Tutti figli di Troia

No, che andate a pensare. Si parla ovviamente della città. Quella dell’Iliade. Quella della guerra, del cavallo, e dei Greci che alla fine le fanno la festa. E finita lì, uno pensa. Perché, da che mondo è mondo, così le cose, al mondo appunto, funzionano: che i vincitori vincono, e ai vinti resta proprio niente, giusto giusto i guai, come diceva Brenno, nel senso di rogne, lutti e riscatti da pagare. E silenzio, il silenzio dell’oblio, che cala per sempre sulle rovine.

E invece per Troia no. La sua fine non è una fine, ma un inizio. E persino prima della fine, quando era ancora ben forte, e piena di nemici, così nemica non veniva sentita, la città. É una guerra ben strana, quella fra Greci e Troiani, ed è un poema ben strano, stranissimo, quello che la racconta. Dovrebbe narrare di una contrapposizione, fra due popoli e due culture. Di qua l’Occidente appena nato, ma già provvisto di quei tratti che lo renderanno Occidente: i re, sì, ma che si confrontano in assemblea, e non sono tiranni senza legge né limiti; la guerra sì, ma nata dal bisogno di ristabilire un diritto violato, e con l’esigenza di essere considerata legittima e giusta non solo per volere divino ma in virtù di un patto stretto fra uomini. Gli dei, divi quasi nel senso hollywoodiano della parola, e infatti così umani da parere pieni di beghe e capricci: poco Padreterni e molto star. Di là l’Oriente, che dovrebbe essere altro, l’Altro per antonomasia. Ma l’Oriente di Omero è poco orientale. Non è per nulla esotico. Non è fatto di despoti, Re dei Re di preclara ascendenza divina, che comandano masse di popolo schiavo e succube, con ordini senza contraddittorio. È un Oriente che a tutto questo non somiglia punto: Troia non è uno sconfinato impero, ma una rocca; Priamo non è più tiranno di Agamennone, anzi forse lo è meno; e i Troiani dai Greci che li assediano sono indistinguibili: stesse armature, stessi dei, persino qualche avo in comune. A voler essere precisi, se si va a simpatia, i Troiani lì fanno il botto: perché, in fondo, quando li conosci, ti rendi conto che sono tutte gran brave persone: Paride vabbe’, un po’ sventato e vanesio, ma non è che poi Menelao sia un’aquila; Priamo Agamennone lo oscura senza muovere un ciglio, e fra Ettore ed Achille, ammettiamolo, si piange sempre per Ettore, alla fine.

Perdono. E malamente. Ma Omero riconosce loro qualcosa di più che il semplice onore delle armi. Perdono senza essere perdenti. Cadono non tanto per il valore degli Achei ma perché quello riserva loro il Destino. Che ha vie imperscrutabili e progetti più alti. Omero lo fa sapere fin dall’Iliade. Mette in bocca al suo Poseidone una profezia oscura ma circostanziata: Troia cadrà, ma una nuova Troia è destinata a risorgere, subito dopo.

Chissà cosa sapeva, Omero, che noi non sappiamo più. Forse le rivendicazioni dinastiche di qualche principotto locale, che gli pagò il pranzo, a lui aedo ramingo, perché inserisse dentro ai suoi canti questo velato accenno alle lontane origini di una famiglia potente. Ma una volta creati, i miti sono miti perché scappano di mano. Non appartengono più al loro autore, ma all’umanità. Così quell’accenno al superstite Enea, destinato a rifondare una città di scampati alle pendici dell’Ida, venne buona quando si trattò di trovare un pedigree ad una città nata veramente da scampati, e della peggior specie: ladri, banditi, schiavi sfuggiti al giogo dei padroni. In una parola, Roma.

All’inizio, probabilmente, manco davvero Roma. Stesicoro è il primo a parlare di Enea in Occidente, nella non meglio definita Esperia. Giunto assieme, o dopo – il testo è incerto – ad un ex nemico anche lui accomunato dai vagabondaggi: Ulisse. Due sopravvissuti; tre, con Diomede, pure lui in fuga dalla patria greca per una faccenda di corna e di odii con la legittima consorte lasciata troppo a lungo da sola. Quattro, anzi, se si conta Antenore, fondatore di Padova insieme a quei Veneti che s’era portato dietro dall’Asia, in fuga.

Esperia. È incerto, e vago, il primo approdo di Enea nelle fonti, in una terra che la vaghezza di una tenebra ce l’ha già nel nome: terra di paludi costiere disseminate di isole, su cui regnano, come dice Esiodo, Agrio e Latino, figli di Ulisse e di Circe, con agli ordini un popolo di pirati tirreni. Ma grazie a questa indeterminatezza è buon gioco per i Romani trovare un appiglio, e per dei Romani in particolare, i Giuli, materiale per appiccicarci una genealogia: da Iulo, figlio di Enea già chiamato a Troia Ascanio, nipote per via diretta di Venere Afrodite, attraverso Marte e Rea Silvia fino a Romolo, fondatore di Roma e poi dio, sotto il nome di Quirino. E da Romolo via, giù diretti fino a Giulio Cesare e il suo divino figlio Cesare Augusto, fondatore dell’Impero. Ci mette settecento anni a rinascere più potente che pria, la nuova Troia, ma quando lo fa stravince: i Greci sono ormai abitatori di una provincia soggetta, e i discendenti dei Troiani a comandare il mondo, proprio come aveva promesso loro Poseidone.

L’impero. L’impero ed il sangue troiano divengono un binomio inscindibile. Un segno del comando, un destino. Dentro alla stirpe dei Giuli, si aprono lotte per impadronirsi del copyright: contro Ottaviano cerca di appropriarsene Antonio, che chiama il figlio Iulo. Antonio che non è un Giulio, ma in fondo anche Ottaviano è un Giulio solo per adozione tardiva, tramite testamento. Un mito resistente ai secoli ed all’estinguersi delle gens. Persino Costantino, quando contro al corso del ciel l’aquila volge, un tentativo di spacciarsi per Troiano lo fa: per fondare un nuovo impero, riporta la nuova Roma laddove era nata la vecchia Troia: riporta l’aquila a casa, in fondo, anche se Dante questo trasferimento lo considererà un atto contro natura, che non si può perdonare.

Ma il sangue troiano è un mito non solo per i Romani, lo diventa anche per i Barbari. Che hanno una tal voglia di romanizzarsi da cercare di farsi passare pur loro per discendenti di Enea. Ci provano con qualche successo i Franchi, i Merovingi in particolare: quando fondano un loro regno indipendente, nelle nebbie della Tarda Antichità che sta sfumando nel Medioevo, attrezzano la propaganda dei loro poeti a spiegare che anche loro, sì, proprio loro, discendono da Troiani. E pertanto, in quanto Troiani, non solo sono meno Barbari degli altri Barbari, ma hanno diritto a fondare un regno entro i confini della vecchia Roma: sono mica dei volgari usurpatori, no, diciamo al massimo dei cugini che tornano a casa.

Il sangue. Il sangue troiano sparso dai Greci nella piana fra Scamandro e Simoenta, quello di Ettore, che s’è mischiato alla polvere quando Achille lo ha trascinato attorno alle mura della città, già cadavere. Il sangue dei vinti che diventa sigillo per la fondazione di imperi: Roma, Costantinopoli, e da Roma la Francia e da Costantinopoli la Russia, di Kiev e di Mosca, la terza Roma. I Greci vincitori tornano nelle loro rocche, e non fondano imperi, al massimo città. I Troiani sconfitti non hanno una rocca cui tornare, e si disseminano per il mondo a fondarne di nuove, portandosi addosso un’onta da vendicare, la voglia di un riscatto, l’ansia di chi vuole tutto perché lo aveva già un tempo, lo ha perso , gliel’hanno portato via, perciò ha pochi scrupoli ed è disposto a qualsiasi cosa per riconquistarlo.

Forse è per questa fame di rivalsa che gli imperi possono essere fondati solo da figli di Troia.

10 Comments

  1. Noi perdemmo anche l’ultima di guerra cui partecipammo e ci fu il solito figlio di troia che pensò bene di ripigliarsi i suoi onori, io avrei preferito essere colonizzato dagli yankees o magari aggiunto come stella alla loro bandiera.
    Ma la perdemmo veramente l’ultima guerra?
    A scuola non me la spiegarono abbastanza.

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  2. ahhhhh, bella chiosa, Galatea.
    Che funziona solo in italiano, purtroppo, ma me la gusto lo stesso 😉

    C’è però da dire che non è vero il contrario, ossia che bisogna fondare imperi per essere figli di Troia. Alcuni ci riescono benissimo nella miseria delle loro piccole vite…

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  3. riguardo il pensiero greco intorno alla mitica guerra di troia, alla tuo interessante percorso, vorrei aggiungere, da non specialista sia chiaro, un accenno alle troiane di euripide, intorno al 400 ac, dove la dignità delle donne dei vinti diviene un nucleo morale ed etico assai vivo, contrapposto all’insensata crudeltà della guerra; a me pare che qui, euripide, ci mostra come i greci sapessero ragionare in modo assai libero e intelligente sulla loro stessa mitologia

    per roma, tanto ci sarebbe da scrivere, a partire dalle amare riflessioni di agostino nel de civitate dei, ma non possono tediare oltre i simpatici frequentatori di questo, non immeritatamente, famoso bloc

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