I topi e la nave: imperi che scricchiolano e fedeltà al padrone a Spinola

Ora che l’impero Crespano scricchiola, a Spinola i cigolii si sentono ovunque, figuriamoci se non echeggiano nelle palazzine di Anselmo Pedron, che già di loro, quanto a crepe ed infiltrazioni, son ben messe in partenza.

Il buon Anselmo dei Crespano è sempre stato factotum e prestanome, nel senso che dove non potevano apparire loro con l’impresa ufficiale – che si occupa di grandi appalti e costruzioni di prestigio – arrivava tosto lui, a tirare su nottetempo, con squadre di operai moldavi assunti regolarmente solo nel caso si facessero male e la magistratura minacciasse indagine, stuoli di villette a schiera e condominetti color rosa Barbie, grandi come loculi, ma abbastanza frou frou per plotoni di impiegati single che vogliono fingersi personaggi di Sex and the City.

Che il disastro fosse incombente Anselmo l’ha avvertito, come sempre, a naso. Non poteva sentirlo in altro modo, perché il buon Anselmo non ha mai posseduto altra preparazione specifica che il suo istinto: bilanci, finanza ed economia sono concetti sfuggenti e complicati per lui, che ha preso una terza media a calci in culo e solo perché il parroco andò a pietire dai professori un aiuto all’esame, alla quarta volta che il ragazzo provava a farlo.

Del resto Anselmo della assoluta inutilità dei pezzi di carta e dei diplomi è sempre stato convinto: nella sua azienda un diploma o una laurea non sono mai stati valutati una cippa. «Casso i vol tuti ‘sti dotori che i crede de saverghene tanto?» è sempre stato il suo motto. Così, più che i titoli di studio, Anselmo per assumere i suoi fidi ha sempre guardato a qualcosa di più solido e certo, ovvero alla provenienza familiare: a parte gli operai del cantiere, moldavi, ucraini, slavi in genere (pochi romeni, che ormai son comunitari e i se g’ha montà la testa, e rischiano anche di rompere el casso perché vogliono un contratto regolare, e niente neri ché i xè arabi, cioè musulmani, e lu i arabi in cantier no li vol), e il capocantiere calabrese (che’l xè quasi arabo, ma ‘l xè bravo a molarghe quatro tangare quando serve se li rompe el casso quei là), tutti gli altri sono stati scelti in base ad un rigoroso esame delle parentele. La Moira Celegon, per esempio, segretaria dell’azienda, è la cugina di terzo grado della moglie di Anselmo: non sa l’inglese, né altre lingue conosciute, archivia i contratti con un metodo che è noto solo a lei, però va detto che ha un bel culo sodo che in minigonna fa figura, e quando tiene la cornetta in mano con le unghie leopardate lunghe mezzo metro, i clienti restano lì a guardarle ipnotizzati, e sa il casso se pensano ad altro; il Giovanni, l’architetto, è laureato, sì, e per prendere quel maledetto pezzo di carta ci ha messo una decina di anni buoni, ma è il figlio del geometra Toso, che ha sempre fatto le perizie per il Comune, e da quando il figlio firma i progetti, il padre chiude un occhio anche se i tetti sono un po’ sghembi e le travi portanti hanno un concetto di perpendicolare tutto loro. Il contabile, il Tonietto, è ragioniere con diploma del Cepu, ma questo aiuta, perché, compagno di classe di uno dei figli dell’Anselmo, è così preso dalla foga di organizzare con lui gli uicchènds che non è mai stato troppo a sofisticare sul fatto che qualche conto non torna mai preciso preciso a fine partita, soprattutto perché il concetto di precisione, in fondo, nei bilanci e negli affari in genere è troppo limitante per un imprenditore moderno.

Che in giro ce ne siano di più bravi e preparati di quei quattro che si tiene in ufficio, Anselmo lo sa: negli anni ne ha avuti a decine di stagisti, geometri, architetti, segretarie d’azienda, che sapevano rispondere al telefono meglio dei suoi, progettare case che stavano in piedi senza doverci mettere pezze e rinforzi all’ultimo minuto, far quadrare i conti e prevedere al centesimo le uscite. Però, casso, come dice l’Anselmo, quelli preparati i xè rompicogioni, perché se sono onesti si scandalizzano e strepitano, e se non lo sono c’è il rischio che capiscano subito dove si può fregare, e e ne approfittino per fare fesso te e scappare via, dato che sono estranei e per loro non sei niente. Quindi la sua filosofia è sempre stata quella di assumere solo i parenti o i mezzi tali, che possono essere stupidi e financo disonesti, ma sono pur sempre noti: invischiati in quella rete di legami stretti, inseriti nello stesso circolo di amicizie e di conoscenze che li imbriglia, li impantana e li tiene sotto controllo, non possono fare mai troppo danno senza rischiare di perderci del loro, pena l’esclusione dal clan di origine, che in un piccolo paese equivale alla morte. Più difetti hanno, più i suoi risultano legati inesorabilmente a lui: il reciproco ricatto e la silenziosa omertà nel coprire le rispettive cazzate forma il vincolo più stretto e sicuro: sono una squadra perfetta non perché sono un team, ma perché sono una cellula mafiosa.

Ora però che il flusso costante ed appianatore di soldi sottobanco dei Crespano s’è interrotto, e peggio ancora l’ombrello di protezioni che il solo nome era in grado di offrire non c’è più, anzi, l’evocare quel nome, Cre-spa-no, rischia quasi di attirare curiosità, indagini ed approfondimenti, Anselmo è là, davanti alla montagnola delle sue carte e dei registri, a guardare colonne bene allineate ed in ordine, riportanti però cifre che non tornano per nulla.

Il ragionier Casillo, seduto davanti a lui lo guarda, con quel tanto di fastidio che ha sempre provato trovandoselo di fronte, ma che prima dissimulava, ed ora non fa neppure la fatica di nascondere più.

«E’ inutile che scassi o’ cazzo, stavolta te ne devi tirare fuori da solo, non posso “aggiustare” nulla, te l’ho spiegato!»

«Ma casso, mi no so come far, ‘sti libri i xè un casin, un colabrodo, no se capisse ‘na fava..

«E te lo avevo detto di assumere qualcuno di bravo davvero, mannaggia a’ i muort, che ti tenesse una doppia contabilità con i controcazzi, non ‘stu casino da a’ Maronna! Manco i ladri sapete fare bene!»

Anselmo lo guarda piccato, silenziosamente offeso dall’insulto tanto pesante e a suo parere ingiustificato: anche a lui quel terron del casso non è mica piaciuto mai, ma è pur sempre ragioniere, e soprattutto ragioniere della famiglia Crespano, e quindi, per inveterata abitudine, anche ora che gli salirebbe alle labbra un vaffanculo, non ha il coraggio di sputarglielo in faccia, ma lo sussurra pian pianino dentro alla testa, sperando che faccia effetto in ogni caso.

«L’unica è spiegare ai tuoi che devono stare zitti, zitti e mosca. Se li chiamano a testimoniare, facciano finta di non sapere niente e di essere completamente cretini, che tanto non gli dovrebbe essere difficile da far credere…non una parola, non un fiato: il primo che ammette qualcosa per salvarsi ci inguaia tutti. Sei in grado di controllarli quei quattro mentecatti, almeno, o no?»

Anselmo annuisce, con un sì che dovrebbe essere deciso, ma è solo un ballonzolio del mento, un tremasso. Perché d’improvviso tutti quei legami così saldi che pensava gli garantissero la fedeltà incondizionata dei suoi gli paiono troppo traballanti e sottili: la Moira davanti ad un magistrato uomo, magari piacente – o anche no, ma pur sempre uomo e magistrato – sa già che tentennerà alla prima domanda, e subito dopo, per far colpo, spiattellerà le telefonate con i Crespano che lui stesso le diceva di ascoltare e registrare di nascosto; l’architetto vuoterà il sacco sui materiali di risulta usati, addebitando a lui ogni decisione, perché tanto il padre in Comune, dopo un piccolo periodo in ombra, sarà sempre in grado di garantirgli qualche commessa, anche se perdesse il posto fisso; e il Tonietto poi, alla prospettiva di non poter più organizzare uicchènds a sbafo nelle ville in montagna o al mare, non starà mica zitto su tutte quelle colonne di cifre farlocche che ha ricopiato per anni senza fiatare e senza chiedere da dove saltassero fuori quei profitti inesistenti o quelle spese gonfiate.

Accompagna alla porta il ragioniere, Anselmo, ma maschera per deferenza venrso l’ospite il bisogno di guardare di sottecchi, passando davanti alle loro scrivanie, i suoi collaboratori, che tengono lo sguardo basso a loro volta, come chi ha qualcosa da nascondere o già medita come tirarsi fuori da un impiccio fregando gli altri per primo.

Ora che tutto scricchiola e frana, quei legami e quei piccoli reciproci ricatti che han garantito loro di rimanere nel giro rischiano di infrangersi se rimangono fedeli a chi dal giro sta per essere buttato fuori a calci in culo. E Anselmo, passando, inghiotte il groppo di paura che si sente in gola, perché legge nelle espressioni dei suoi, così sfuggenti, la determinazione del topo che sta cercando di capire quando è il momento di abbandonare la nave prima che affondi, e Anselmo sa che in questo caso la nave è lui.

E’ un racconto di fantasia, che non parla di persone, fatti o crisi economiche reali. 

7 Comments

  1. Bel racconto.
    Pero` un po` cattivello verso il Crespano.
    Che dopotutto, almeno lavora tanto e produce ricchezza, e almeno qualche tassa la paghera`.
    Mentre, professori e studenti la ricchezza non la producono, ma la ciucciano.
    E se poi si vuol dire che viviamo in uno stato con molta illegalita` e con tanta gente che tira a fregare il prosssimo, questo non e` colpa (solo) del Crespano, ma anche di tutti I cittadini che se ne fregano della cosa pubblica e pensano che votare ogni tot anni li liberi da ogni altro dovere civico.
    Almeno, il Crespano qualcosa fa, molti degli altri cittadini “perbene” nemmeno fanno.

    Gigi

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  2. @Guido
    Interessante commento.
    Mi piacerebbe sapere cosa intendi per “mafia”.
    Mi piacerebbe sapere se anche in Veneto qualcuno paga il pizzo.
    Tutti quelli con cui ho parlato mi hanno detto che non lo pagano.
    Se invece parli di corruzione, su quello siamo d` accordo.

    Gigi

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  3. Proprio proprio proprio fantasia? Sembra sempre che i ladri, i corrotti, i disonesti siano sempre gli altri. Gli statali, i meridionali, gli extracomunitari… La mafia non c’è al nord eccetera. Poi c’è chi giustifica: “almeno questi rubano, ma hanno portato benessere!”. Certo. Per sé.

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  4. “Poi c’è chi giustifica: “almeno questi rubano, ma hanno portato benessere!”. Certo. Per sé.”

    Non solo per se`.
    Qualcuno che ci va ad abitare in quelle case ci sara`, no?

    Gigi

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