Il quartiere

Il quartiere è un suk, ma cambia poco. Anche quando ero piccola era un suk, però allora gli immigrati erano Calabresi e Siciliani, e i vicini di casa si lamentavano, perché cucinavano cose puzzolenti, facevano casino e non si capiva una cippa di quello che dicevano. Ora nei negozietti di abbigliamento cinesi ci sono cartelli con su scritto: “Beo da comprar”, in veneto, e l’unico che scrive sulla porta “vendesi appartamenti famigliari” è l’agente immobiliare, italiano.
È brutto, il quartiere, come sono brutti e sporchi i posti dei poveri, ma ha quella bruttezza viva e allegra che i posti dei poveri hanno: donne velate di colori vivaci, africane col turbante, slave in shorts che tornano dal lavoro. A parte i suoni delle lingue, è tutto uguale ad un tempo, brutto e sporco e allegro. C’è persino la vecchia pizzeria Bella Napoli, con le tovaglie a quadri, e il forno a legna. E la cassiera coreana che si smalta le unghie alla cassa. Che una volta non era coreana, la cassiera, va be’. Ma lo smalto era quello, giuro.

2 Comments

  1. oddio, l’allegria dei poveri che hanno poco oltre al ritrovarsi ci sarà, non dubito, l’ho notata anche io, ma ritrovarsi tra chi? tra le slave in shorts e le arabe velate, come tra islamici maghrebini e islamici slavi, tra slavi islamici e slavi no, e sudamericani contro tutti: tra i vari gruppi etnici e no, per motivi che noi visitatori manco riusciamo a capire, passa meno allegria che tra un leghista del peggio tipo e un immigrato clandestino…

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