La stele di Rosetta, ovvero il guercio che diede inizio all’egittologia

Rosetta, Egitto. 15 luglio 1799

Il guercio d’Egitto

Pierre François Bouchard ringhia ordini ai suoi uomini perché riparino in fretta e furia le mura semicrollate di Fort Julien, un avamposto sulla riva sinistra del Nilo.

La fortificazione è stata presa da poco dai francesi: è un vecchio forte tirato su dagli Ottomani, vicino ad un villaggio che si chiama Rashid.

“Che vuol dire?” Ha chiesto Bouchard curioso alla sua guida indigena.

“Piccola rosa, messieur” ha risposto quello.

“Ah, Rosetta. E chiamiamola così allora!”

Battaglia delle Piramidi (fonte Wikipedia)

Ora guarda schifato quelle quattro capanne battute dal sole, dalle cui porte di tanto in tanto fa capolino la testa velata di una donna indigena. Non si immaginava, quando si è arruolato al seguito di Napoleone, di finire in un villaggio di fango sperduto ai confini del mondo, a riparare un forte mezzo diroccato, smadonnando per trovare il materiale per rinsaldare quelle maledette fondamenta, perché attorno è tutto deserto, e sabbia, e calore che spacca quelle poche pietre che potrebbero servire.

Il riverbero del sole acceca il suo unico occhio ancora sano, il sinistro. Il destro se lo è giocato anni prima, a Parigi, in un esperimento con il gas per i palloni aerostatici. Era il cielo il suo sogno di ragazzo. Da quando aveva visto librarsi nell’aria una delle prime mongolfiere aveva sognato di alzarsi in volo anche lui, per guardare la terra dall’alto e conquistare nuovi mondi.

Aveva visto solo una fiammata, invece, e poi più nulla.

In Egitto ci è arrivato non come combattente, ma come membro della Commissione di scienze ed Arti che Napoleone si è voluto portare dietro perché si sente un nuovo Alessandro Magno. Pierre François ha accettato perché era pur sempre un modo per avvicinarsi all’azione, non potendo più prendervi parte direttamente. E poi è pur sempre il figlio di un insegnante, e ha studiato filosofia e storia antica.

Gerome, Napoleone di fronte alle Piramidi (fonte Wikipedia)

È stato il caso, e la cronica mancanza di ufficiali, che lo hanno portato lì, a Fort Julien, che è stato conquistato da poco, e rischia di essere perso subito se non viene messo in sicurezza. Napoleone deve aver pensato che per tirare su un muro sbrecciato un guercio basta e avanza. Ed eccolo lì, in quel cazzo di villaggio sperduto, a cercare pietre.

La stele di Rosetta

I suoi uomini si sono avvicinati dietro indicazione della guida indigena ad un cumulo di detriti ricoperti da un velo di sabbia. Sotto si intuiscono le forme di antichi blocchi di marmo, forse un tempio smangiato dai secoli.

“Prendiamo queste?” Chiede il suo attendente.

Pierre François da un rapido cenno di assenso e poi usa la mano per scacciare una delle onnipresenti mosche.

Gli uomini iniziano a togliere con le pale la sabbia, e tirare fuori i blocchi. Pierre, più per abitudine inveterata che per vera curiosità, li guarda cercando di indovinare a che epoca possa risalire l’edificio. Blocchi squadrati, ben connessi, sembrerebbe qualcosa di greco, forse risalente all’epoca dei Tolomei, i discendenti del grande generale di Alessandro che divenne signore dell’Egitto… in fondo è giusto, si dice, che le pietre di un suo tempio ora servano per aiutare Napoleone a consolidare la sua conquista. Pietre usate per la prima volta da un generale di Alessandro ora sarebbero state riutilizzate da un Alessandro moderno: nella storia tutto ritorna, pensa, e sul viso gli si disegna un sorriso amaro.

Ma poi lo sguardo del suo unico occhio viene catturato. I suoi uomini, smuovendo la sabbia, hanno portato alla luce una pietra un po’ diversa dalle altre. Ė più liscia di un nero brillante,, nemmeno i secoli trascorsi a farsi levigare dalla sabbia riescono a nasconderne la lucentezza. Pierre si avvicina, la tocca. I suoi polpastrelli sentono che la superficie è incisa. Righe finissime e fitte.

Stele di Rosetta (fonte Wikipedia)

“Fermi, è un’iscrizione!”

Si toglie dal collo il fazzoletto che usa per difendersi dalla polvere sottile del deserto, e toglie via la sabbia dalla superficie. Dopo secoli righe fitte emergono alla luce. Una prima parte è coperta di geroglifici, la scrittura egizia che nessuno ancora è mai riuscito a decifrare. Più sotto una serie di segni ancora più confusi e incomprensibili. Ma sotto persino lui che non è uno studioso riconosce un’ultima parte scritta in caratteri greci.

Gli uomini si sono fermati, attendono ordini. Il suo luogotenente si avvicina, incerto.

“La faccio portare via con le altre?” Chiede.

“No. – dice Pierre, brusco – Napoleone è stato chiaro, vuole che i reperti interessanti vengano preservati. E questa cosa è strana, non ho mai visto una iscrizione in geroglifici con sotto una parte in greco… requisisci un carro. La mandiamo ad Alessandria, al quartiere generale. La studieranno lì!”

Il luogotenente alza gli occhi al cielo. Requisire un carro. In mezzo a quel nulla. Per spedire una pietra ad Alessandria. Quando ci sono i lavori più urgenti da fare per il forte. Ma il tono con cui Bouchard ha parlato non ammette repliche, ed è pur sempre l’ufficiale al comando.

“Va bene, la faremo portare ad Alessandria.” Sbuffa.

La stele di Rosetta va da Napoleone

Pierre François Bouchard si deterge la fronte dal sudore che impregna ormai anche la benda del suo occhio. Guarda la pietra, che i suoi uomini stanno mettendo su una carriola, per metterla da parte.

Chissà se vale qualcosa davvero, si domanda. Chissà se la sua intuizione è valida. Sarebbe ben da ridere se ad aver riconosciuto ad occhio un reperto importante fosse stato lui, Bouchard, il guercio.

La stele di Rosetta ritrovata il 15 luglio del 1799 fu la prima iscrizione bilingue e permise anni più tardi la decifrazione del geroglifico egizio. Grazie a questo ritrovamento la,storia egizia divenne ricostruibile e si poterono leggere centinaia di testi e di iscrizioni.

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