Emergenza presepio

Il Natale è Natale ovunque, ma a Spinola un po’ di più. Le élite del paese hanno sempre pensato che Spinola con il Natale abbia un rapporto assai più diretto che gli altri posti al mondo, vuoi per il fatto che la percentuale di beghini tocca vertici inusitati persino nell’intorno, vuoi perché, date le scarse opportunità di svago alternative offerte, allestire alberi, appendere festoni e spandere su tutto neve finta è pur sempre una attività emozionante e il Natale, quindi, diventa anche per i più convinti mangiapreti una occasione di sconfiggere la noia.

Da quando poi si è insediata al potere la Giunta Taragnin, il rapporto di Spinola con il Natale è diventato istituzionale ed istituzionalizzato, sicché gran parte del bilancio dei settori cultura e turismo è assorbito dalle iniziative natalizie. Chi debba occuparsene in via esclusiva è stato per qualche tempo oggetto di dibattito: Ernesto Serato, vulcanico assessore alla Cultura, con il Natale, infatti, ha un rapporto controverso. Da un alto la sua passione per la cultura celtica in salsa leghista lo spinge ad avere nei confronti della Natalità una sana diffidenza: per quanto possa essere di mentalità aperta, infatti, non può dimenticare che il bambinello di cui si festeggia la nascita non è celta, tanto per cominciare, e, in secondo luogo, è mediorientale per nascita ed educazione; dall’altro non può negare che il Natale sia festa di tradizione tutta nostrana, e che anche il bambinello, poi, nei nostri presepi si presenti con capelli di un biondo e occhioni di un azzurro che di celtico han tutto ma proprio tutto tutto, cosicché ci si può agevolmente dimenticare che è nato in Palestina ed immaginarlo venuto al mondo dalla più pura schiatta scandinava.

Per fortuna, in Giunta vi è l’assessoressa alla Famiglia Mariolina Bròsego, che, cattolica così beghina che in confronto Maria Goretti potrebbe passare per una sciacquetta, ha considerato fin dalla sua discesa in politica suo specifico mandato l’interessarsi della Famiglia intesa esclusivamente come quella Sacra. L’assessoressa, infatti, che per le famiglie in carne ed ossa, dotate di figli e problemi veri, ha limitato gli interventi a fiumi di parole cristianamente comprensive ma prive di qualsiasi ricaduta pratica, per la Famiglia Sacra si è sempre prodigata invece con fattivo fervore: non era ancora giugno che cominciava a premere perché ci si organizzasse per fare il presepe, passava i mesi estivi a prendere contatti, accantonare fondi, stendere progetti, pensare e ripensare; a settembre era già sul piede di guerra, mobilitando la parrocchia, sensibilizzando le scuole, spingendo il magazzino comunale a controllare se le statuine fossero a posto, o andassero riparate e spolverate; finalmente, dopo due mesi di preparativi serratissimi, a dicembre raggiungeva l’apoteosi, potendo inaugurare nella piazza principale il suo presepe multiplo, che era come una millefoglie a strati, a cui ogni Natale aggiungeva un nuovo piano ed una nuova espansione: una specie di montarozzo in cui prendevano posto un anno dopo l’altro sempre più pastori, pastorelle, pecore, agnelli, capre, capretti, mucche, buoi, vitellini, asini, muli, maiali, galline, ochette, anatroccoli, pavoni, fagiani, germani reali, cigni, aironi, gru e inoltre uomini, donne, bambini, infanti, neonati, ragazzi di tutte le età e di tutti i tipi, popolani, popolane, contadini, curiosi, biscazzieri, cammellieri, perditempo, perdigiorno, venditori di almanacchi, compratori di strafanti, musicanti, suonatori di pifferi, cimbali e organetti, mercanti, beduini, giocolieri, danzatrici del ventre, massaie che fan la spesa, erbivendoli, panettieri, scribi, liutai, cestai, tessitori di stoffe e di tappeti, vasai, arrotini, armaioli, soldati romani, soldati ebrei, membri del Sinedrio in passeggiata, vecchine filanti la canapa, giovinette strozzanti oche, bambini alla pesca nei torrenti, fanciulli addormiti, e poi ancora quinte di edifici, archi di acquedotti, case, casette, castelli, torri, palazzi, fontane, fontanili, fonti, stagni, ruscelli, canneti, cascate, pozzi, ponti, ponticelli, mozzichi di mura, colonne di templi in rovina, casupole, capanne, stalle, pensiline, greppie, grotte, ricoveri per bestie, recinti, staccionate, cancelli chiusi od aperti su sentieri destinati a perdersi verso il vago orizzonte ed il cielo blu trapunto di stelle.

Purtroppo il pubblico, si sa, è traditore: curioso del nuovo, pronto ad abbandonare le tradizioni consolidate. Così mentre nei primi tempi il montarozzo presepico spinolense era oggetto di pellegrinaggio dai paesi vicini, i cui abitanti schiattavano dalla rabbia che nei loro non si fosse pensato nulla di simile, di anno in anno i visitatori si sono assottigliati, un po’ perché anche i paesi vicini hanno copiato l’idea, organizzando a loro volta montarozzi di natività assortite e varie, a seconda degli orientamenti delle Giunte (e quindi via a presepi terzomondisti con sottofondo di musica african-andina per Amministrazioni di centrosinistra cattolico, presepi con statuine di legno e plastica riciclata per Comuni ambientalisti, presepi ultraconservatori con bambinello in barca e ambientazione lagunare per compagini più aperte al federalismo) e un po’ perché, avendo già di suo raggiunto il massimo della cubatura consentita, il montarozzo spinolense non poteva espandersi più oltre senza che fosse necessario approvare una specifica variante del prg.

A settembre era già chiaro che la crisi era nell’aria. Anselmo Pedron s’è deciso quindi a prendere in mano la situazione, chiedendo udienza privata al Sempresindaco Carlo Taragnin.

Qua bisogna trovar qualcosa de novo – ha detto – sinò par che el paese sia morto e mi no vendo le case, che zà ghe xè magra de schei, figuremose se gavemo anca el presepe preciso de l’ano passà!”

Capito che l’emergenza presepica era una roba seria, il Sempresindaco ha deciso di correre prontamente ai ripari, chiamando a raccolta le più brillanti menti di Spinola, ovunque esse fossero disperse. Grazie ad un giro di telefonate ad alto livello, in Comune è arrivato tosto Francesco Saverio Montebaldo, titolare di rinomato studio di architettura in quel di Milano, il quale di mestiere fa due cose, cioè lo Spinolese nel mondo, in quanto nativo di Spinola ma frequentatore di ricchi ambienti internazionali, e il Light Designer.

Al primo incontro, si è subito capito che il Light Designer aveva in testa idee rivoluzionarie. Francesco Saverio Montebaldo è arrivato in Comune intabarrato di un nero mantello di artista e con dipinta sull’aristocratico grugno un’espressione di sussiego uguale uguale a quella dell’esploratore inglese che, nelle barzellette, sta per essere infilato nella pignatta dai selvaggi. Ha guatato la facciata del Municipio, poi quella della chiesa, poi il campanile, poi la piazzola dove solitamente la assessoressa alloca il presepio tradizionale; ha alzato gli occhi al cielo con sommo disgusto e poi sentenziato: “E’ tutto da rinnovare, bisogna pensare una istallazione globale, qualcosa di aereo che reinventi lo spazio e ne ridefinisca il concetto in sé.”

Anselmo Pedron e Taragnin hanno annuito, per quanto non molto sicuri di cosa volesse dire “concetto in sè” e nemmeno “ridefinire”; l’assessoressa Brosego, invece, si è sentita percorre da un brivido, perché anche se pure a lei i termini non erano punto chiari, lo erano però abbastanza da farle sospettare che il suo montarozzo e le sue statuine avrebbero ricevuto un foglio di via.

Dopo tre mesi di progettazione circondata dal più assoluto e rigoroso riserbo, Francesco Saverio Montebaldo ha presentato in Comune il suo progetto ridefinente il concetto in sé, di Natale e anche di Presepio. Via il montarozzo multistrato, e via anche le statuine: la sagoma stilizzata di Gesùgiuseppemarìa proiettata direttamente sulla facciata della chiesa, mentre una cascata di stelline lucenti andavano ad illuminare campanile e Municipio: tutto molto etereo e tutto molto light, nel senso di leggero e di design, ovviamente.

L’inaugurazione di “Spinola in…luce” (progetto artistico di Francesco Saverio Montebaldo, titolo di Carlo Taragnin) ha mobilitato sulla piazza del paese tutta la Giunta, eccetto la assessoressa, che, in polemica con il montarozzo sfrattato, ha giustificato l’assenza chiamando in causa una vecchia zia all’ospedale che non poteva essere abbandonata neanche per un attimo, specie in periodo natalizio. Ma non appena il Sempresindaco ha girato l’interruttore che doveva dar inizio al gioco delle luminarie, sul volto degli astanti e dei convenuti dal paese tutto si è dipinto lo sconcerto più nero: perché le luci natalizie proiettate sulla facciata del Municipio e della Chiesa erano bellamente impallate dal riverbero della pubblica illuminazione, e i lampioni al neon stroncavano ogni tentativo di risplendere di stelline danzanti e natività.

Il giorno dopo, il fiasco ha richiesto una immediata riunione straordinaria di Giunta, allargata alla presenza dell’architetto-Light Designer Montebaldo e dell’invelenito Anselmo Pedron.

No se vede niente!” ha strillato quest’ultimo, che assieme alle luci vedeva sfumare la possibilità di richiamar clienti soggiogati dalla fascinazione del luogo e vendere finalmente i suoi appartamenti vuoti.

E cossa gogio da far? – domandava Taragnin – Xè i lampioni che sluzega massa!”

E stùali, alora!”

Ma non se vede un’ostrega, se stuo le luci sul marciapìe! La gente se ingambara e casca par tera!

E che i casca, ostrega, dopo i se tirarà su!”*

Vinto da questo serrato ragionamento e confortato dal fatto che i cittadini non possono in fondo rivendicare alcuno specifico diritto a rimanere verticali, il Sempresindaco ha dato ordine immediato di spegnere i lampioni sulla piazza, per permettere alle stelline e alla natività di brillare in tutto il loro fulgore.

La sera, uscendo dal Municipio, si è quasi commosso, il Sempresindaco, vedendo il profilo della Sacra Famiglia sluzegare sul muricciolo della chiesa, mentre un fiotto di brillii rosa investiva il campanile, trasformandolo nella riedizione allungata di una bomboniera da battesimo, e un diluvio di stelline danzanti riverberava sulla facciata del Comune e carezzava il volto a lui che usciva dal portone al piano terra. Il cuore gli si è allargato, ha fatto qualche passo sul selciato, ha sentito un tremore alle gambe, le ginocchia che gli si scioglievano, gli occhi gli si sono riempiti di lacrime, si è praticamente inginocchiato e la bocca si è aperta per lasciar uscire un suono.

Una preghiera? No,un bestemmione. Era inciampato per il buio.

    *“E cosa ci devo fare? Sono i lampioni che brillano troppo!” “E spegnili, allora!” “Ma non si vede un accidenti, se spengo le luci! La gente si inciampa e casca per terra!” “E che caschino, dopo si tireranno su!”

È una storia di fantasia, che non fa riferimento ad avvenimenti o personaggi reali. Non esistono Spinola, il suo sindaco, l’architetto Light Designer, l’assessoressa Brosego e neppure la sua vecchia zia malata e bisognosa di compagnia in ospedale. Ma quest’ultima cosa l’avevate intuita già, immagino.

10 Comments

  1. Giusto ieri sera, via di Novoli a Firenze (mega-viale a 8 corsie + marciapiedi + ciclabile), si notava questa mega-proiezione di stelline cadenti in cascata sulla facciata di un palazzo grigio. Lampioni ben accesi, per fortuna.
    Anche Renzi deve aver assunto, forse, un qualche “Light Designer”.
    Quasi contemporaneamente (nel tardo pomeriggio) gli anarchici punkabbestia regalavano preziosi pacchi doni (liquami) in via Tornabuoni davanti alle preziose vetrine di Gucci, Dior, Prada, Bulgari e vari altri al grido di: “E’ il momento di rovinarvi il Natale”. Una puzza sensa senso.
    Son belle cose… 😉

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  2. Il presepe me lo sono immaginato come un bacio perugina illuminato dall’interno … godibilissimi i dialoghi in lingua celtica e la relativa traduzione. Dove xéo Spinola?
    Un saluto.

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  3. Più che una storia di fantasia è una storia insignificante o, se vuole, un pippone formidabile. Per rendersene conto basta scorrere la prima riga dei vari capoversi. Mai visto tanto spreco di parole… e si prendono tutte sul serio!

    p.s.
    Indovini quale dei redattori di topgonzo ha postato questo commento, signorina Galatea?

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  4. Da bimbetto, ricordo, risparmiavo tutto l’anno coi miei fratellini per poter aggiungere qualcosa di nuovo al presiepuccio, mo’ na’ pecorella, mo’ no zampognaro, un callarostaro, poi con l’avvento della plastica il presepiuccio esplose, ponti, case, fuochi, effetti neve.
    Cresciuto d’età, non feci più il presepe, ma spendevo almeno una domenica nel visitare i presepi di tutte le chiese del centro di Roma che come ben si sa sono più numerose delle case.
    Passarono ancora gli anni ed il cuore si indurì, qualche pelo crebbe sullo stomaco e smisi financo il solito giro delle chiese
    Pensate che questa mia evoluzione possa definirsi normale?
    Io spesso me lo chiedo

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  5. @->Garbo: Mica è lingua “celtica”, precisiamo. Trattasi di Veneziano, per quanto di terraferma e un po’ imbastardato. I Celti qui non c’entrano per nulla: nell’entroterra veneziano han fatto qualche fugace capolino, han visto che c’era troppa acqua e sono tornati nelle campagne della Padania. 🙂

    @->Fracatz:A me i presepi tradizionali piacciono. Non so perchè, mi fanno alllegria.

    @->Ruzino: Grazie. In effetti, era ispirata proprio a quella. 🙂
    P.S. Il cattivo umore, prima o poi, passerà. Baciotto.

    @->Gians: Eh, con le lucine dentro le casettine bisogna stare molto attenti.

    @->Topogonzo (cioè, presumo, red. cac.): Come i Suoi commenti continuamente dimostrano, l’unico che si prende troppo sul serio qui dentro mi pare sia sempre Lei.
    Stia bene.

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  6. Certamente, red. cac.
    S¡, mi prendo molto sul serio, signorina: ma molto significa adeguatamente, nel mio caso, non troppo. Scusi, ma non è hybris, è misurata consapevolezza. So quale rutmhós anthrópous échei.
    Sempre modestamente.

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