Media Strategy. Ovvero, prima di Zuckerberg è meglio studiare La Palisse

Il tizio che mi chiama in videochat è uno di quelli convinti convinti. Avrà forse un venticinque anni, ma già sfoggia voce suadente, sguardo maliardo, aria da Sono-un-giovane-rampante-di-successo-non-proprio-Zuckerberg-ma-poco-ci-manca. Insomma, tutto il repertorio del piazzista anni ’50, spolverato però di una patina 2.0.

“Sai, conosciamo il tuo blog e lo seguiamo da tempo, ci piace tantissimo come scrivi, per questo vorremmo che tu entrassi nella squadra dei nostri collaboratori!” dice, sorridendo con tutti i denti, che devono essere molto più di trentadue, perché riempiono lo schermo: i giovani rampanti e di successo hanno notoriamente una fila in più di denti degli altri. Canini, suppongo.

Io lo guardo attraverso la webcam con una espressione che deve essere perplessa, ma perplessa assai, perché con tutta la buona volontà, dopo attenta ricerca su Google, i siti che lui presenta come “nuove ed importanti presenze nel panorama del web italiano” sono riuscita a stento a trovarli, nonostante gli autori ci abbiano messo tutte le furbizie possibili ad usare i tag ad alta visibilità, quelli acchiappavisite alla cazzo, tipo “Belen” e “sesso” su post che neppure accennano di sfuggita al secondo e della prima han solo una foto ripresa dalla pubblicità della Tim. I contenuti, poi, lasciamo perdere: giusto una decina di righe a post, che sono raccattate alla bell’e meglio ricicciando qualche lancio d’Ansa, se sono notizie; e se invece sono post che hanno ambizione da “editoriale” sono patetici vagiti di tizi dai nomi ancora più ignoti dei loro nick, che sbrodolano senza costrutto credendosi nuovi Montanelli.

Ma a sentir lui, quello è l’olimpo del web, il giardino dell’eden 2.0: “Il nostro progetto è una grande famiglia, possiamo contare su una galassia di blog che ci fa da supporto, integrati in una media strategy mirata a coniugare e-businness ed informazione dal basso…” sproloquia.

“Vabbe’- taglio corto io, che quando sento “media strategy” a me vien d’istinto la stessa reazione che aveva Goebbels con la parola “cultura”, cioè butto in giro una occhiata per ricordare dove ho lasciato il fucile a canne mozze – ma, per andare sul pratico, quando pagate?”

La faccia del Giovane di Successo Che Non è Proprio Zuckerberg Ma Quasi al solo accenno ai soldi ha una specie di rictus, si pietrifica in una espressione di vago schifo come chi si è appena accorto di aver pestato una cacca di cane e non sa come nascondere la vergogna. Poi gli occhi da sorridenti si trasformano in acquosi e quindi in liquidi e tristi come quelli di un cocker spaniel scalciato dal padrone.

“No, be’, i contributi sul nostro sito sono tutti volontari, non retribuiti”chiarisce col tono di chi dice una cosa ovvia, scontata, mentre quasi scuote la testa dalla delusione, simile ad una tata premurosa che sgridi un bambino con un su, dai, adesso non fare i capricci, neh.

“E quindi, cosa offrite, in pratica, a chi collabora con voi?” faccio io, con il tono più angelico che mi riesce di trovare.

Lui, come ripigliatosi, sorride di nuovo con tutto l’apparato dentario: “Ah, be’, noi siamo in grado di garantirti la visibilità!” E quasi la sillaba la “visibilità”, come se fosse una sorta di prerogativa personale che soltanto lui è in grado di garantire, inserendo a fantasia tag su Belen nei post, o imponendo le mani sul mio htlm, chissà.

Sorrido io, stavolta, sfoggiando tutti i miei dentini: “Ma quella quella ce l’ho già di mio, altrimenti non sareste voi a chiedere a me di scrivere per il vostro sito. O sbaglio?”

Il Giovane di Successo resta interdetto e non sa cosa rispondere. La sua media strategy è sofisticata assai, ma non ha tenuto conto che qualcuno dei suoi polli potrebbe conoscere, oltre alla storia di Zuckerberg, anche quella di La Palisse.

 

11 Comments

  1. Ebbi un’esperienza molto simile circa venticinque anni fa, con il responsabile della Fininvest (ma forse non si chiamava ancora così) di Treviso. In ragione del mio lavoro di allora, disponevo d’un pacchetto clienti che quei signori reputavano appetibile. Dopo circa un’ora di puttanate (discorsi tipo passeggiate su spiagge cubane grazie agli “immensi” guadagni che avrei potuto realizzare), quando venimmo al dunque della trattativa (money) chiesi loro di che portafoglio mi avrebbero dotato se avessi abbandonato il mio lavoro (sicuro e ben retribuito) per entrare nella “grande famiglia” di mr. Berlusconi (precario e a percentuale).”Eh, no!” sentenziò Yuppie il Magnifico (eravamo in pieni anni ’80)”Dev’essere lei a portarci il suo portafoglio clienti!” Dacché io “Bene. Allora, quanto siete disposti a pagarmelo il mio pacchetto clienti?”. E lui, di rimbalzo: “Nulla. Fa parte ovviamente del suo rischio imprenditoriale!” Ed io “Ah! Buon soggiorno a Cuba, allora. Arrivederci a mai più!” Ogni qual volta vedo la faccia di bronzo di Ennio Doris in tv (era lui mr. Yuppie), mi rammento di quella scena e penso che non sarò mai cliente della sua banca, per quanto sia “tutta intorno a me”, come i lupi che circondano la preda.

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  2. @gigi: Come al solito, ogni riferimento a fatti realmente accaduti.. eccetera eccetera. 😀
    @lector:Però che la Finivest cerchi di allettare i suoi con soggiorni a Cuba da Fidel, fa pensare, eh. 😀

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  3. È la prima volta che passo di qui e devo dire che è proprio un bel blog! Complimenti! (Occhio ai typo però, è Zuckerberg, non Zuckemberg…)

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  4. Fantastico. Colto nel segno. A me successe la stessa cosa – non su http://ideageek.it, ma con un mio blog precedente – e continua a ripetersi con affiliazioni o richieste di contributi su blog diversi, con presunte-possibili affiliazioni derivanti da revenue sharing o mirabolanti proventi che non vedrò mai. A volte non c’è problema a contribuire, ma la chiarezza innanzi tutto.

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