W il 25 aprile

liberazione

Vengo fuori da due famiglie di antifascisti, che, nonni e nonne, zii e prozie, gli uni a Genova, gli altri a Venezia, il Ventennio, la guerra, la Resistenza li hanno subiti tutti, senza farsi mancare nulla, rischiando l’olio di ricino, le botte, il plotone d’esecuzione, il confino. Erano gente testarda, e neanche tanto ideologizzata, che non veniva fuori da alte scuole, o da facoltà universitarie. Ma per capire che la dittatura è un male, e un dittatore è sempre uno stronzo, non serve poi una laurea in filosofia o saper chiosare Hegel in tedesco: chi ci arriva ci arriva senza studi, e chi non ci arriva, neanche lo tenessero sui banchi una vita ci arriverà mai.

Dell’Antifascismo, della guerra e della Resistenza mi han sempre parlato, fin da quando ero piccola, come ne parlano quelli che le hanno viste e fatte davvero. Non un fumettone, in cui da una parte c’erano i buoni, dall’altra gli altri, e le cose stanno o di qua o di là in modo netto, tanto che quando un qualsiasi personaggio entra in campo sai già da come si comporterà, e se ti sarà amico e nemico.

C’erano le parti, e poi c’erano gli esseri umani: non tutti quelli che erano dalla parte tua erano automaticamente brave persone, e li stimavi tutti; non tutti quelli che stavano con i Fascisti erano solo vermi da sterminare.

Ricordo mia nonna commossa quando ricordava due soldatini tedeschi messi di guardia davanti alla fondamenta di casa sua: erano biondi, educati, diceva, vennero a chiederle se poteva stirare loro una camicia, e lei disse sì. Saltarono in aria su una mina col loro barchino, e tutta la Giudecca andò al funerale: avevano sedici anni, due in più di mia mamma, quella stessa che rischiò di morire perché la spararono addosso i Fascisti, durante una perquisizione in casa, in cui il vecchio prozio fu malmenato e la nonna si prese un pugno in faccia non si sa neanche perché. Si salvò, mamma, perché la gamba del tavolo deviò la pallottola: il destino ci mise letteralmente una zampa, neh. Una lontana cugina torinese non fu altrettanto fortunata: durante una irruzione di partigiani nel suo bar partì un colpo e l’ammazzarono: non faceva politica, al massimo serviva il caffè, quello di cicoria. L’obiettivo del commando era un Fascista che leggeva ogni mattina il giornale da lei, la sua morte fu un danno collaterale: la guerra è guerra, si giustificarono allora come si giustificano in simili casi oggi: la guerra è guerra e la sfiga è la sfiga.

C’erano i Fascisti, c’erano i Comunisti, c’erano poi quelli che non erano né l’uno né l’altro ma combattevano lo stesso: Socialisti, Monarchici, Cattolici, i Giustizia e Libertà, che erano di solito i più colti, studenti universitari e professori; i vecchi Liberali che facevano poco perché in genere erano Liberali da prima del Fascismo, e si portavano dietro la vergogna di averlo lasciato andare su, quel canchero di Mussolini.

C’erano quelli che non si schierarono mai, come se la cosa non fosse loro, e vivacchiarono alla bell’e meglio, spesso facendo la borsa nera con tutti. C’erano, come sempre, gli opportunisti, quelli che fino al 24 aprile erano stati in fez, e il 26, se li ricorda mia madre, furono i primi a presentarsi con al collo un fazzoletto rosso.

C’erano le mogli dei gerarchi che andarono in giro fino alla sera prima del crollo con i tacchi e i bei riccioli in piega, e poi vennero prese, picchiate, rapate a zero e colorate in testa di rosso, quasi sempre da gente che fino al giorno prima, al passaggio dei mariti, si prostrava in inchini fino a terra.

C’erano quelli che erano stati Fascisti, e avevano partecipato a rastrellamenti e azioni punitive, andando casa per casa a trascinare via quelli da condannare a morte, e poi s’erano presentati a casa di mio padre, di nascosto, piagnucolanti, chiedendo che il nonno li proteggesse e mettesse una buona parola, per non venire impiccati in strada, come avevano fatto loro con i partigiani, terrorizzati di far la fine del loro capo a Piazzale Loreto.

C’erano gli ebrei, e i loro bambini, tanti, cui mia zia fece per un periodo scuola a casa, perché a quella pubblica non potevano andare più, e che il 25 aprile non scesero in piazza, perché non c’erano più: erano stati già deportati, uccisi e sepolti chissà dove, in Germania.

C’erano gli Angloamericani, che arrivano alla Giudecca il 26, un giorno dopo, perché l’isola era ancora minata e nazista mentre Venezia era già libera, e il primo a sbarcare fu, racconta sempre mamma, un neozelandese mezzo maori e brutto come il peccato, alto quando un puffo ma con sorriso che apriva il cuore, perché era il sorriso della Libertà.

A me quel periodo, e il 25 aprile, così lo hanno sempre raccontato, semplicemente, sicché fin da piccola me ne sono fatta una immagine precisa, che non ha nulla del santino agiografico, ma neanche della leggenda nera.

Per questo le polemiche che tornano fuori ogni anno non le capisco, non le capisco proprio, perché il 25 lo festeggio da sempre senza dogmi, senza illusioni ma, invariabilmente, con una grande allegria. Perché il 25 aprile degli Italiani allora fu tante cose, fu tutto, e fu contraddittorio, come è sempre ogni vicenda della nostra terra e del nostro popolo, perché contraddittori e complessi siamo noi. Ma la di là di ogni particolare, fu un bel giorno: quello in cui finì una dittatura e tornammo tutti liberi, liberi persino di arrovellarci sulle nostre contraddizioni.

E io lo festeggio in allegria anche per questo, tiè.

24 Comments

  1. molto bello e molto vero. Curiosamente la storia della mia famiglia non è tanto diversa, anche se da noi la liberazione arrivò nove mesi prima. Bisogna averci parlato con chi ha vissuto guerra, occupazione e liberazione per capire il senso pratico del 25 Aprile e perchè lo si festeggia.

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  2. La mia gratitudine va anche a quei partigiani tedeschi che hanno combattuto in italia e che sono stati opportunamente dimenticati dall’italia e dalla Germania.

    Dankeschön.

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  3. Cara Galatea,

    leggerti è sempre un piacere, questa volta tanto più in quanto l’amarcord è accompagnato da un forte impegno morale che abbracciava l’intera tua famiglia.
    Grazie di condividere con noi questi ricordi. Per parte mia vorrei solo ricordare che i partigiani – quelli veri, intendo, che furono maggioranza – agirono da patrioti perché in circostanze avverse e di fronte a nemici ultrapotenti salvarono l’onore della patria riscattandolo, con le armi, dall’ignominia in cui era sprofondato il popolo che aveva stretto un patto d’acciaio con i criminali nazisti. Peccato, aggiungo, che effettivamente quella stessa Patria sia morta quell’8 di settembre 1943 e che ancora non sia risorta.

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  4. Caro Pilger,

    non ho mai sentito di partigiani tedeschi che abbiano combattuto in Italia contro i nazifascisti. Forse singoli casi individuali senza retroterra politico? Puoi aiutarmi a colmare questa lacuna?

    Grazie

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  5. @albigin Anch’io ho sempre pensato che l’unico partigiano tedesco che ha combattuto ed e’ morto in italia fosse Rudolf Jacobs.
    Tempo fa sono stato ad una mostra fotografica qui a monaco dove il tema era la resistenza: http://www.vvn-muenchen.de/html/partigiani.html
    Una sezione era dedicata a questo fenomeno sconosciuto: i partigiani tedeschi che hanno combattuto in italia.
    Il fenomeno e’ limitato sicuramente ma non credo che fosse isolato: parecchi erano gli oppositori del regime, ma la macchina repressiva tedesca non permetteva liberta’ di azione, cosa che era piu’ facile al di la’ delle alpi.
    Purtroppo l’argomento e’ tutt’ora tabu’ sia in italia che in germania dove una legge abrogata solo poco tempo fa perseguiva questi combattenti come traditori e negava loro qualsiasi indennita’ o riconoscimento. Le storie, poche, stanno saltando fuori solo ora, ma ripeto, qui l’argomento e’ assolutamente delicato.
    Ci sarebbero un paio di libri che potresti consultare ma sono in tedesco e non mi risulta che ci sia traduzione in italiano.

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  6. Sono un lettore di passaggio, capitato qui per caso. Ho 21 anni e leggendo questo post ho provato tanta rabbia: mi ha fatto tornare in mente un servizio fatto al tg1 in cui intervistavano gli italiani sul significato di questa festa e, a parte una ragazza, gli altri nulla sapevano; un ragazzo tutto quello che ha saputo rispondere è stato:”non c’è scuola e tanto mi basta”.
    Si può ancora essere orgogliosi di essere italiani?

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  7. Cara Galatea, io vengo da una famiglia piuttosto composita.

    Nonno paterno (mai conosciuto, caduto nel ’41 in Albania) capitano degli Alpini dell’esercito fascista. Pochissimo convinto, mi riferiscono le mie zie. Suo fratello (mai conosciuto, morto non so dove) addirittura camicia nera. Fascista convintissimo. Mio padre… staffetta partigiana, catturato a 17 anni, torturato, mandato al campo di concentramento di Bolzano dove lo salvò la fine della guerra. Tanti suoi amici furono mandati in Germania e non tornarono più.

    Nonni materni, pace all’anima loro, due opportunisti; avevano il mulino, non volevano casini. Ricordo con orrore mia nonna che parlava degli oppositori al regime fascista come degli “scalmanati che volevano solo fare confusione”.

    Le mie due zie sono sostanzialmente delle fasciste di ritorno. Berlusconiane di ferro, una delle due è stata capace perfino di mettere in dubbio il valore della nostra Costituzione perché “è vero che all’epoca c’erano i comunisti”. Mi chiedo che maestre possano essere state, quali valori possano aver trasmesso. Sostenitrici di Tosi. Mi fanno cordialmente schifo.

    Ora, mio padre passò i suoi ultimi anni da pensionato a bere goti (veronese per “ombre”; bicchieri di vino, per i non veneti…) nelle osterie della città. Tra i suoi compagni di bevute c’erano anche dei signori che, in gioventù, erano stati repubblichini; mio padre me lo riferiva senza problemi. E bevi insieme a loro? Certo, mi diceva. Eravamo giovani, e avevamo idee per le quali eravamo pronti a morire; noi come loro. Poi la storia ha dato ragione a noi. Ma loro almeno avevano il coraggio di mettere a rischio la vita; non come questi fascisti cialtroni di oggi, questi… e giù una bella sfilza di apprezzamenti che non posso trascrivere.

    E poi, una terribile cosa che mi disse una quindicina di anni fa. C’è una brutta aria, Guido, vedo cose che non mi piacciono, brutte persone. Mi sa che tra qualche anno toccherà a te prendere il fucile.

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  8. Hallo Pilger!
    scusa se mi intrometto così 🙂 ma visto che l’argomento mi interessa molto, potresti per favore dirmi i titoli di questi libri, so il tedesco e me li leggerei molto volentieri!tra parentesi capisco bene cosa intendi quando dici che la situazione “là” è molto delicata, in germania questa parte di storia è ancora una grandissima spina nel fianco e le poche volte che mi è caitato di parlarne con i miei amici tedeschi l’aria si è fatta molto pesante..
    grazie ancora, francesca

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