Cene massoniche: il Maestro e il Faccendiere

Il Maestro non è Gran Maestro. Nonostante gli inviti, più o meno velati, ad entrare in varie confraternite gli siano stati fatti mille e mille volte, se ne è sempre tenuto a ragionevole distanza. «Chi è già affiliato all’Arte non può servire altri padroni!» è la sua frase ad effetto preferita, utilissima a nascondere la pragmatica considerazione che in alcune cerchie, gravitandoci semplicemente attorno, si ottengono spesso vantaggi maggiori che non con l’esplicita adesione.

Coltivare tuttavia i contatti è necessario, per ogni eventualità possibile futura; capire chi è in ascesa, chi in caduta, chi in bilico, che aria tira nel sottobosco di notabili provinciali, dirigenti di municipalizzate, assessori, portaborse, onorevoli, imprenditori e faccendieri è fondamentale per sapere come muoversi, a chi chiedere e a chi no quando si ha bisogno di un permesso, una spinta, un finanziamento per un premio/festival/concorso/evento benefico da mettere in piedi; perché se anche la fama del Maestro è mondiale, vive però di tante piccole comparsate qua e là che consolidano il legame con il suo pubblico, danno lustro a serate cacciafondi per malattie semisconosciute e disgrazie varie, pagano borse di studio a volonterosi giovani talenti sconosciuti e destinati a restarlo.

Anche questi contatti, però, van tenuti con moderazione, e per interposta persona, perché il Maestro è il Maestro, e perciò deve restare qualcuno che vive nel suo empireo distaccato dal mondo, senza mischiarsi troppo con i mortali e le loro miseriucole. Quindi da sempre, quando gli occorre qualcosa da quel mondo lì, che ufficialmente schifa, il suo medium è Ferrante, suo amico d’infanzia. Teo ed io lo abbiamo soprannominato “don” per l’assonanza con il personaggio manzoniano, con cui ha in comune alcuni tratti, fra cui il consistente patrimonio e una cultura vasta ma costituita da amene stronzate esoteriche.

L’attività principale di Ferrante è organizzare pranzi e soprattutto cene nel suo casale di famiglia, nascosto in mezzo ai boschi dell’Appennino tosco-emiliano; non sono feste, e sono invitati solo pochi selezionati, scelti di volta in volta e per l’occasione, che è sempre una ricorrenza privata: il compleanno della moglie, della figlia, del genero. La singolarità della famiglia di Ferrante è però che il calendario delle ricorrenze coincide a fagiolo con le necessità degli amici: se l’onorevole X deve prendere contatti con l’imprenditore Y si può star sicuri che nel giro di un giorno o due si trova qualche anniversario da festeggiare, fosse pure solo il primo dentino caduto ad un nipote. I nipotini di don Ferrante han già capito, appena venuti al mondo, che i loro dentini li devono sputare a tempo debito, e con attorno le persone che possono aiutare a raccoglierli nel migliore dei modi.

Cosa ci guadagni Ferrante da questa attività è difficile da quantificare: più che soldi si tratta di influenza, una luminescenza indefinita ma tenacissima che gli resta appiccicata addosso come l’aureola nei quadri sulla capoccia dei santi, e gli permette di essere identificato, nelle chiacchiere a mezza bocca di paese, come uno “che può” e “che sa”. Cosa di preciso non è noto, ma tanto basta per garantire a lui, che nella vita non ha fatto in pratica mai nulla, rispetto ed anche un pizzico di ammirazione, e gli consente di tenere quell’aria da felice signorotto inglese di campagna, distaccato dal mondo ma capacissimo di servirsene alla bisogna.

Quando arriviamo – il Maestro, la moglie, Teo ed io, che sono stata aggregata perché è impensabile che ad una cena simile un uomo di presenti scompagnato, o accompagnato da una donna che non abbia l’aria di una fidanzata più che ufficiale – siamo doverosamente in ritardo, perché il Maestro è una primadonna abituata all’entrée quando il pubblico è già tutto presente da un pezzo, e quasi quasi medita anche di alzarsi ed andare via. Resta quindi di sasso quando scopre che qualcun altro si fa desiderare ancor più di lui, e, di fatto, ancora non s’è manifestato.

«Ma Malinardi dov’è?» chiede guardandosi in giro con aria stizzita.

Ferrante arrossisce e quasi singulta: «No, ma non ti preoccupare, sta arrivando… è in viaggio… sai… problemi all’ultimo momento….a Roma…»

«Speriamo che arrivi. Ci manca solo che tu mi abbia fatto venire qua e poi non lui si presenti.»

Ferrante sbianca. Dal suo imbarazzo è chiaro che l’incontro fra il Maestro e Malinardi, chiunque sia, è il fulcro attorno al quale è stata costruita tutta la serata, e la contemporanea presenza in casa sua di Malinardi e del Maestro la prova di quanto la sua influenza sia ancora forte, e necessaria per certe mediazioni; ma il fatto che Malinardi non si preoccupi neanche di arrivare in ragionevole ritardo non promette niente di buono. Il Maestro si sente trattato come un postulante qualsiasi, e s’incupisce; Teo si spalma sulla faccia l’aria sorridente ed un po’ citrulla che usa quando è fortemente infastidito.

«Chi cazzo è questo Malinardi?» gli chiedo non appena riesco ad incantonarlo vicino ad una tenda, mentre sorbe un aperitivo.

«Ma no, nessuno… il factotum di ****» e, nel citare il nome, la voce, che è già un sussurro, scende oltre i limiti della percettibilità uditiva.

Resto perplessa. «Mai sentito… factotum nel senso che è il segretario? Il portaborse?» cerco di capire, facendo appello a tutte le categorie di seconde file della politica che mi vengono in mente.

«No, macché portaborse… è il suo…il suo uomo di fiducia. Nel senso che se devi avere qualcosa da ****, o **** ha bisogno di qualcosa da te, si passa attraverso lui.»

«E Ferrante come lo conosce?»

«Ah, stessa loggia, credo.» E trangugia in fretta il suo Campari, per chiarire che la conversazione finisce là.

Ferrante, nel frattempo, non potendo far iniziare la cena senza il vero ospite principale, ma neanche far innervosire il Maestro, che ufficialmente è la star, sta tirando in lungo l’aperitivo oltre ogni consuetudine di casa: sono già quasi le dieci, e, a quell’ora, di solito la moglie gli serve la camomilla. Invece è in piedi al centro della sala, immobile – mentre il Maestro in un angolo ingurgita salatini con aria torva – e tiene banco, da padrone di casa d’antan, con gli altri invitati, cioè l’avvocato D. e il dott S., che ho conosciuto anche io qualche tempo fa, al ricevimento di una Banca, e sono vicini di poggio del Maestro nel Qualcheshire, nonché neo produttori di vini e proprietari terrieri. La conversazione ha un tono pseudo colto con virate esoteriche: «Be’, sì, per i 150 anni dell’Unità abbiamo organizzato iniziative di livello… diversi convegni… presto anche un ciclo di cene risorgimentali…» «Ah, certo, ho visto…» «E hai letto quel bell’articolo sull’ultimo numero di Hiram?» «Sì, certo, molto interessante…»

Le citazioni massoniche arrivano a zaffate, intervallandosi con le chiacchiere della moglie, che parla con noi signore di ricette di cucina e del modo corretto per potare le rose in qualche stagione che non ho capito.

Poi il campanello suona, e Ferrante si precipita alla porta, riemergendo dopo pochi attimi con un tizio, che capisco essere il famoso Malinardi. È un cinquantenne smilzo, slavato, dalla faccia impiegatizia e lo sguardo liquido ma duro, che scivola sui volti dei presenti, i mobili e la sala intera senza fermarsi su nulla in particolare, come un contabile del catasto che stia registrando cosa far pignorare.

«Oh, il nostro caro amico! Oh, hai viaggiato bene? Ti abbiam aspettato tutti per cenare, siamo ancora all’aperitivo!» cinguetta Ferrante, prendendolo sottobraccio per ostentare familiarità e portarlo al centro degli altri ospiti, presidiati, con cortesia da dama inglese, dalla moglie.

Malicardi si smarca subito, ostentando con la mano un telefonino di cui continua a guardare il display.

«Mi spiace, sopravvenuti impegni, non mi posso fermare a cena, riparto subito. Maestro, sono venuto qui solo per parlare con lei. Hai un posto tranquillo?» dice, rivolgendosi a Ferrante con il tono con cui ci si rivolge ad un cameriere.

Ferrante si imparpaglia a rispondere, mentre vede crollare di botto tutta la magnifica coreografia che aveva predisposto: una cena come fra amici, discorsi leggeri, e poi come per caso, al momento del Porto, i due ospiti che si eclissano in una saletta riservata, mentre gli altri guardano la luna e il giardino. È di una generazione che crede che le cose vadano fatte ma si debba trovare anche un modo elegante per farle, e gestire un potere più o meno occulto richieda un surplus di tatto e di formale educazione.

«C’è la veranda, di là…» riesce solo a dire. Malinardi neanche lo ascolta, si sta già dirigendo fuori assieme al Maestro, visibilmente scocciato di essere convocato così, come uno cui si concedono cinque minuti risicati fra impegni maggiori.

Teo è pallido e nervoso, di qualsiasi cosa stiano a discutere i due di là è evidente che riguarda da vicino il suo futuro, forse una qualche iniziativa patrocinata dal Maestro di cui lui, finalmente, sarà responsabile ufficiale, dopo tanti anni di collaborazioni a margine ad eventi e ritrovi. Ma il più colpito è Ferrante, che gira e rigira nel piatto quello che gli è stato servito, masticando tutto come se avesse in bocca del chewing gum.

«Non hai appetito?» gli chiede preoccupato l’avvocato.

«No, sai, la mia ulcera…non mi dà tregua.»

«Ah, ti capisco – interviene il dottore – ma hai provato le nuove pastiglie svizzere che t’ho consigliato?»

«Sì, ma il mio urologo han detto che vanno in contrasto con quelle per la prostata…»

«Eh, già – chiosa di nuovo l’avvocato – anche a me due anni fa… grossa come un pallone…ma dopo l’operazione, un attimo eh? Rimesso del tutto… se non fosse per quella leggera aritimia che mi han trovato il mese scorso…»

E di qui si aprono le cateratte delle cartelle mediche, e è un diluvio di malanni, già sperimentati o incombenti: colesterolo alto, trigliceridi in salita, uricemia a catafottere, arterie prossime alla chiusura, intestini sensibilizzati ad ogni genere di cibo, reni bisognosi di filtri aggiuntivi, artriti, reumatismi, divieti alimentari imposti da medici zelanti e fatti osservare da mogli trasformate in ancor più zelanti vestali della salute: l’aplomb inglese e massonico va a farsi benedire, lasciando il campo libero all’italica ipocondria dei vecchi.

Mentre si svolge questa sagra della diagnosi differenziale, Teo continua a guardare la porta dietro a cui il Maestro e il faccendiere si celano: la luce della luna lascia intravvedere a stento ombre che discutono animatamente, e non certo di prostate ingrossate. Poi una delle ombre se ne va, e l’altra si dirige verso la porta e rientra. È il Maestro, scuro in volto ma con l’espressione di chi, nonostante abbia dovuto cedere su più punti, è riuscito comunque a portare a casa qualcosa.

«Ma… Malinardi?» chiede Ferrante, basito.

«Ha detto che doveva andare via subito, vi saluta.» dice il Maestro, mentre la sgommata di una grossa auto ministeriale sul vialetto annuncia che ormai il Factotum se n’è ito di là.

Il Maestro si china all’orecchio di Teo, prima di sedersi a sua volta: «Che cafone! – sibila – Ma hai il tuo festival, tranquillo!»

Teo si rilassa, e sorride appoggiandosi allo schienale della sedia. Ora è pronto persino a sorbirsi nuovi dettagli sulla prostata di Ferrante.

Peccato che a Ferrante, pallido e depresso a capotavola, sia sparita ormai anche la voce.

Al solito, è una storia inventata, non esistono in Italia Grandi Maestri, vecchi massoni intronati, giovani faccendieri rampanti, cene massoniche. Al di fuori degli spettacoli di Corrado Guzzanti, ovviamente.

7 Comments

  1. In compenso esistono in Italia Grandi Maestri di scacchi (Godena, Caruana, Vocaturo, Brunello). che non hanno nulla a che vedere con quelli della Massoneria 🙂

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  2. Galatea, sono in debito con Lei, col link a quell’altro Suo vecchio post mi ha ricordato che già da tempo – oltre a dover proprio riprendere a postare, particolare non trascurabile – volevo pubblicare un pezzo dedicato ad Arbasino: se le farà piacere l’avvertirò quando sarà on line. Grazie

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