La solitudine delle carte di credito

Il conto. È là, sopra il tavolo. Patrizia lo sta guardando fisso da una mezz’ora, forse nell’inconscia speranza che svanisca così, d’improvviso, come una cosa irreale. Dev’essere per forza una cosa irreale, quel foglietto di carta bianco, sopra al tavolo ancor più bianco, in mezzo ad un salotto bianchissimo, accecante, perché l’architetto le ha detto che stava bene così, il salotto, ton sur ton, con giusto qualche spot di colore qua e là per dare profondità allo spazio. E lei, dell’architetto, si fida.

Però il conto resta là, fermo. Non sparisce.

Non ci poteva credere, quando la proprietaria dello Chiffon glielo ha porto con una occhiata di sofferta degnazione, dopo che la commessa per tre volte aveva cercato di fare la transizione con la carta di credito, e l’infernale macchinetta l’aveva risputata via, dicendo “fondi insufficienti”.

«Ci deve essere qualche problema con la connessione alla banca!» ha biascicato Patrizia, tirando fuori il tono da principessa offesa, o meglio, da signora Crespano – per quanto quasi ex – offesa, che non è un tono da principessa, ma da regina, o meglio, da divinità.

«Certo, certo… cara Patrizia, ma di sicuro è così…e che altro può essere? Vai a casa e chiama la tua banca, il nostro conticino lo puoi saldare con comodo, via, per una nostra cliente…»

Sembravano così educate, le parole della Carla Maria Biasio, la proprietaria dello Chiffon, e dette con un sorriso pieno di leggerezza, ampiamente smentito, ahimè, dal freddo assoluto che le si leggeva negli occhi. Perché lo sa bene, Patrizia: nonostante tutti i salamelecchi che le fan là dentro, la Carla Maria e le commesse “loro” cliente per davvero lei non l’hanno mai considerata. Loro clienti sono i Crespano, madre e figlio e i parenti di sangue, mentre lei é cliente, sì, ma per via di matrimonio. La sua crespanità è acquisita, come il suo diritto di essere cliente, e solo il burrascoso e veloce naufragio del matrimonio per colpa di Alfonso, che l’ha piantata dall’oggi al domani benché incita dell’erede, le ha evitato di perdere, seduta stante, crespanità e diritto a comprarsi lì il guardaroba assieme allo status di moglie ufficiale.

Per questo quelle parole le sono sembrate mattoni, anzi, lastre di marmo.

Prende il telefono, e digita un numero, furiosamente. Attende uno, due, tre squilli, e poi, quando all’altro capo risponde qualcuno, manco aspetta un “pronto” per iniziare ad urlare.

«Ma dove cazzo sei, porca puttana? E’ tutta la mattina che ti cerco! E quel coglione del tuo ragioniere, Casillo, che non si fa trovare! Che cazzo è questa storia del conto corrente? Non ci sono fondi, non ci sono! Sono in rosso! In banca dicono che sono due mesi che non versi gli alimenti! Ma tu ti rendi conto delle figure di merda che mi fai fare, stronzo? Ma dove cazzo hai la testa? Eh? Si può sapere, eh?»

Dall’altro capo una voce risponde, più che altro borbotta e farfuglia, per un paio di minuti, una cosa che vorrebbe essere una spiegazione. Il volto di Patrizia, man mano che si susseguono le parole, si dipinge di tutte le sfumature della rabbia.

“Cosa? Che cazzo vuol dire: “è un brutto momento?”. Ma con chi credi di parlare, con una cretina? Non me ne frega un cazzo dei vostri problemi di liquidità, stronzo! Io voglio i miei soldi! Il mio assegno! Sei tu che te ne sei andato per metterti con quel troione! Io e tuo figlio abbiamo diritto al nostro livello di vita! Non fare il furbo, sai, perché sennò col cazzo che ti faccio vedere tuo figlio! E non ti azzardare a riattaccare, eh, non ti azzardare….»

Ci mette qualche secondo per realizzare che Alfonso ha già riattaccato, e il telefonino segnala, impietoso, che l’utente è diventato un irragiungibile della peggior specie, cioè di quelli che apposta non vogliono essere raggiunti.

In un impeto d’ira scaglia il telefono contro la parete, e il cellulare ci si spatascia addosso, lasciandoci in memoria un bel bozzo scuro, che, assieme agli spot di colore dell’architetto, sicuramente donerà al tutto nuove profondità.

Cazzo. Allora le voci sono vere. Le aziende in crisi. I Crespano nei guai. Le ha sentite da mesi, quelle voci, ma non ci voleva credere. Non ci ha potuto credere. Cioè, dài, loro sono i Crespano. Non possono avere problemi di liquidità: è come se il principe azzurro non avesse più soldi per il palazzo reale.

Guarda il conto, sopra il tavolo bianco. È ancora là. Non ha neanche il coraggio di guardare la cifra. Da quando si è sposata, non ha più dovuto preoccuparsi delle cifre sui conti: quali che fossero, non c’era problema a saldarle. Ha paura di non saperli nemmeno più leggere, i numeri. Invece li legge. Li riconosce ad uno ad uno.

Cazzo, è enorme. Non sa nemmeno come possa esser venuta fuori. Non si era mai resa conto di quanto costassero i suoi vestiti, non si ricorda più l’ultima volta che ha chiesto un prezzo o guardato un cartellino. Era questa l’enorme sicurezza che aveva ottenuto dal matrimonio con un Crespano, e persino dal divorzio: la garanzia che di cose simili non si sarebbe più dovuta occupare, o preoccupare. I conti, i soldi, i risparmi, i golfini guardati di sottecchi nelle vestrine, sospirati soltanto, perché così costosi da non poterseli neanche permettere in saldo. Se la ricordava quella Cayenna di desideri inesaudibili, da cui Alfonso l’aveva salvata, e da cui aveva assicurato di averla affrancata per sempre.

E adesso eccola, di nuovo là, in quel conto da saldare, nei soldi che bisognerà trovare da qualche parte, perché certo non si possono restituire i vestiti, sarebbe la morte sociale, la vergogna. E se la deve sbrigare per conto suo, perché Alfonso non c’è, non le risponde.

Senza che se ne accorga, le spuntano dagli occhi lacrime che non sa trattenere. Piange. Nemmeno quando Alfonso se n’è andato di casa si è sentita più tradita e abbandonata di così.

Al solito, è un racconto di fantasia che non si riferisce a matrimoni, divorzi, patrimoni di famiglia o carte di credito reali. Al massimo, principeschi.

 

3 Comments

  1. benché incita dell’erede: direi “incinta”.
    Per il resto: meraviglioso racconto, come sempre (il romanzo si avvicina?).

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