Caro alunno, ti stiamo fregando 2: a cosa serve il latino

 

Wikipedia commons Epigrafe latina di Targaste
Wikipedia commons Epigrafe latina di Targaste

Caro alunno,

diciamolo subito così poi non ci pensiamo più: il latino oggi non serve ad una cippa. Per quanto tu giri il mondo, non troverai più nessuno con cui potrai usare questa maledetta lingua per chiedere informazioni (a meno che tu non debba scambiare quattro chiacchiere con un vecchio prete intronato in qualche convento sperduto, ma probabilmente anche lui ormai parla inglese). Le opere latine sono tutte tradotte (da gente che poi, per tradurle bene è comunque andata all’università e ha fatto corsi specifici, perché col caspita che dopo cinque anni di liceo sei in grado di leggere all’impronta un classico). Quindi, se proprio un giorno ti pigliasse l’irresistibile voglia di sentire cosa abbiano detto Seneca e Cicerone li potrai consultare nella tua lingua, senza romperti le balle ad imparare la loro. Potrai passare tutta la tua esistenza senza aver mai bisogno di capire una sola parola di questa maledetta lingua, e non sentirne assolutamente la mancanza. Quindi hai ragione, perché dovresti perdere tempo a studiarla, e soprattutto perché ancora si ostinano a inserirla nei curricola di studio?

Chiariamo una cosa: il latino non è rimasto nelle scuole per motivi strettamente culturali. Sì, anche, per carità. Ma ci è rimasto per secoli soprattutto per motivi di prestigio sociale. Per molte generazioni il latino è stato l’equivalente di una auto di lusso, di una villa con piscina, o almeno di un capo di alta moda fatto su misura da sfoggiare alle feste che contano. Serviva a creare una consorteria, era una specie di linguaggio in codice. Ancora adesso nelle università americane gli studenti migliori, quelli destinati a diventare qualcuno per tradizione familiare o ricchezza, imparano almeno un motto in latino e se lo fanno incidere sull’anello, mentre da noi i vecchi tromboni alle cene di classe dopo millemila anni dal diploma ancora citano versi e frasi, strizzando l’occhiolino agli ex compagni. Il latino non si è imparato a scuola perché servisse, o perché era bello: si è imparato a scuola perché dai tempi dell’impero romano è  la lingua della classe dirigente.

In Occidente, dall’antichità in poi, chi comandava parlava latino, o almeno lo usava. Lo parlavano gli imperatori romani, e lì era cosa ovvia, come oggi lo è per Trump parlare inglese. Ma lo hanno continuato ad usare i barbari che avevano abbattuto l’impero: Odoacre, Teodorico che parlava pure greco, i Longobardi, e persino il buon Carlo Magno. Era un latino bastardo e semplificato, il cosiddetto sermo rusticus, ma era sempre lui. Lo hanno parlato gli imperatori del Sacro Romano Impero, tedeschi o austriaci che fossero, e soprattutto lo ha continuato a parlare – lo parla ancora, in realtà – la Chiesa. Ma lo hanno imparato, usato e parlato anche tutti coloro che volevano avere uno straccio di incarico di governo, una prebenda a corte, una cattedra in università, una magistratura. Lo studiavano gli avvocati, i giudici, i notai, i chierici, i monaci, persino il più infimo don Abbondio di campagna, gli intellettuali, i segretari, i precettori. I mercanti appena facevano due soldi mettevano i figli a studiare latino, per dimostrare che non avevano più le pezze al sedere ma erano arrivati a contare qualcosa. Il salto e la certificazione che non eri solo un tizio con i soldi ma uno che contava davvero per secoli si è basato sul fatto che sapessi parlare o almeno capire il latino. In pratica per millenni il latino è stato il discrimine fra chi era un potente vero e chi un mero tecnico, un vilis mechanicus, cioè un villano rifatto.

Il motivo per cui tu, caro alunno, te lo ritrovi nei programmi dei licei ancora oggi è questo. Che è anche il motivo per cui è tanto odiato. Nel sentimento della massa il latinorum era la litania vuota che i ricchi e i potenti usavano per infinocchiare il popolo. Il latino non era una lingua, era una formula magica, un abracadabra del potere.

Da questo punto di vista sociale, chi vuole farlo fuori ha anche le sue ragioni. Oggi non serve più nemmeno come status symbol. Le generazioni dei nuovi ricchi che hanno fatto i soldi, almeno qui da noi in Italia, non hanno studiato latino o, se lo hanno studiato, se lo sono dimenticato in fretta. Non ne capiscono neppure più la portata “distintiva”. I soldi sono il nuovo latino, e basta avere quelli per essere classe dirigente. Quindi vogliono che i figli imparino quello che serve per fare i soldi, e tutto il resto via. E quindi eccoli a rivedere programmi scolastici con in mano la mannaia: abbasso il latino, il greco manco ne parliamo, ma anche tutte le materie umanistiche che parlano del passato. Ciò che serve è l’inglese, la matematica, l’economia, e se proprio si deve leggere qualcosa che sia qualcosa legato all’attualità, e non a roba inutile e antica.

Caro alunno, io lo vedo che annuisci contento, perché la scelta ti pare sensata. Ma ragioniamoci un attimo. Fatti una domanda, una domanda sola: perché la classe dirigente per secoli ha voluto che i suoi figli imparassero il latino? Solo per moda e per tirarsela un po’? No. Le mode non durano millenni, come il latino. Se lo ha fatto è perché ha intuito, magari in modo confuso e istintivo, che serviva.  Che quella maledetta lingua morta, mortissima, defunta quanto una mummia, aveva però qualcosa di incredibilmente vivo e vitale. Impararla non è una autopsia ma un allenamento.

È una lingua bastarda e difficile. Per capire le frasi l’orecchio non basta, bisogna armarsi di logica. Smontarle, rimontarle, provare e riprovare. Perché filino, tutto deve essere perfetto. Il latino ti costringe a ragionare sulle funzioni di ogni singolo pezzo della frase, sulla posizione e sul valore di ogni parola. Ti insegna a considerare tutte le possibili variabili, scartare quelle illogiche e scegliere la sola corretta. Ti costringe a valutare in una traduzione le sfumature di ogni singolo vocabolo, e anche qui imparare a valutarle, per inserire la sola che fa al caso tuo.

Vabbe’, lo si può fare con tutte le altre lingue, dirai tu. Sì, ma fino ad un certo punto. Non tutte le lingue hanno questa adamantina coerenza. Con le altre, spesso, si può barare. E soprattutto il latino ha la straordinaria caratteristica di essere la madre di tutte le altre, il punto di riferimento primo. Tu impari l’inglese? Ok, ma le sue strutture grammaticali, la sintassi della frase, la costruzione retorica alla base persino dell’inglese è il latino. E se conosci il latino, riconosci radici di parole, capisci il gioco di desinenze, prefissi, suffissi. E lo stesso del tedesco, del francese, persino del russo. Non si scappa, dietro c’è sempre lui. Le lingue e le letterature occidentali, la legge, le arti, persino la scienza occidentale, tutte queste cose sono state pensate e costruite da gente che ragionava con categorie latine (e greche, prima, ma mediate dal latino). Scavi ed è lui il fondamento della nostra civiltà.

Per carità, non è detto che tu non lo possa capire anche senza il latino, questo mondo in cui ci muoviamo. Ma di sicuro con il latino ti viene più facile, più intuitivo. È come avere in testa un manuale di istruzioni, o girare per una città avendo sotto mano una mappa. Per altro, le mappe delle città, anche in America e Australia, spesso derivano dal modello degli antichi castra romani, eh.

Quindi, ecco, caro alunno, mi rimetto a te. Certo, il latino è spesso l’ultimo rifugio di patetici tromboni che non sanno altro e lo usano come don Abbondio per intimorire dei poveri Renzi. E nei programmi scolastici ci sta forse più per questo che per altro. E convengo con te che non è spendibile almeno in apparenza sul mondo del lavoro.

Ma quanto ti dicono che non serve, che è meglio se non lo fai, che è tempo sprecato, ragionaci un poco.  Ricordati che chi te lo dice è gente che forse non ne ha bisogno perché è già classe dirigente e lo sa; oppure non lo sa, m ha i soldi, e una paura fottuta che glieli porti via tu, diventando più intelligente grazie a cose che loro non hanno imparato.

A te la scelta.

Con affetto.

Galatea

 

17 Comments

  1. Venti minuti di applausi a scena aperta.

    Aggiungo, non per pedanteria, ma per calcolo, che, se si vuole studiare in una facoltà medico-scientifica nei paesi anglosassoni o in quelli scandinavi, il latino è richiesto e con un voto finale anche abbastanza alto.
    Fa figo studiare medicina a Oxford, ma se al liceo non hai fatto latino e in pagella il prof non ha messo almeno 8, non ti considerano nemmeno.

    Grazie Galatea.

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  2. tutte le volte che sento questo discorso mi ricordo che non so usare la pietra focaia (non l’ho nemmeno mai vista, ad essere onesto fino in fondo) e mi sento un fumatore sradicato e mozzo.

    ma mica mi lamento, eh: repetita iuvant.

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  3. Mi sono commosso leggendo e soprattutto.pensando che a noi ” vecchietti ” lo hanno fatto studiare sin dalla prima media inferiore ovvero dagli 11 anni.
    Ma se ho pouto sentirmi dire ad un esame : ” ecco finalmente uno che parla l’italiano ” , credo di doverlo proprio al latino.

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  4. Ma creapate voi e la vostra malsana idea della non utilità del latino. Proprio non avete capito niente. E ve lo dice uno che aveva 6 in latino al liceo.

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  5. Mi duole non essere d’accordo. Cioè sulle premesse di certo, sono le conclusioni che mi paiono errate.
    Che insegni la logica, va bene, che eserciti l’attenzione per il particolare, ok.
    Probabilmente anche i riti di iniziazione tribali hanno un ruolo importante, eppure non ce li siamo portati dietro nel sistema scolastico.
    Insomma, io non ho niente contro il latino in sè. però quest’idea che sia il modo più semplice per arrivare a tali obiettivi (o cmq il modo più antico ed allora ha sempre funzionato ed allora teniamocelo) secondo me è fuorviante.
    e questo lo dico per il latino (ed il greco, eventualmente) nello specifico, non per le restanti materie umanistiche.
    Se invece del latino si facessero più ore in storia e filosofia non credo che il cittadino ne perderebbe.

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  6. Leggo due cose non del tutto vere: 1) che se si vuole studiare in una facoltà medico-scientifica nei paesi anglosassoni o in quelli scandinavi latino è richiesto e con un voto finale anche abbastanza alto. Ciò si verificava molti anni fa, e tra questi paesi c’era anche la Germania. Oggi non più. Anzi, in Germania lo studio del latino è calato molto da quando NON è più un requisito indispensabile per accedere a facoltà come medicina o giurisprudenza. Si legge infatti su wikipedia tedesca:
    Studienvoraussetzung Latinum
    Das Latinum ist heute für ein Studium der Human- und Veterinärmedizin oder der Rechtswissenschaften nicht mehr erforderlich (Oggi il Latinum – esame ufficiale di accertamento della conoscenza del latino – non è più necessario per gli studi universitari di medicina umana e veterinaria o di diritto).
    È chiaro che a questo punto gli studenti tedeschi che non vogliano iscriversi a lettere, filosofia o teologi appena possono abbandonano il latino nei loro studi liceali (tipicamente lo cominciano in seconda media e lo lasciano dopo il secondo anno di liceo).
    2) Ecco perché i tedeschi non si lamentano per dover studiare latino al liceo: è quasi dappertutto opzionale, sicché c’è poco da lamentarsi per una materia che si è scelto liberamente di studiare.

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  7. @teodosio Orlando: ė scritto in uno dei commenti, e non nel post; 2) non ho capito se dalla seconda media al liceo è opzionale o lo diventa solo dopo; 3) ho l’impressione che se rendessimo opzionale anche la matematica, gran parte degli studenti italiani non la sceglierebbe.

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  8. Sicuramente se rendiamo opzionale anche l’italiano probabilmente gli studenti la eviterebbero.
    Però in genere si rendono opzionali le materie considerate non indispensabili alla formazione, ed è di questo che si tratta, di considerare il latino opzionale.
    Cordialità

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