Buonsenso proletario

working class

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.

A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.

Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.

Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.

L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.

Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.

A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.

Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.

Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.

Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.

Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.

Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.

Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.

Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ‘sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”

E ti, cossa ghe gastu dito?

Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…

Ma ti ga intension de votarli sul serio?”

Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”

Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.

É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

13 Comments

  1. Bel quadretto di provincia, davvero. Ho scoperto, gironzolando nel tuo blog, che la scena è popolata da altri personaggi e atmosfere ugualmente interessanti. Abbiamo avuto in Italia diversi abili cantori della provincia profonda -mai capito perché si aggiunge sempre quest’aggettivo- nel cinema e nei romanzi e i tuoi bozzetti s’inseriscono, a pieno titolo e meritatamente, in questa tradizione di racconti dove gli eroi sono davvero molto piccoli. Bel post e bello anche il sito (stamattina mi sono svegliato senza i soliti disturbi post-sbronza; da qui la mia generosità).
    Solo un appunto: dubito che dalle tue parti -Veneto?- il Partito, nota la maiuscola, abbia avuto una presenza così pervasiva e un ruolo talmente importante. Quando ero giovane si parlava di Veneto “bianco”. Le parrocchie, quindi, e non le sezioni, saranno state l’habitat naturale degli indigeni. Poi sono arrivati i leghisti e, lasciatelo dire da un miscredente irredimibile quale sono, forse le parrocchie erano meglio.
    Perdonami la lunghezza.

    "Mi piace"

  2. Grazie per i complimenti!
    In effetti, in Veneto il Partito per eccellenza era la Diccì-Balena bianca, ma nell’entroterra veneziano, alle spalle della Marghera operaia, il Piccì era forte e poteva contare su una buona organizzazione di base: Venezia città è sempre stata ed in gran parte è ancora “rossa”, il che è anche il motivo per cui Venezia non riesce spesso a trovare un terreno comune con il resto del territorio veneto..
    Le parrocchie erano meglio? Sì, in parte. In parte, credimi, alcune era proprio uguali, tanto è vero che sono passate dalla Diccì alla Lega senza un singulto di perplessità.
    Quanto ai personaggi ricorrenti fra i vari post, sono nati per caso, ma ora sto dando loro una struttura più coerente: vorrei trasformare la sezione “Alla periferia dell’impero” in una sorta di romanzone a puntate. Anche perché alcuni personaggi meritano proprio una epopea a parte: sono da seguire passo a passo!
    PS. Anche io stamattina mi sono svegliata meno acida. Si sente, vero? 😉

    "Mi piace"

  3. Problemi tecnici.
    Quando clicco su i link che sono nel corpo del testo dei tuoi post mi dà quasi sempre “pagina non trovata”. Tutto il resto funziona -le varie sezioni, i commenti ecc- ma le pagine dei vari personaggi o luoghi proprio non si aprono. Mi succede solo sul tuo sito, tra i non tanti che guardo. Hai idea di cosa può essere?
    Sono piuttosto maldestro nell’uso del PC, e, a volte, sono tentato di fare come il tizio di cui parla l’articolo qui sotto -sperando che l’articolo si veda-.

    http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_29/pordenone_computer_tilt_pensionato_spara_4590a7f8-64b3-11de-91da-00144f02aabc.shtml

    "Mi piace"

  4. Anch’io ritrovo Guareschi, ed è un bel complimento. Pensarli come racconti di fantasia, inoltre, fa accettare quel tanto di esagerazione e “artificio” che si percepisce.

    Se posso, vorrei però perorare la causa del dialetto (tanto più se pensi di pubblicare questi racconti). Il fatto che il dialetto sia principalmente orale, non toglie che abbia una struttura precisa. Molto spesso trovo scritto, come nel tuo post: “go dito che”, “no i ga mai lavorà”, invece di “g’ho dito che”, “no i g’ha mai lavorà”, ecc. Personalmente mi stona molto. E’ anche possibile che ci siano precedenti nella poesia dialettale, ma resta il fatto che non ha molto senso, secondo me. Per curiosità ho provato ad aprire “Le baruffe chiozzotte” (trovato su internet). Atto I, scena I: “Si i vien i nostri òmeni, i g’ha el vento in pòppe”.
    Non so se sia un’edizione “italianizzata”, ma mi piace di più.

    "Mi piace"

  5. Non ritrae personaggi e situazioni reali? Reali no, ma verosimili sì.
    I tuoi personaggi meritano di evolversi e raccontarsi, per spiegare di queste terre e di come sono cambiate in così poco tempo. Brava.
    🙂

    "Mi piace"

  6. Osta,mi sembra un ritrattino della candidatura del Prof.Gianfranco Pasquino a Bologna: gli è andata male, e la colpa è come sempre della gente, che non capisce quando ha davanti l’opportunità di votare un vero intellettuale, utilisssimo.
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.