Nuovi mestieri ai tempi della crisi economica: l’apritore di case.

casa

Anselmo Pedron ha un problema. Non grosso, ma pur sempre un problema. Da qualche tempo lo si vede girare per Spinola con il consueto cellulare attaccato all’orecchio, mentre latra dentro a quel coso urla più nervose del solito, e tenete conto che, quanto ad urla sputate nel telefonino, Anselmo Pedron non è secondo a nessuno.

Il fatto è che Anselmo a Spinola è un costruttore di case, uno dei più importanti: in meno di cinque anni ne ha tirate su un paese: ville, villette, condomietti, condomini, condominioni. Quando cammina per via e gli capita di incrociare un pezzo di terreno ancora vuoto, o anche un giardinetto o un orto, gli prende allo stomaco un non so che: ma come, ma dài, ma su, non è possibile che questi fessi lascino così infruttifero un pezzo di terra, quando ci si potrebbero ricavare niente niente dieci appartamentini, almeno una casetta a due piani. Per Anselmo la civiltà si costruisce sui mattoni, possibilmente quelli forati, che costano un po’ meno, specie se messi in opera dai muratori romeni privi di regolare contratto, che si possono assumere la mattina e far licenziare al tramonto del sole dal capocantiere, senza che ufficialmente Pedron ne sappia nulla o sia imputabile: e la civiltà occidentale è fatta di case, case, case, che vengono su veloci come funghi, trasformando da un giorno all’altro la campagna in quartieri. Quando le percorre, quelle nuove strade fatte di villette tutte uguali, in stile puffo palladiano, dipinte in colorini improbabili da cartone animato sbiadito e con davanti due metri due di giardinetto in cui ci sta tutto, compreso il sentierino di doppie pietruzze per posteggiare l’auto, la verandina in cui posizionare il tavolo tondo, l’altalena d’estate e tre fili d’erba che simboleggiano il verde della natura, si sente orgoglioso come un uomo che ha fatto il suo dovere nei confronti del mondo e della vita.

È per questo che non si capacita quando il mondo e la vita non gli rendono il dovuto merito per tanto sforzo; anzi, gli impuniti, paiono farlo apposta a creare grane, a mettere i bastoni fra le ruote, a remare contro. Per dire, lui adesso ha un mezzo nuovo paese da mettere sul mercato, no? E che fa, il mondo? Si va ad impelagare nella peggior crisi economica che si ricordi, per di più una crisi che parte proprio dai mutui delle case, così anche le banche si chiudono a riccio, e finiscono col non concedere prestiti neppure a quelli che danno le migliori garanzie di restituirli. Ecchè, si fa così, per Dio? No, casso!rumina Anselmo, nelle sue eterne telefonate vaganti, in cui si lagna dei direttori di banca, e dei contabili, e dei consulenti, a anche dei clienti stessi, che in fondo sono delle mammolette: vengono a vedere le case, girano girano, scegliendo via via quelle più economiche, e poi, quando sentono il prezzo, sbiancano, cominciano ad accampare scuse: che stanno rischiando in fabbrica il posto di lavoro, che in questo momento i soldi sono pochi, che non ce la fanno, no, per quelle somme e quelle condizioni. Ma che, si fa così, brontola Anselmo, quando li sente frignare? Sono giovani, non dovrebbero prenderselo un po’ di rischio, o guardare la vita con sano incosciente entusiasmo? Una casa è una roba che resta poi in famiglia, e un tempo non si andava mica per il sottile, per comprarsela! Ma questi giovani sono così, mollaccioni: non vogliono prendere mica in considerazione di poter tirare la cinghia anni per impiccarsi al mutuo, e neanche hanno alle spalle più genitori che anticipino il grosso della cifra, come s’è sempre fatto. No, egoisti loro e anche i genitori, ormai: vogliono tenere i soldi perché non si sa mai e avere tassi più bassi ed abbordabili! Arrivano persino informati, con tanto di tabelle su Tan e Taeg e nonsisacosa, sicché quando c’è da trattare pare di avere di fronte un ufficiale delle finanza. E intanto le case restano lì, vuote: una infilata di condomietti già lindi e finiti, ma capaci soltanto di ospitare i fantasmi.

Passerà, si dice Pedron, è solo un momento. Ma intanto tenerli lì vuoti, costa. Ogni mese bisogna chiamare i giardinieri, perché quando arrivano i clienti, anche se i fili d’erba davanti alla veranda sono solo due, devono essere in ordine, ché mica puoi fargli vedere il “giardino” pieno di erbacce. E poi c’è l’umido. È fetente, l’umido, in Val Padana. Per quanto sia secco, è una terra che butta fuori sempre acqua. Risale dal terreno e va su su, per capillarità, insinuandosi sotto gli intonaci, specie se i mattoni sono quelli che usa Anselmo, cioè già pieni di buchi come groviera doc; specie se, per risparmiare sui costi, si sono costruiti pochi tombini di scolo in terra di risorgive: specie, insomma, se è Anselmo Pedron ad aver costruito le case. Dunque bastano due mesi, tre dalla costruzione che i muri cominciano a fare le chiazze d’umido, il nero si insinua sulle pietre d’angolo, gli intonaci si gonfiano di bolle. Se almeno li si riesce a far occupare in fretta, la gente dentro li aerea, e la muffa si fa dopo sei mesi, un annetto: ma così viene fuori subito, e vaglielo a spiegare agli acquirenti che non è niente, è naturale, la xé roba de le nostre parti, e appartamenti più asciutti non li troveranno altrove. Quelli non ci credono, cincischiano, lo usano come pretesto per tirare sul prezzo, farsi indietro. Non ci sono più i clienti di una volta, quelli di oggi sono mollaccioni, troppo attenti e rompibàle.

Così Anselmo ha deciso di correre ai ripari. Tenere quella infilata di case vuote, s’è detto, oltre che favorire l’umido, non è bello a vedersi. Quando i clienti arrivano, è brutto che si sentano le uniche anime vive in una città fantasma. Poi un giorno gli è venuta l’illuminazione, incrociando Egidio Bòvolo.

Egidio è un vecchio quasi barbone, che girella solitamente attorno al bar di Clara, con trolley di quelli per la spesa pieno di carabattole non meglio definite e definibili. Non domanda e non disturba, se trova qualcuno che gli offre un caffè ed una pasta la accetta, ringraziando con un compito cenno del capo, e poi torna nello scantinato abusivo che occupa da anni, dove abita il suo cane, un barboncino che ha visto giorni migliori. Dicono che fosse un dirigente d’azienda, un tempo, devastato però da un esaurimento nervoso, forse per un divorzio contrastato, forse per una causa di lavoro, o forse per tutt’e due. Fatto sta che Anselmo lo ha visto al bar, silenzioso come al solito, e gli ha detto: “Ma se te dago zinque euri, ti me va a vérzer le case ogni matina?”

Zinque euri?” ha chiesto Egidio.

Eh, zinque euri. E te dago anca ‘na giaca nova, ti te lavi e ti te sbarbi, cussì se te vede qualchidun ti pol dire che ti abiti là e le case xè tutte ocupàe…

Da allora Egidio ha trovato una ragione di vita. La mattina parte, con il suo trolley, dove ha messo dentro i pantaloni seminuovi e la giacca fornitagli da Anselmo; si cambia nel sottoscala di uno dei condomini, si sbarba, si pettina, e dopo fa il giro delle case, aprendo le finestre ora qui e ora là. Se incrocia la signorina dell’agenzia che accompagna qualche cliente, sorride educato, saluta, e fa finta di uscire da uno degli appartamenti come se ne fosse l’inquilino, mentre il barboncino, cui ha dato una sfoltita al pelo irsuto, gli trotterella accanto. La sera torna nel sottoscala, rificca nel trolley gli abiti da lavoro dopo averli scrupolosamente piegati, e va da Anselmo in agenzia, a prendere il compenso del giorno, che spende al bar in bianchetto e tramezzini, sentendosi un gran signore perché ora se li paga da sé.

Quando sente qualcuno che si lamenta, intorno, perché ha il posto di lavoro a rischio per la crisi, scuote la testa, comprensivo, ma aggiunge: “Sì, va ben, ma mi lo go trovà con la crisi, el lavoro: speremo che la duri…”

Quelle che sono crisi per alcuni, sono opportunità irripetibili per altri.

E’ un racconto di fantasia…oh insomma, ormai lo sapete, se ci volete vedere qualche allusione al reale sono fatti vostri.

9 Comments

  1. Guarda che bisogna fare per guadagnarsi “sinque euri” al giorno….. eh sì è proprio tempo di crisi.
    Spinola come la “grande mela” luogo di opportunità per tutti 😉
    Un abbraccio
    Ross

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  2. 🙂
    Il tuo gustosissimo stile, indubbiamente personale, mi ricorda un po’ il Filimario Dublè di Guareschi ne “Il destino si chiama Clotilde”.
    Pagine indimenticabili.

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  3. Peccato che sia un racconto di fantasia: egidio mi sta veramente simpatico.
    Comunque concordo pienamente con Deserteur sullo stile puffo palladiano. E già che ci sono, e so che sei originaria di Trieste, ti dico anche che tale stile architettonico ha attecchito anche qua e fiorisce nelle vie più impensate (tipo Bonomea con sei villoni a schiera con colonnato vista mare maanche antenne, Commerciale con casette celestine e travi in legno naturale, e -purtroppo- il carso ne è ormai infestato…)

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  4. grande post,al solito.
    Del puffo palladiano Sua Signoria m’aveva parlato, sicchè rinnovo le lodi per la geniale definizione.
    L’apritore di case deve comunque molto all’edilizia contemporanea: pur non essendo parente, è in ogni caso debitore dell’architetto ” creatore di barriere architettoniche” di Antonio Rezza, quello che progetta uffici postali con gradini di cinquenta centimetri che ” pe’ fa’ ‘na raccomandata ce deve morì, l’handicappato!!” , nonchè case popolari edificate ” co’ gusto e bona fede”, visitando le quali invita l’assegnatario a ” no’ guardà lo spesso’ de’ muri: guarda come è bello o’ zoccoletto da’ parete! E poi: no’ guarda’ fori da’ finestra,che te piji freddo!”

    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  5. Il Puffo Palladiano imperversa, figlio del Lego Residenziale e nipote del Cubismo Edile anni ottanta, si riconosce oltre che per la pessima fattura e per i colori accecanti in accostamenti pacchiani e/o improbabili, anche per la sua funzione di trait-d’union tra le zone urbane e quelle industriali decretando per sempre la fine di quelle rurali.

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  6. Il Puffo Palladiano non è mio, invero. Fu una geniale invenzione di quell’altrettanto geniale giornalista che è Maurizio Dianese del Gazzettino. Un grande.

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