
“Eddài, prendiamoci una cosa da sole, noi due!”
Quando Giulia mi telefona con quel tono lì, c’è solo una spiegazione: ha bisticciato con Carlo, suo moroso, e vuole smaltire la rabbiolina che le rimane addosso, come la nebbia in sospensione, anche dopo che hanno fatto pace (fanno sempre pace, perché, al primo cenno di broncio, Carlo, che abbia o meno ragione, capitola). È pericolosa, però, Giulia, in quei momenti, perché quando sono ancora in fase di bisticcio aperto, le prende una punta di depressione, per cui il numero delle scemenze che può combinare è ampio ma pur sempre limitato; quando invece deve sbollire la stizza, ha addosso una euforia da quindicenne che moltiplica le cretinate in maniera esponenziale. Per questo Carlo è sollevato se la sa fuori con me, che passo per ragazza di ferreo buon senso, e quindi atta a limitare qualsiasi possibile danno. Se si rilassa lui, però, a me viene una botta d’ansia, perché Giulia, quando ha i suoi momenti così, magari evita con la mia presenza di inguaiare se stessa, ma non sempre pensa a non inguaiare me.
Come la vedo arrivare, vestito chic, tubino e tacco, capelli biondi tirati su con quel tanto di noncuranza che dovrebbe far pensare al caso ed invece è frutto di messaimpiega accorta, già mi vengono i brividi; perché Giulia, e ormai la conosco dalla culla, è una di quelle ragazze che già quando sono in jeans e maglietta e hanno altro, ma proprio altro, per la testa, i maschi li attirano così, come le fiamme le falene; figuriamoci quindi quando si mette in tiro e nel fondo degli occhi le leggi un certo non so che, come a dire: “Be’, cretino, ché, non ti fai avanti?”
Difatti non si fa nemmeno in tempo ad entrare nel pub-disco-chic nuovo di pacca, che doveva assolutamente farmi vedere, e già tutti gli occhi sono su di noi; cioè su di lei, appoggiata al bancone un po’ di traverso e con un accavallo di gambe che manco la Parietti del buon tempo andato. Sarebbe una bella inquadratura per Sex and the City, lei biondissima e patinatissima come una Carry Bradshow, che mescola il suo drink con la cannuccia e poi, maliziosetta, se la porta alle labbra, mentre getta all’intorno una occhiata di valutazione sulla fauna maschile presente; peccato che il tocco da Sex and the City nel locale lo dia solo lei. Io, che pure mi sono messa carina, per inveterata timidezza ho già assunto il colorito da iguana che cerca la nuance giusta per mimetizzarsi con la tappezzeria. La tappezzeria, peraltro, nel locale sembra avere una vita propria, e cangiante: luci di qua, riflessi di là, non riesci nemmeno a intuire di che caspita di colore dovrebbero essere, i muri; quanto ai divanetti, sono dei cosi biancolaccati, con zampe e testata dai ghirigori similrococò e imbottitura zebrata o leopardata, come se li avessero rubati dalla villa di Madame Pompadour il giorno in cui la Pompadour aveva deciso di affidare il restyling al cugino scemo di Versace. In mezzo a questo tripudio di macchie di luce e di finto leopardo, ciondolano i clienti, venticinque-trentenni di due soli tipi: quelli che paiono appena scesi da un trono di mariadefilippi e quelli che paiono pronti a salirci. È un tripudio di zazzere inconsulte, sopracciglia depilate ad arte, sguardi maliardi nati per sedurre più che altro qualunque possibile telecamera in transito, fosse pure quella di un bancomat per strada. È la sagra dell’attillato: pantaloni attillati, camicie attillate e aperte sul davanti, per far emergere qualche crocefisso poggiante su un Golgota di pettorali, capelli attillati dal gel o stirati a forza di piatrate sulla zucca, fino a ridurli ad una specie di scendiletto che raggiunge le spalle. Una si guarda attorno e si domanda: ma Domineddio, e dove sono mai finiti i contabili, i grigi e posati ragionieri del catasto? Lì, si risponde, dopo che i primi due si avvicinano per l’approccio. L’uno è un biondastro occhioceruleo più che quarantenne, con i muscoli di uno Schwarzenegger, ma ahimè la statura di Danny de Vito, tant’è che, in piedi, lo guarderei negli occhi persino io, e dritto dritto; l’altro, che deve essere molto più giovane, è invece un moretto belloccio, nonostante la frangetta incollata sulla fronte e la maglietta grigio carta di cioccolatino lamellato, che sprigiona riflessi simili a quelli di una vecchia palla da disco anni ’70.
Il biondo Arnold – chiamiamolo così: lui pensa in omaggio a Schwarzy, io, invece, alla statura del nanetto eponimo di telefilm – appoggia il gomito sul bancone, occhieggia con fare da seduttore una disinteressatissima Giulia, sorride facendo schioccare le labbra, e dice: “Vi possiamo offrire un giro?”. Non ha neanche finito di chiederlo che già, bicchiere in mano, ci sta raccontando la sua vita, impresa difficile, contando il poco che c’è da raccontare: è separato e fa il contabile in una palestra. Il moretto, invece, tace e guarda, tace e guarda, finché, dopo tre minuti di occhiate, realizzo con stupore che si aspetta un minimo d’interesse da parte mia. Vincendo l’imbarazzo e il frastuono – ho l’età per essere sua zia e in sottofondo sta ringhiando un rapper gutturale intervallato da coretto di acuti maschili a pestata di callo – mi produco in un “E tu?”
Il pupo si illumina. Con uno sforzo notevole ed un accento veneto da brivido, mette insieme una frase di sintassi quasi corretta, in cui bofonchia che si chiama Tony, ha venticinque anni e lavora anche lui nella suddetta palestra di “Arnold” come maestro di salsa e merengue, quando non imbianca muri per una impresa, ovviamente in nero. Poi si blocca e mi guarda di nuovo, zitto. Che fare? A me, lo confesso, fa quasi tenerezza, con quegli occhioni da Bambi in cui non passa l’ombra di un concetto: da timida so quanto devono costargli quelle quattro parole in croce, preparate di certo con studio accurato a casa, e soprattutto l’imbarazzo di non saper trovarne altre, ma io sono in una situazione uguale, dato che non so nulla di salsa, di merengui e il mio interesse per le tecniche d”imbiancatura muri è prossimo allo zero.
Giulia, invece, la strozzerei: perché ad Arnold ha deciso di far finta di dare corda. Lui fa un doppio senso pesante, anzi greve, e la scema ride come se lo trovasse spiritoso, spiritosissimo, salvo lanciarmi una occhiata in tralice come a dire: “Oh, ma hai sentito questo?”.
La conosco, la Giulietta, quando fa così: se le gira la sua interpretazione da oca giuliva è da oscar, e prelude sempre ad una mazzolata che lèvati, degna di un marchese de Sade in gonnella. L’Arnold non sa di correre verso il precipizio, è invece convito di aver fatto colpo e portare a casa la serata. Giulia, ridendo, quasi gorgheggia e lui offre un altro giro, mentre il povero Tony ed io ci guardiamo e poi guardiamo il muro e poi il fondo dei nostri bicchieri, perché finito il suo discorsetto di presentazione, al Tony non viene nemmeno in mente di pronunciare un “E tu?”, tanto per sapere cosa faccia io.
Intanto Giulia è passata alla fase due: ha finito il secondo cocktail, e, d’improvviso, dopo aver ridacchiato estatica all’ennesima battuta da caserma, tira fuori la cannuccia dal bicchiere, gratifica l’Arnold d’una occhiata di manifesta superiorità e poi cinguetta: “Sì, certo che questo è proprio un punto di studio antropologicamente interessante, degno di una spedizione di Levy-Strauss, non trovi?”
Il porello rimane spiazzato, perché l’unico Levy-Strauss che mai abbia sentito nominare produceva jeans, e non spedizioni di studio. Ma Giulia è lanciata: e così, in quattro e quattro otto, gli spiega d’essere ricercatrice universitaria, con un curriculum di titoli che manco il Levy Strauss medesimo a fine carriera, e poi gli ammannisce come un uppercut finale una serie di citazioni da ti stronco. L’Arnold si ritrae inorridito, perché, nell’abbordare la donna, era a caccia di un organo ben diverso da un cervello, e per giunta anche un po’ scocciato di aver chiarito l’equivoco solo dopo aver pagato due cocktail. Borbotta qualcosa e fa segno a Tony di levare le tende, che la notte è ancora giovane, e magari, qualche tavolo più in là si trova di meglio. Il Tony lo occhia con aria mite, e si lascia trascinare via, regalandomi un ultimo sorriso, come di chi si scusa per essere ciò che è, e anche a me dispiace, in fondo, di non poter essere qualche cosa d’altro.
Usciamo poco dopo, Giulia decisamente allegra e fiera della sua crudeltà: essere cinica la mette di buon umore.
“No, ma dico, hai visto che tipi? Hai sentito che discorsi? Maddàì, ma va’, da non credere che esistano sul serio…”
“Certo che pure tu sei stronza, quando ti ci metti..” Replico, un po’ infastidita.
“Uffa, è che tu sei troppo democratica, a volte, pensi che si debba sempre tollerare tutti.. invece qualche volta bisogna pure farglielo capire che ci sono dei mondi incomunicanti fra loro. Come si dice? La cultura apre delle porte e ne chiude irrimediabilmente delle altre…”
Sì certo. Ma questo è invitarli a suonare il campanello per il gusto di serrargli il portone sulla faccia.
ciao. Ho, nei confronti dei tuoi sempre piacevoli scritti una curiosità: ma sti qui che descrivi, esistono veramente o sono parti (magari ispirati dalla realtà) della tua fantasia?
Se puoi rispondermi, magari anche in pvt
buon anno
B
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🙂 Storie quotidiane. Capita di far soffrire. A volte quando non si vorrebbe. A volte chi non si vorrebbe. A volte senza volerlo, nemmeno senza potersene accorgere. Questa è un’altra storia, più banale. E’ stata solo una buca. Non ha corso nemmeno il rischio di vedersi chiudere il piede nella porta. Lei invece rimane una stronza. Preferisco non incontrarla ma… credo di essere immune da quel tipo di stronze. ciao 😉
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La cultura come forma di classismo aggiungerei se questa può essere anche una tematica (del tutto buttato là il commento). Delicatissimo il confronto con Tony e d’effetto la descrizione dell’imbarazzo.
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@->Cloro: Naturalmente sono racconti, il che vuole dire che le persone non esistono. Ma i tipi che descrivo, be’ quelli sì, eccome.
🙂
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Ma i tipi che descrivo, be’ quelli sì, eccome.
Allora mi chiedo perché interpreti sempre la reggi-moccolo, in quanto, lo sai bene, la Giulia “immaginaria” senza una controparte che le fa da testimone, spalla e metro di paragone non riuscirebbe ad essere ciò che non è, ma che semplicemente sogna per basse ragioni di copione.
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Temo di avere capito perché Carlo gliele dà sempre vinte 😉
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@->Goodidea: No, è che sono proprio così io, purtroppo… 🙂
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E come direbbe Giusy la Ganga : inchino e baciamano. Si dice così ?
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Poffarbacco è Ghino…
Auguri Galatea !!!!!
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Da qui, si vedono già le corna di Carlo. Auguri, a Carlo. 🙂
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Come diceva un mio amico, togliendosi il cappello, “Mi sono installato l’antenna a banda larga”
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uhm descrivi una storia che conosco… ho fatto la spalla ad una “prima donna” per metà della mia vita, poi un giorno ho tirato su la testa e non ho più retto il gioco… e lei mi ha tirato giù dalla finestra. si sta molto bene senza di lei, senza i suoi amori in panico, i poveracci mazzolati e i tradimenti da coprire… continuo a chiedermi come abbia potuto pensarla “amica” per così tanto tempo. lei però la cultura non sapeva bene dove stesse di casa, pura primadonnaggine animale 🙂
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@->Pensatoio: Grazie, per l’inchino e il baciamano… se continuate così mi sentirò proprio una bella damina del Settecento… Oddio, per essere credibile nel ruolo, però, mi sa che dovrò rivedere un po’ il lessico.. 😉
@-Farlocca: Ma no, “Giulia” è simpaticissima, ed è un tesoro. Però, come tutti, ha i suoi momenti di stronzaggine. Ce li ho pure io, ma siccome il blog è mio è ovvio che non li racconto. 🙂
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ci sono sostantivi precisi per questi comportamenti, e vanno chiamati col loro nome: in questo caso, il più inequivocabilmente adatto mi pare sia effettivamente “stronzaggine”. niente di più e niente di meno…
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Però se frequenti i nuovi “pub-disco-chic”, chi speri di incontrarci, scusa? 🙂
Episodio simmetrico, perfettamente vero: due allievi ufficiali, in un locale di Bergamo, avvicinano due bellezze locali un po’ “ruspanti”. Uno dei due gioca la carta del prestigio culturale: “mi sono laureato qui, sto facendo il master là, ecc ecc”. Dopo poche battute una delle due amiche si rivolge all’altra: “A me i negri e gli intellettuali non mi piacciono proprio” (sic).
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@->Spillo: Facciamo così: mi passi il numero di telefono dell’ufficiale? 😉
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Ehm, Galatea, l’ufficiale (un carissimo amico) nel frattempo ha trovato per fortuna una ragazza che apprezza il suo curriculum… :; il mio consiglio però resta – evita i nuovi “pub-disco-chic-kitsch”, oppure no, frequentali con animo di antropologa, come suggeriva Giulia, ma concentra l’attenzione su altri ambienti… 🙂
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@->spillo: Accidenti, arrivo sempre in ritardo, mannaggia! 😉
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Mmmhh….
La Tua amica Giulia pare una di quelle donne che allontanano gli uomini dalle donne; e,già che ci sono,allontanano gli uomini anche dalla cultura.
Sebbene le donne mi piacciano parecchio,non saprei dire cosa è peggio.
Inchino e baciamano: quello originale, non quello copiato da Pensatoio : che mi confonde pure con una di quelle quarte linee di un partito che non fu nemmeno il mio….
Ghino La Ganga
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