La valigia del Faccendiere

Teo è nervoso. Nonostante la cena alla cascina di Ferrante si sia conclusa con successo, gli è rimasto addosso un malessere misto di fastidio, senso di colpa, insoddisfazione che non sa spiegare neanche lui, e quindi sfoga guidando a strappi, come se volesse punire la strada.

Tace, e taccio anche io, perché lo conosco, e so che se non parla, lui che parla sempre, vuol dire che proprio le parole non gli escono, ed è inutile cercare di tirargliele fuori: le parole sono come i frutti, vanno dette quando sono mature, prima no, o sono solo schifezze amare ed acerbe.

Fuori dai finestrini c’è una notte immobile, sospesa sopra i poggi e le cascine come la carta blu è sospesa sulle casette del Presepio. Lumini distanti, ad ogni svolta di strada, indicano qualche borghetto lontano, o un pittoresco accrocchio di cascine, di certo trasformate già in agriturismi o resort di lusso per stranieri ricchi, colti ed annoiati.

Non c’è un’anima. Le rare auto sfreccianti sono piene di ventenni che vanno verso le discoteche, al mare. Ci superano veloci, tagliando le curve della strada. Dietro ai finestrini si intravvedono facce quasi adolescenti, imbronciate per l’ansia di andare via di lì in fretta, perché la calma e la pace della campagna colta e intellettuale sembrano una maledizione insopportabile a chi è giovane e sogna il casino, le cubiste, i mojito.

«Cazzo!»

Dietro la svolta dell’ultimo poggio, la berlina è là, quasi in centro carreggiata: Teo fa appena in tempo a frenare e bestemmiare, carambolare sull’asfalto ed evitare un muretto per caso.

«Stai bene? Tutto a posto?» mi chiede, non appena riprende fiato e si rende conto di essere tutto intero anche lui.

Annuisco: «Mi pare di sì. Ma chi è quel coglione che ha lasciato la macchina là in mezzo senza mettere il triangolo per segnalare?»

«Non so, forse sono feriti… andiamo a vedere.»

Nel buio, si intravedono due ombre vicino alla macchina, una quasi azzeccata all’abitacolo, come se non potesse staccarsene, e l’altra appena fuori: tutte e due in piedi, che si muovono gesticolando con le braccia, in modo indipendente, come se ognuna delle due stesse tenendo in piedi una conversazione con una controparte immaginaria, il limbo metafisico dove lievitano coloro che parlano con noi al telefonino.

«State male? Serve aiuto? Ci sono feriti?» domanda Teo avvicinandosi al primo individuo, un armadio a sei ante con il fisico da parà dei corpi speciali, nascosto a stento sotto un completo blu-bodygard-di-mafioso.

I due ammutoliscono e si bloccano per un secondo solo, come se non sapessero che fare: nonostante l’ombra fitta, è facile indovinare l’espressione di sospetto che si dipinge sui loro volti, perché l’idea che qualcuno si avvicini soltanto per informarsi su come stanno e se han bisogno di una mano deve essere qualcosa che nel loro mondo non esiste, non va presa in considerazione.

Poi l’uomo accanto alla vettura, che è il capo, accenna un “pensaci tu” con la testa, l’energumeno molla la conversazione che sta tenendo attraverso l’auricolare e fa segno con la mano a Teo di fermarsi là: «Niente, niente. Stiamo già provvedendo, non c’è niente da vedere, si allontani.» Dice con aria sprezzante, come se dovesse tenere a bada un bambino fastidioso.

«Si allontani? – sbotta Teo, che non ha il fisico da palestrato, ma è pur sempre un marcantonio di ragazzone, e, per quanto solitamente buono come il pane, molto pericoloso quando non è la serata giusta e gli salta la mosca al naso – Ma va’ a cagare, testa di cazzo! Come vuoi che mi allontani se hai bloccato con la tua macchina la carreggiata che per poco non mi ci schiantavo? Se non ci sono feriti, toglila dai coglioni, per prima cosa, e dopo telefona!»

Persino io, nonostante il buio, intuisco le vene del collo dell’energumeno che si gonfiano di rabbia, come chi sta per sferrare un pugno, che farebbe precipitare del tutto la situazione; lo capisce però anche l’altro individuo, quello nel cono d’ombra.

«Mimmo, ha ragione. – sbuffa, con il tono di chi è tanto stanco di doversi occupare di tutte le minuzie perché gli altri sono irrimediabilmente cretini – Sposta la macchina. Ci manca solo che venga fuori un incidente serio che finisce sui giornali.»

Si scosta un poco dalla vettura, quel tanto che basta a farsi colpire di striscio dalla luce dell’unico lampione, e ripone il cellulare con cui stava chiamando. Lo riconosco: é Malinardi, il factotum che il Maestro ha incontrato a cena.

«Lei è Teofilo *****. E la signorina è la sua fidanzata, credo. » dice, senza presentarsi o far l’atto di voler stringere una mano. Una pura costatazione.

«Sì, be’…» Teo si imparpaglia, non solo perché dover definire il nostro rapporto lo imbarazza sempre un po’, e sentirlo definire dagli altri pure peggio, ma proprio perché la situazione gli pare troppo strana: non sa cosa fare, combattuto com’è tra l’istinto di prendere entrambi i figuri a calci in culo e la necessità di non farlo, dato che dall’appoggio di Malinardi sa bene che dipendono alcuni suoi progetti futuri. Decide quindi di risolvere svicolando: «Che vi è successo?»

«Un guasto improvviso al motore. Abbiamo già chiamato perché ci ricuperino.» Risponde il Factotum, e il sottinteso è: “E di certo non ho telefonato all’ACI.”

Cala il silenzio. Mimmo sbuffa come un mantice, spingendo la macchina un po’ più verso il margine della carreggiata; poi, guardingo, apre in fretta il bagagliaio per tirarne fuori il triangolo di segnalazione e lo richiude subito, avendo l’accortezza che io non possa spiare l’interno. Dal finestrino aperto dell’abitacolo, però, si intravedono alcune cartelle di documenti, fogli sparsi, un altro cellulare, un iPad abbandonato sul sedile. Una specie di ufficio mobile, o un guscio in cui rinchiudersi al posto di un ufficio. Un bozzolo, più che un’auto. Malinardi stesso sembra non riuscire a staccarsi dalla vettura: inconsciamente ci si avvicina e appoggia sopra al tetto una mano, mentre bofonchia qualcosa al cellulare, con cui ha ripreso a chiamare chissà chi a voce bassissima. Si intuiscono sprazzi di conversazione: «Sì… in culo al mondo… bloccato…hanno detto che appena possono mandano qualcuno a prendermi…no, non, non lascio nulla qui…sì, eventualmente cerco un albergo nelle vicinanze e aspetto… no, non ti preoccupare, tutto sotto controllo…»

Teo ed io ci guardiamo, incerti su cosa fare o dire, perché a nessuno dei due è mai capitato di trovarsi in una scena che pare uscita dalla versione peracottara di un film di Bourne. Poi Teo, più spinto dall’umana pietà che dal calcolo, sbuffa, guarda il Factotum dritto negli occhi e dice:

«Senta, sono le due di notte, non troverà nessun albergo aperto qua vicino e i suoi, se vengono da Roma, non arriveranno comunque prima di qualche ora. La casa del Maestro è a dieci minuti di strada: venga, si ferma a dormire da noi e si fa recuperare dai suoi domani mattina.»

Il Factotum è decisamente spiazzato, come se la normale, banale, umana gentilezza fosse qualcosa di estraneo e misterioso, a cui non è preparato. Guarda di nuovo la macchina, con una sorta di cupo rimpianto a doverla lasciare là, poi annuisce, fa cenno a Mimmo si fermarsi ad aspettare la squadra di recupero convocata, che immagino fra qualche ora comparirà dal nulla abbigliata come i Men in Black; recupera in fretta e furia dal sedile le cartelline, i fogli, l’iPad e infine, dopo essersi guardato attorno con fare circospetto, tira fuori dal portabagagli la valigia.

Io guardo Teo preoccupata, perché di viaggiare in macchina con quello lì, anche per un breve tratto, non è che mi entusiasmi, soprattutto con quella valigia, che tiene appiccicata al petto come la mamma si tiene addosso il neonato. Visto il tipo, Dio solo sa cosa può contenere: dossier compromettenti, plutonio di contrabbando, la bomba per un attentato, o i documenti per far saltare governi, vai a sape’. Non mi va, fra trent’anni, di essere convocata da un magistrato per strage o tentato colpo di Stato, solo perché Teo vuole dirigere il festival di Vattelappesca e si ritiene in dovere di ospitare questi tizi qui. Ma l’alternativa è rimanere a piedi, da sola, nella notte, accanto a “Mimmo”, che si è ingrugnito accanto alla macchina ed ora fissa con occhi vuoti l’Orizzonte, in attesa della squadra di recupero dei Man in Black.

Così monto in macchina, scocciatissima, ma nessuno dei due mi fa caso. Non Teo, che guida, e da come taglia le curve e sgomma capisco che è incazzato più di prima, e tantomeno il Factotum. Il quale, dando per scontato che noi non siamo nulla più che i momentanei autisti in sostituzione del suo, ha subito trasformato il sedile dietro della macchina nella succursale del suo ufficio, seminandoci le cartelline, i fogli e l’iPad, e quindi ha ripreso a fare e ricevere telefonate, con la sola accortezza di sussurrare un po’ di più che se a scarrozzarlo fosse Mimmo.

Il cellulare squilla. «Dimmi! – risponde in tono scocciato, dopo aver letto il nome sul display – Sì, sono fuori…cazzi miei dove….no, domani mattina no… cazzi miei perché, domani mattina non posso… dillo alla mia segretaria, per far quella telefonata basta lei.» e chiude la comunicazione.

Pochi secondi, un altro squillo.

«Ciao… sì, no, domani mattina no…eh guarda ho avuto un incidente…no, alla peggio ci vediamo nel pomeriggio…ma certo che lo sa, l’ho avvertito subito…no, stai tranquillo, ho tutto con me…sì, sì, il pacco è al sicuro… sì, sì, comunque stai tranquillo per quella cosa.. gliene ho parlato…sì, lo sai che ti apprezza…ha molto apprezzato il tuo interessamento per farmi avere questa cosa….poi vedremo di sistemare anche quella persona che interessa a te…»

Un altro trillo. Poco ci manca che nel rispondere il Factotum balzi sull’attenti. È chiaro che dall’altro capo della linea c’è il suo referente politico, ma da come gli si rivolge parrebbe che ci fosse direttamente Dio.

«Sì, certo, sono qui. Ho tutto con me, non si preoccupi. No, no, non la lascio un momento.- chiarisce, e dallo specchietto retrovisore noto che sta accarezzando la valigia, che non ha voluto mettere nel portabagagli – Sì, mi ospitano…sono persone sicure…»

Cerco di non ascoltare, ma è impossibile. E ad ogni accenno ad intrallazzi e soprattutto al contenuto della misteriosa valigia mi vengono i sudori freddi. Ma in che cazzo di pasticcio ci siamo ficcati? Ci manca solo che chiamino Cetto la Qualunque e il massone di Guzzanti, ormai.

Per fortuna, dopo appena un altro paio di telefonate, arriviamo al casale del Maestro. L’entrata è illuminata, il Maestro stesso è alla porta per accogliere l’ospite inatteso, e pochi passi dietro c’è la moglie, assonnatissima ma rassegnata, perché da lungo tempo sa che la vita del Maestro è così: gente che va, gente che viene, e sempre alle ore più improbabili.

«Caro Dottore, che piacere poterle essere d’aiuto!» dice il Maestro, allungando una mano che il Factotum stringe di fretta e male, per l’ansia di non mollare la maniglia della valigia.

«La ringrazio – bofonchia – è di una cortesia squisita. Mi scusi, ma sa, la stanchezza, l’incidente… preferirei andare subito in camera mia e appoggiare i miei bagagli…»

«Certo, certo, faccio strada.. se vuole dare la valigia a Teo…»

«No!» grida quasi il Factotum, e per sottrarsi anche solo alla possibilità che qualcuno tocchi il suo prezioso bagaglio fa un balzo indietro di scatto. Che per la maniglia della valigia, anche lei provata per lo stess, l’incidente e la nottata, deve essere davvero troppo. Infatti si rompe, assieme alla serratura, e la valigia si squaderna di colpo, come un arcano dell’universo davanti a Dante: sul prato all’inglese ruzzola infatti una scatola, che si cappotta e si apre a sua volta, lasciando intuire all’interno un paio di scarpe da uomo.

Per un attimo il tempo si pietrifica. Io sono con gli occhi sgranati: non so se fissare Teo, che ha la faccia di chi si è visto scoppiare un punto interrogativo sul muso, o il Factotum, bianco come uno cui hanno appena comunicato di essere stato condannato a morte.

«Ma sono dei… mocassini!» riesco alla fine a singultare.

Il Maestro, che non a caso è navigato uomo di mondo da anni, e quindi non si lascia certo sconvolgere facilmente, scuote la testa: «No, mia cara, sono dei mocassini di Rino Ferraruzzi, il celebre calzolaio fiorentino. Li fa a mano, su misura, con pellami esclusivi, per pochi selezionati clienti! Ha una lista di attesa di qualche anno per i clienti abituali e non ne accetta da anni di nuovi… pensa, persino io devo attendere ogni volta più di due mesi…» dice, come se la cosa certificasse in modo definitivo quanto le scarpe di Ferraruzzi siano destinate solo alla crème de la crème.

Il Factotum, intanto, si è lanciato a corpo morto sul prato, per raccogliere la scatola di scarpe. La guata amorevole, controlla che non abbia subito alcun danno, non sia rimasta traccia, nemmeno sull’involucro, e figurarsi sui preziosi mocassini, della notte travagliata.

«Sa…- bofonchia poi, rivolto al Maestro (dacché noi siamo solo famigli, e quindi non siamo degni di nessuna spiegazione) – l’Onorevole voleva provarle… da quando si è rotto un dito due anni fa in palestra i piedi sono così delicati…mi ha mandato personalmente a ritirarle appena sono state pronte. Ne ha sentito dire meraviglie!»

«Già, già, confermo.» annuisce comprensivo il Maestro. E poi, rivolto a me, sottovoce: «E poi dicono che sia un mago, Rino, nell’inserire dentro delle zeppe invisibili per sembrare più alti…»

Il Factotum non sente il commento, si sta già dirigendo verso casa con la scatola sotto il braccio, come un paggio che stia portando i gioielli della corona.

E io lo guardo entrare, pensando che avevo fatto un errore imperdonabile a giudicarlo un banale portaborse. È un portascarpe.

6 Comments

  1. le parole sono come i frutti, vanno dette quando sono mature, prima no, o sono solo schifezze amare ed acerbe.

    bello questo passaggio

    la storia è abbastanza intrisa di verità: siamo una società stratificata per caste, e si percepisce chiaramente quando, per puro caso, entri in contatto con certe figure di collegamento che hanno il compito di evitare a quelli alti il contatto con i comuni mortali, figure che hanno poi, al loro interno, un’altra gerarchia intermedia

    kafka e medioevo, questa è l’atmosfera

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  2. ciao Galatea e grazie per lo spirito aggraziato e feroce con cui racconti la classe dirigente, pacchiani sregolati e cafoni

    buona estate senza scuola

    mi raccomando se passi da Bologna fatti viva

    Nicoletta

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  3. Non ho capito se trattasi di finzione, di storia con nomi cambiati oppure con i nomi originari: negli ultimi due casi, con tutto il dovuto rispetto per Teo e le sue esigenze d’appoggio da parte di codesto Malinardi, io al beota che gli ha detto di allontarsi avrei replicato “Guarda, o abbassi la cresta subito o sto già chiamando i Carabinieri, e poi vediamo chi è che deve allontanarsi, qui”. Se c’è una categoria che disprezzo nella maniera più profonda è quella non delle guardie del corpo, ma delle guardie del corpo prepotenti: servi sciocchi di padroni imbecilli.

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  4. @Nicoletta: grazie, buona estate anche a te.
    @Carlo: Come al solito, sono racconti. Tutti i personaggi e i fatti citati etc.etc. come sempre.
    @diego: Kafka non so, a me pare che in Italia, al massimo, riusciamo ad arrivare a Fantozzi.

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  5. A Galatea:

    Però, complimenti per il realismo e il quadro vivido delle situazioni! Se non hai ancora scritto e pubblicato un romanzo o una raccolta di racconti, DEVI farlo 🙂

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