La stanza del figlio

muro bianco

La camera, adesso, è tutta sua. E non è nemmeno una camera sola, a ben vedere. Alfonso Crespano, persino se ha rotto i ponti con la famiglia, lasciato moglie e mammà – non necessariamente in quest’ordine – e incrinato quell’universo di relazioni che lo hanno protetto come una bolla fin dalla nascita, ha sempre fondi a sufficienza per potersi permettere non una camera ma un bel monolocale, nell’unico residence decente appena fuori Spinola. Ha dunque un intero appartamentino, arredato con mobili di lusso, per quanto dal design alberghiero: un divano in pelle con inserti in acciaio fighetto, un letto spazioso con testata in cuoio e trapuntina rosso pompeiano, e, appeso al muro, una tv a schermo piatto che gli consente di vendere tutte le reti possibili, in chiaro ed in oscuro, messe in onda per l’etere italico.

Non ha dovuto nemmeno cercarlo, per quel principio che, quando sei ricco, sono le cose che vengono a cercare te. Non appena per il paese s’è sparsa la voce che Alfonso era andato via di casa, destinazione non si sa dove, Anselmo Pedron gli ha fatto uno squillo al cellulare, offrendogli asilo. Non s’è trattato tanto di un favore, quanto di un investimento: ad offrire un tetto al figlio in fuga, Anselmo sapeva bene di rischiare l’ira di madama Crespano, che da sempre è la sua signora e padrona. Ma i servi svegli sono tali perché vivono sotto al padrone presente però sanno prevedere come ingraziarsi il padrone futuro: dunque ad Alfonso Anselmo ha immediatamente regalato un riparo, e a madama Crespano ha coscienziosamente spiegato, poi, il giorno dopo, che in fondo quello era pur sempre l’unico modo per mantenere comunque un qualche controllo sul fuggiasco: “Finché el xé da mi, el xé da nialtri.” ha infatti sentenziato con feroce pragmatismo.

Ora ha la sua camera, Alfonso. Ci sta da sei mesi. Non se ne vuole andare. All’inizio aveva creduto di rimanerci giusto qualche giorno, al massimo una settimana, prima di trasferirsi definitivamente dalla Betty Crovato, o meglio, di affittare assieme a lei un nuovo appartamento. Non poteva che essere una soluzione momentanea e provvisoria, quella del residence, con le pareti lattee prive di quadri, movimentate solo dalla televisione piatta come i programmi che trasmette, e quei mobili anonimi, senza un vero padrone e senza una storia, destinati fin dalla nascita ad accogliere qualche cliente per due settimane, al massimo un mese, e poi passare a quello successivo senza portare tracce. Lui, Alfonso, è sempre stato abituato ad altre case, piene di memorie, di tradizione. L’avita magione reca i segni di tutte le generazioni di Crespano prima di lui, e in nuce i presagi di quelle a venire. La sua camera da ragazzo, rimasta immutata nell’ala padronale, è qualcosa a mezzo fra il museo e l’altar maggiore, con da un lato la scrivania del nonno, e la poltrona in cuoio, e libri che prima di Alfonso sono stati di tutti i primogeniti Crespano, e dall’altra un muro che è un tripudio di alfonseria, con un’infilata di foto in cornice peggio di una bacheca di facebook: Alfonso al mare, in montagna, con gli sci, senza, con in mano ogni tipo di trofei e di coppe guadagnati nelle competizioni più disparate; con mamma, mamma e papà, mamma e i parenti, mamma e gli amici, le morose… ecco, no, con le morose no. Una ne ha avuta, e l’immagine è stata cassata subito dalla madre, non appena gliel’ha fatta lasciare: l’unica foto femminile rimasta è quella con la fidanzata ufficiale, scattata quando era già sicuro che questa sarebbe diventata moglie.

La sua casa da maritato, dépendance di quella dei suoi, anche quella era piena come un uovo. Patrizia, la moglie, l’aveva arredata con l’ansia da horror vacui: mobili, mobili, mobili. Sopra i mobili scansie, sopra alle scansie cornici, dentro alle cornici foto. Nei due anni di matrimonio non si spiega come sia riuscita a farne tante: lei ed Alfonso ovunque, immagini moltiplicate come nel gioco di specchi finale nella Signora di Shangai. Per sentirsi sicura d’averlo sposato, pareva dovesse vederselo davanti in ogni cantone di casa, e assicurarsi che lui vedesse lei, per non dimenticare.

La prima volta che è entrato nel residence e ne ha visto i muri vuoti e i mobili senza cornici, senza ritratti, senza foto, Alfonso ha provato una sorta di spaesamento: non pensava che delle stanze da abitare potessero essere così. Almeno non quelle in cui avrebbe potuto abitare lui. Si è sentito sospeso in un posto che non esiste, dove lui non era più lui, dove lui non era più nessuno, perché non aveva le cose che erano sue a ricordargli chi fosse. Persino Spinola, vista dalla nuova angolatura della finestra, non sembrava più il suo paese.

Ha provato un senso di fastidiosa vertigine. Come se gli mancasse l’aria. O come se di aria, improvvisamente, ne avesse respirata troppa. Si è dovuto sedere sul letto e guardare con calma la stanza e le pareti. Le pareti bianche.

É rimasto tutta la sera così. Zitto. A guardare un muro. Bianco. Per la prima volta da quando è nato gli è parso di poterci lasciare sopra una traccia che fosse solo sua.

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