ha due figli, e guadagna più di me, con un contrtatto a tempo indeterminato. E dire che ero io che gli passavo i compiti…

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  41. @lector

    Caro lector, la sicurezza con cui padroneggi certi argomenti mi impressiona. In negativo, perchè se fossi davvero a conoscenza di quanto scrivi dovresti sapere che la tanto bistrattata “Scienze della comunicazione” è un corso di laurea, non una facoltà. Ed è un corso di laurea di che facoltà? Lettere e filosofia. E cosa si insegna nella facoltà di lettere e filosofia, oltre alla già citata Scienze della comunicazione? Lettere e Filosofia. Quindi affermare che una laurea in lettere è degna si stima, mentre una laurea in scienze della comunicazione è da buttare nel cesso equivale a dire che una laurea in ingegneria informatica è più “difficile” di una laurea in ingegneria meccanica.
    Io mi sono laureato in scienze della comunicazione (magistrale), mi sono iscritto alla specialistica di lettere, e mi è bastato dare i pochi esami “caratterizzanti” presenti in lettere per laurearmi anche in lettere.
    Ah un’altra cosa: trattasi di Scienze della comunicazionE, non Scienze delle comunicazionI.

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  42. @andrea:

    Esistono FACOLTA’ di scienza della comunicazione, come le seguenti

    http://www.comunicazione.uniroma1.it/
    http://www.sce.unimore.it/on-line/Home.html
    http://www.unimc.it/comunicazione
    http://www.unite.it/UniTE/Engine/RAServePG.php/P/25701UTE1417

    e CORSI DI LAUREA di scienza della comunicazione, di solito afferenti alla Facoltà di Lettere.

    Il mondo è bello perché è vario!

    Quanto alla facoltà di ingegneria, non c’è niente di più eterogeneo, con corsi di laurea più facili e corsi decisamente difficili, anche all’interno della stessa facoltà (per esempio a Pisa). Idem per Padova.

    Andrea, che corso di studi hai fatto, in che facoltà?

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  43. Io Scienze della Comunicazione l’abolirei senza pensarci su un attimo. Allo stesso modo del 90% dei corsi di laurea che iniziano per “Scienze del xxx-“.
    A 27 anni quando finirete gli studi sudando sangue e vedrete tutto il resto del mondo che trova lavoro ovunque, ben pagato e interessante, dentro di voi ci saranno solo due cose: disperazione, e rimorso di aver scelto il peggio.

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