
Di solito a me i martiri non ispirano completa simpatia. Magari grande rispetto, ma proprio simpatia simpatia no: il martire è severo, intransigente, tetragono. Ha certezze morali senza titubanze, non cincischia, non deflette: insomma, è la versione umana di un cubo di porfido. Poi c’è sempre il dubbio che il martirio, questi signori, delle volte un pochino se lo vadano a cercare, con compiaciuto narcisismo: ché se per caso schivano la morte, un pelino male ci restano, quasi che non gli volessero certificare di aver avuto tutta la fede negli alti ideali che predicavano. Non sto facendo una distinzione fra martiri cristiani e no, una volta tanto: a me Catone l’Uticense, per dire, è sempre stato sulle scatole. Da non violenta, mi spiace che si sia suicidato, ma ecco, non lo avrei invitato a cena, anzi, manco per un caffè.
Gli unici martiri che mi fanno tenerezza sono quelli che lo diventano loro malgrado: quelli che, per dire, non hanno la faccia da martire, e manco il carattere, ed anzi, a ben vedere non hanno proprio nessuna vocazione per qualsivoglia tipo di martirio: non se lo cercano, gli capita fra capo e collo. Sono quelli che hanno una vita assolutamente normale, fanno cose che pensano assolutamente lecite, e, fosse per loro, non romperebbero l’anima a convertir nessuno. Sono gli altri che, offesi dalla loro esistenza, decidono di fargliela pagare, e li fanno diventare martiri controvoglia.
Ovidio, per esempio. Lo riuscireste mai a trovare uno più inadatto a farsi perseguitare? Un giovanotto tanto spiritoso, tanto elegante, con quel tocco di fatuo che nel salotto buono s’intona alla tappezzeria? Io non me lo so che immaginare così, Ovidio: un bel ragazzo, di quelli che hanno sempre la battuta pronta, ma mai cattiva; di quelli che hanno l’intelligenza vivace, ma non trascinante; di quelli che acchiappano alle feste, sì, ma più stando in disparte, e sono le donne ad avvicinarsi perché gli leggono negli occhi allegri un fondo di tristezza che non capisci da dove viene; di quelli che riesci sedurre, sì, ma mai fino in fondo, perché senti che anche quando sono con te, e ti si affezionano, ti si affezionano sinceramente, c’è però sempre qualcosa in loro che non ti lasciano toccare mai: una malinconia nel riso, una distrazione quando paiono attenti, come se avessero nell’anima una stanza chiusa, ma di cui sono i primi ad aver perso la chiave. La vita gli scivola addosso con leggerezza apparente, eppure in qualche modo, li fa soffrire: ma sempre così, con grazia trattenuta, con un’eleganza che sta ad un passo dalla superficialità, ma quel passo è una distanza abissale: Ovidio è come Mendelsohn, felix anche quando il mondo grandina giù.
Si occupa di cose fatue, perché quelle serie, no, non fanno per lui: alle fatiche del campo di battaglia, lui preferisce le battaglie della camera da letto: sono infide come assedi, e altrettanto pericolose, perché scivolare nel volgare o nel brutto è la peggiore delle sconfitte, per chi scrive. Ma lui persegue la bellezza della corda tesa, e su quella gli piace far l’equilibrista. Pensa di essere eversivo? Macchè! Mica scrive di politica, lui, mica s’intriga di partiti: lui descrive un mondo, quello che si para davanti agli occhi: fatto di giovani che si vogliono divertire, di belle ragazze e di bei ragazzi, di feste e di alcove da cui si entra e si esce con disinvolta spensieratezza, con disinibita allegria; di amori e infatuazioni che scoppiano nei posti più inconsulti, ed impensati: mica solo nei teatri, ma anche nel Foro, dove i seri avvocati restano tramortiti fra una causa e l’altra, peggio che in una puntata di Ally Mc Beal.
Non c’è peccato, ma nemmeno rimorso, e soprattutto, non c’è moralismo in questa società disegnata tanto precisamente, con leggero tocco di pennello. É questo che gli sarà fatale. Perché i tiranni, anche quando si chiamano Augusto, anzi, soprattutto se si chiamano così, possono perdonare il mugugno del barbogio, e l’invettiva contro la decadenza dei costumi; siccome si piccano d’essere solo primi inter pares, posson persino coccolarsi una certa qual garbata fronda. Ma questi giovani che cantano gli amori così, come se fossero cosa naturale e talora temporanea, come se il sesso si potesse fare per piacere e divertimento, in barba alle leggi, in barba alle esigenze della procreazione, al senso del dovere e della ingessata dignità di chi ha fondato un impero e ora vuole una classe dirigente in grado di mantenerglielo, no, questo non lo possono tollerare.
I quadretti di Ovidio sono la prova fotografica che il mondo va diversamente da ciò che racconta la propaganda di corte, il costante monito che gli uomini sono sempre ingovernabili, quale che sia il Governo in carica; che il disordine non solo c’è, e piace, ma può essere divertente, vitale, felicissimo. È eversivo, Ovidio, proprio perché non sa di esserlo e non vuole diventarlo: racconta ciò che vede, sorridendoci su, e i potenti questo non lo perdonano mai, a nessuno.
Quale pena peggiore si può immaginare, per un poeta da salotto, che mandarlo in esilio, in un posto barbaro ed oscuro dove non c’è vita civile, non ci sono feste, non c’è mondo? Lì lo manda Augusto, infatti: quale sia la colpa di cui, di preciso, s’era macchiato, nessuno lo seppe mai. La verità andava sepolta nella gelida terra dei Sarmati, in un suolo duro e brullo, che per confine aveva il nulla e l’orizzonte. Pensa di ammazzarlo, anzi, lo ammazza, come uomo; come poeta no: perché non era solo un fatuo damerino, quel ragazzo amante del bel mondo: e allora anche nella sventura, anche tra i barbari, la grazia che gli era propria si mantiene intatta. Costretto a subire l’ingiustizia, la persecuzione, ciò che tira fuori è la velata malinconia di chi si sa innocente: scrive versi strazianti e leggeri, che tanti secoli dopo saranno di modello, nell’esilio, ad un altro poeta tormentato e malinconico, Cavalcanti. Muoiono entrambi, questi due ragazzi inquieti così distanti nel tempo, lontani dalla patria che amavano sopra ogni cosa, dagli amici, dalle feste, da quella vita, insomma, che pareva essere la solo unica ragione d’esistere quando erano al culmine del successo. Muoiono perché qualcuno aveva pensato, togliendo loro le feste e gli incontri e gli amori di cui nutrivano la loro poesia, di spegnere per sempre la loro fiammella, come si toglie l’aria per spegnere le candele. Ma non era il mondo a dar loro luce, erano loro, Ovidio e Guido, a rischiararlo e renderlo più chiaramente visibile. I veri poeti sono così: più li immergi nell’oscurità, e più loro, per reazione, brillano.
🙂
"Mi piace""Mi piace"
il martire “è la versione umana di un cubo di porfido”
questa me la segno…
"Mi piace""Mi piace"
Bello tutto il post, ispirato, brillante…Tra l’altro questi tuoi scritti sono un bell’invito alla lettura.
"Mi piace""Mi piace"
Conosci questo splendido romanzo di Ransmayr su Ovidio e il suo esilio?
http://www.ibs.it/code/9788807530074/ransmayr-christoph/mondo-estremo.html
Penso che potrebbe piacerti.
"Mi piace""Mi piace"
Questo post è magnifico *___*
"Mi piace""Mi piace"
Diciamocela tutta: Catone l’Uticense era un vecchio alcolizzato rincoglionito. Perchè poi sia finito in Paradiso (anzichè trasformato in albero) con l’appalto del Purgatorio, mentre Bruto e Cassio hanno le chiappe rosicchiate da Satana ad aeternum, lo sa solo quell’impunito di Dante.
"Mi piace""Mi piace"
bellissimo e spero proprio che un mio amico a cui ho segnalato il tuo blog lo legga
Ciao Enrica
"Mi piace""Mi piace"
Adesso, attendo con ansia qualcosina di tuo su Catullo: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”. 🙂
"Mi piace""Mi piace"
Bè con Catullo scattano automaticamente anche Lesbia, il fratello radical chic Clodio, Milone e quel vecchio maneggione di Cicerone… un periodo di Roma divertentissimo, ingiustificatamente ignorato finora dal cinema (considerando che il serial “Rome”, peraltro ottimo, comincia con la campagna in Gallia di Cesare, potevano benissimo sfruttare a man bassa la Pro Caelio, la Pro Milone e il personaggio stesso di Catullo…).
"Mi piace""Mi piace"
Bel post.
Vorrei solo dire, su catone Uticense: vabbè, era un rompicoglioni, tuttavia era un fiero difensore della Repubblica…tanto che non ci capì nulla e finì per favorir il Triumvirato.
La storia di Roma ha però conosciuto personaggi peggiori,ne converrai.
Sì, ho capito,non era un’aquila;prova ne sia che quel mandarlo a Cipro,col compito di farla diventar provincia romana, assomiglia agli odierni trasferimenti in Barbagia, comminati ai Funzionari incapaci.
Ma mica tutti i discendenti potevano esser come il bisnonno Censore:quello al quale bastava mostrar in Senato quattro fichi freschi( o arance? non ricordo bene), e dir che venivano da Cartagine, per farla spianare!
Inchino e baciamano.
Ghino la Ganga
"Mi piace""Mi piace"
@->lector: In effetti, Catullo penso che sarà il prossimo. E’ che è il mio preferito, non so se sono all’altezza.
@->Cachorro Quente: un bel post su Clodio ci starebbe come il cacio sui maccheroni. Specie di questi tempi…
@->Ghino: faccio un’offerta: Ghinuccio, Ghinettino, perchè Catone L’Uticense non lo scrivi tu? Dai, dai, dai, un cammeo sul mio blog…;-)
"Mi piace""Mi piace"
Grazie per queste perle, Miss Galatea.
“…un bel ragazzo, di quelli che hanno sempre la battuta pronta, ma mai cattiva; di quelli che hanno l’intelligenza vivace, ma non trascinante; di quelli che acchiappano alle feste, sì, ma più stando in disparte, e sono le donne ad avvicinarsi perché gli leggono negli occhi allegri un fondo di tristezza che non capisci da dove viene; di quelli che riesci sedurre, sì, ma mai fino in fondo, perché senti che anche quando sono con te, e ti si affezionano, ti si affezionano sinceramente, c’è però sempre qualcosa in loro che non ti lasciano toccare mai: una malinconia nel riso, una distrazione quando paiono attenti, come se avessero nell’anima una stanza chiusa, ma di cui sono i primi ad aver perso la chiave. La vita gli scivola addosso con leggerezza apparente, eppure in qualche modo, li fa soffrire: ma sempre così, con grazia trattenuta, con un’eleganza che sta ad un passo dalla superficialità, ma quel passo è una distanza abissale…”
Caratterizzazioni di questo tipo sono rare.
Rara empatia in così rara cultura.
Complimenti davvero.
"Mi piace""Mi piace"
@->Eppurshemoves: Grazie. Forse ad alcuni non piacerà la mia tendenza ad “immaginare” gli uomini che stanno dietro ai fatti, o alla poesia; ma credo che per capire quello che uno fa o scrive sia necessario prima tentare di immaginarselo, di capire perchè agiva o pensava così. Probabilmente prendo anche delle grandi cantonate. Ma è un modo come un altro per ricostruire il passato. Nessuna pretesa di validità scientifica, beninteso. è solo un gioco letterario. 🙂
"Mi piace""Mi piace"
Standing ovation.
Come puoi ben capire, attendo Catullo con impazienza.
"Mi piace""Mi piace"
Hai fatto il ritratto di Roberto D’Agostino…
"Mi piace""Mi piace"
fantastica!
a me piace questo tuo modo di immaginare le persone che stanno dietro a “un nome”.
ti metto nei segnalibri 😉
"Mi piace""Mi piace"