Il Revisionista

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È il gran colpo di Marziano, questo. Il colpo dell’anno, per di più assestato per il 25 aprile: portare a parlare al suo ciclo di conferenze Lui. Che non solo è nome di spicco a livello nazionale; per dire, a furia di comparsate tv lo conosce persino la portinaia del circolo, che a memoria sa giusto il nome del suo gatto e chi ha vinto il Grande Fratello l’anno scorso, ché quest’anno c’era un rom, dentro, e non l’ha guardato più. No, Lui, proprio Lui, che è da sempre un Grande Intellettuale, di quelli che scrivevano sui giornali quando eravamo giovanetti noi ed erano di sinistra, per cui si poteva citarli a scuola a spron battuto per far bella figura nelle assemblee di classe con i prof comunisti, e far incacchiare quelli dell’altra parte senza però rischio di essere puniti, perché sempre di un Grande riconosciuto si trattava, via. Era un baluardo della sinistra, allora: incazzoso come Pasolini, ma meno maledetto assai e più furbo, perché già si capiva bene, leggendo le sue pagine, che rimettere la vita o anche solo i diritti d’autore per l’ideale non era roba sua.

Quando arrivo al Centro Culturale, che è una sala fighetta sopra un bar enoteca altrettanto fighetto, pieno di luci al neon e poltrone di design, e fornirà, finito l’incontro culturale, stuzzichini e spritz, Clara mi si fa incontro con un sorriso materno e felice: “Sei venuta, sei venuta, come sono contenta!”

Marziano no, tanto contento di vedermi non deve esserlo: l’invito mi è giunto sicuramente dalla moglie, non da lui. Mi stringe la mano con un’aria imbarazzata, molto sul chi vive, e mi squadra con un che di malcelato sospetto, come temesse che, dato che sono rimasta di sinistra, giri con nascosta sotto la giacca una cintura da kamikaze, pronta a farmi saltare in aria come martire per sterminare in un botto solo tutta quella bella combriccola di destrorsi che ha raccattato per l’occasione. Mi scorta guardingo al mio posto, dopo una stretta di mano frettolosa e semiclandestina, e la sedia che mi ha riservato è in pratica dietro una colonna; per tenermi più nascosta poteva solo infilarmi sotto il tappeto, ma si sarebbe visto il bozzo, e qualcuno poteva chiedergli spiegazioni.

Dalla mia postazione, tuttavia, vedo non vista la platea, ed è una goduria. Prime due file riservate alle autorità, cioè, nella fattispecie, un paio di Consiglieri Comunali targati Popolo della Libertà, assieme a portaborse e consorti; un Udiccino dalla faccia perplessa, perché non capisce bene dove sia la sua collocazione, nella sala e, più in generale, nella politica del Paese; un vice assessore regionale alle Varie ed Eventuali, con l’espressione seriamente rampante che hanno sempre quelli che non contano nulla, accompagnato al braccio da una biondona quasi ventenne che, se è la moglie, è la prova provata che Lombroso non ci indovinava un caspita. Quando arriva la sottana di un prete ciellino, si crea un certo trambusto, fanno un cenno a Marziano perché il posto di Monsignore non si trova, ma Marziano arriva subito e spiega che Monsignore non ha posto perché mica sta in platea, ma direttamente sul palco, accanto al conferenziere. Monsignore apprezza e fa cadere dall’alto su Marziano un sorriso che vale mezza benedizione e un punto omaggio per entrare nel Regno dei Cieli.

D’improvviso, dal fondo della sala si sente un brusio, e Clara prima sbianca, poi arrossisce, infine s’agita senza più cambiare colore: il Grande Autore è arrivato, compare circonfuso di luce, anche se è solo l’effetto ottico dei neon dell’enoteca sottostante. Il pubblico si alza in piedi e comincia un applauso, un po’ timido sulle prime, che Marziano però corrobora immediatamente. Lui, il Grande Autore, che in realtà là sulla porta sembra più che altro un vecchietto un po’ curvo, stanco e passabilmente intronato da un viaggio lungo, si guarda dattorno come se non capisse bene chi stiano osannando, ma, quando realizza che applaudono lui, subito si ringalluzzisce, drizza la schiena, alza il mento, assume una postura marziale e vagamente mussoliniana, che forse giudica adatta alla circostanza, o al pubblico, o vai a sapere tu.

Sorride sorride, beato per l’entusiasmo di quella platea fatta da impiegati del catasto in pensione che avrebbero voluto essere dottori, e son da sempre convinti di non aver preso la laurea perché i Comunisti congiuravano contro di loro, e di ex parrucchiere ora titolari di centro estetico alla moda, infagottate in tailleur di firma, con capelli biondissimi cotonati e unghie grifagne da panterona sexy fuori tempo massimo. Guarda contento i quattro trentenni presenti, glabri e palliducoli come si conviene a dei Papaboys invecchiati, i pochi quarantenni dalla faccia doverosamente incazzosa e decisionista, anche se l’unica decisione che hanno mai preso riguardava il colore del Suv, e inizia a sciorinare il suo intervento che si indovina imparato a memoria e riciclato ad ogni tappa della sua via crucis di presentazioni. Il nuovo romanzo, certo, è un romanzo, ma colma un vuoto nella documentazione storica, sana una antica bugia della propaganda rossa: che i partigiani erano brave persone, mentre erano in realtà banditi come e più degli altri, e lui allora, dopo anni di ipocrisia anche e soprattutto a sinistra, ha voluto scrivere un romanzo per elogiare i vinti, perché i vinti sono vinti, ma mica perché vinti avevano tutti i torti; anzi, erano proprio in larga parte degli idealisti, magari più degli altri che si sono sempre fatti passare per tali, perché, in fondo, bisogna essere degli idealisti per stare dalla parte sbagliata e rimanerci quando si sa che si sta perdendo, mentre gli altri, sì, si capiva che avrebbero vinto, in fondo, e poi ammazzavano, i partigiani, mica erano quei santarelli che ci volevano far credere, neh.

La platea annuisce, compresa e convinta, quasi commossa, perché non sa proprio trattenere le lacrime sui poveri ragazzi di Salò che aveano sedici anni e sceglievano di stare col Duce per patrio orgoglio, senza capire bene cosa volesse dire. Per fortuna che la colonna nasconde la mia faccia, perché l’espressione mi tradirebbe: mi sto incazzando e non riesco a trattenermi, perché a me questo tipo d’elogio per i sedicenni di Salò, che ho già sentito tante volte fare, sembra un insulto alla loro memoria bello e buono. Come a dire: si arruolarono nella RSI perché erano coglioni, mica capivano un cazzo di quello che gli capitava attorno, avevano sedici anni! Embe’? Dall’altra parte, nelle brigate partigiane, l’età media era forse di più? Erano armate fatte da sedici-diciassettenni, con capi che spesso avevano meno di ventiquattro anni; ma loro lo sapevano bene cosa facevano e per cosa volevano combattere: si rileggano le loro lettere, quando li condannavano a morte dopo averli torturati. Avran fatto cazzate pure loro, ci mancherebbe, e qualcuno magari si sarà trascinato dietro risentimenti personali e personalissime vendette: ma per loro essere stati giovani, quasi ragazzini, e provati da una repressione durissima, lontani dalla famiglie, braccati sui monti dalla Gestapo, cos’è, come attenuante non vale? Se non han tenuto sempre il contegno di un Lord Brummel loro sono condannabili senza appello, ora, e invece i Repubblichini van scusati perché erano poveri ragazzetti confusi?

Sì, annuisce il Monsignore, mentre l’assessore alle Varie ed Eventuali si lancia in una perorazione accorata, da cui si evince che se un solo capo partigiano ha sparato un colpo che non fosse giustificato, anche dopo la fine della guerra e che aveva smesso di essere partigiano, questo dimostra che erano tutti banditi, e solo anni di propaganda comunista debitamente orchestrata ne han fatto degli eroi e dei liberatori.

Un sospiro di sollievo percorre al platea, perché ora che la definitiva parola è stata detta, tutti si sentono finalmente liberi di dire ciò che pensano, e vengono fuori i ricordi di figli e nipoti di tutti quelli che durante la guerra partigiana non si sono mai schierati, hanno aspettato buoni buoni che gli Americani arrivassero ben oltre la porta di casa per porsi il problema se fosse il caso di far qualcosa, prendere una posizione, correre finalmente incontro ai vincitori, ora che la vittoria era davvero certificata e certa.

Raccontano con un astio mal celato, pur dopo tanti anni, di quanto li hanno odiati quei Partigiani, perché vederli vittoriosi per le strade, il fucile in spalla, il fazzoletto al collo, l’aria sorridente, era un rinfacciare ai loro padri di non aver avuto il coraggio di far nulla. Non sopportavano di vederli trionfanti neppure un giorno all’anno, neppure se gli altri 363 stavano nascosti nelle fabbriche di proprietà degli “altri”, a inchiavardare bulloni e smadonnare contro i padroni, che erano rimasti gli stessi. È un popolo rancoroso che ha masticato invidia ogni 25 aprile, per anni, nell’ombra, ha segnato tutto e ora pretende di vendicarsi delle umiliazioni percepite.

Il Grande Autore ascolta con fare bonario e soddisfatto i ricordi che erompono, annuendo via via, e a me viene spontaneo domandarmi se annuiva con lo stesso entusiasmo alle assemblee degli anni ’60, quando andava a sentire i vecchi del Pci quasi tutti ex partigiani, e ai ragazzi del ’68, con cui all’epoca era solidale, che gridavano “Morte ai fascisti!” e lui approvava. Poi fa un gesto con la mano, come a fermare il dibattito, con fare comprensivo e super partes, e dice: “Be’ anche i miei non si schierarono, all’epoca, e non per questo furono meno Italiani…la verità è che, secondo me, ora è tempo di chiudere questa fase di recriminazione nei confronti dell’altra parte, che è durata troppi anni, e di aprirne una di conciliazione nazionale, ricordando le malefatte compiute anche dai Partigiani ma finalmente chiudendo i conti con il passato, senza continuare a rinfacciare ai Repubblichini atti di violenza che furono in gran parte frutto di un periodo di confusione, per poter finalmente creare una memoria condivisa e più equilibrata nella valutazione storica…”

Dunque la Storia obiettiva si fa così, imparo io, da storica: sghemba, partendo dal presupposto che da una parte bisogna sottolineare ogni mancanza e pretendere giustificazione di ogni proiettile sparato, e dall’altra scusare tutto perché erano azioni che van valutate in base al periodo, al tempo, al luogo, forse anche alle condizioni atmosferiche, chissà.

Il Monsignore applaude, i consiglieri e l’assessore approvano incondizionatamente, il Grande Autore è felice di vedere le bajadere leopardate e gli impiegati frustrati del catasto che si spellano le mani, e quasi si trattengono dal saltargli al collo, perché sa che dopo si precipiteranno a comprare il suo romanzo, e faranno pure la coda per farselo firmare. Marziano prende la parola, ringrazia sentitamente, e poi annuncia lieto che al piano di sotto è aperto il buffet. Mi alzo, mi avvio all’uscita, Clara di ferma e mi chiede: “Ma come, non ti fermi per l’aperitivo? Nemmeno una tartina?”

No, grazie. Mi andrebbe per traverso.

E’ una storia inventata, non si fa riferimento a fatti e persone reali. Nemmeno alla Resistenza, che ormai, come è noto, è solo una invenzione della propaganda comunista.

8 Comments

  1. I personaggi come il grande intellettuale in questione più che essere organici, come poteva essere un tempo, sono oggi funzionali, riempiono un segmento particolare impersonando una specifica fattispecie per quanto è necessario agli equilibri del (della sovversione del) dibattito in corso.

    Dopodiché decadono e vengono ridimensionati, mentre a loro modo sono davvero convinti di contribuire a una svolta delle intelligenze e ad una operazione di onestà. Mentre si tratta spesso di dare una patente di legittimità a pulsioni e rancori che ancora non l’hanno, fino a ché non la ottengono.

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  2. Da (modesto, ma molto attento) cultore di Pasolini escludo che ci abbia rimesso la vita per un ideale. Ogni tanto il suo assassino prende qualche soldo per rilasciare dichiarazioni fantasiose: puntualmente la magistratura apre un fascicolo, che puntualmente archivia dopo pochi giorni. Ma si sa che le leggende si autolalimentano. Sarei anche portato a escludere che sia un “poeta maledetto”, anche se qui sono meno sicuro, visto che ignoro quale sia la definizione di poeta maledetto. Forse un poeta maledetto dai fascisti? o da PCI? Pasolini rientrava in ambedue le categorie.
    Su Pansa, non so. Certo che i suoi difetti personali, tipo l’ingordigia, sono risultati chiari alle masse solo in vecchiaia (vecchiaia sua, intendo: ma forse anche delle masse). Sarà che invecchiando non si migliora, come ben sanno i superstiti produttori di clintòn.

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  3. Siamo decisamente un popolo, nella sua gran parte, che non vede l’ora di saltare sul carro del vincitore quale che esso sia; a volte con la pretesa di non fare nemmeno un piccolo saltello.
    P.S. scrivi davvero bene!

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