Piero da Morrone: Celestino V, l’eremita che non volle più fare il Papa

Piero da Morrone ovvero Celestino V

Accadde oggi: 5 luglio 1294, viene eletto papa Piero da Morrone, ovvero Celestino V, colui che fece il gran rifiuto.

Piero da Morrone, l’ eremita che diventa Celestino V

Un povero eremita sul soglio di Pietro. Piero da Morrone, cioè Celestino V, pareva essere la risposta perfetta alla diffusa insofferenza verso la Chiesa troppo ricca del Medioevo. I cardinali si erano riuniti in conclave fin dal 1292, dopo la morte di Niccolò IV, ma per due anni non avevano cavato fuori un ragno dal buco, figuriamoci un papa. E infatti nel 1294 ancora non ne avevano eletto uno.

Benedetto Caetani, il grande nemico di Piero da Morrone

Il collegio formato da soli dodici cardinali era spaccato a metà, fra fautori dei Colonna e i loro avversari storici, gli Orsini. Benedetto Caetani, candidato più forte ma inviso ai Colonna, non aveva voti sufficienti per spuntarla, e quindi attendeva che gli eventi si smuovessero da sé.

La lettera di Piero

A questo punto irruppe sulla scena Piero da Morrone, ottuagenario contadino eremita rifugiatosi anni addietro sui monti abruzzesi. Scrisse una lettera ai cardinali, invitandoli a darsi una smossa.

Piero da Morrone non era uno sconosciuto. Nei dintorni dell’Aquila aveva un grande seguito popolare. Era considerato un saggio e un guaritore. I contadini lo inseguivano adoranti ogni volta che lui cambiava grotta per non essere assillato dalla folla. O per scappare alla vista delle donne, perché narrano le cronache che non sopportasse di avere intorno nemmeno le bambine.

Piero da Morrone aveva fama di santo ed aveva fondato un ordine religioso, detto dei Celestini. Era però stato abbastanza sveglio e smaliziato da riuscire a farselo riconoscere come legittimo da ben due Papi, Urbano IV e Gregorio X. Per convincere quest’ultimo, che voleva limitare la fondazione di nuovi ordini religiosi, era andato a piedi fino a Lione. Qui Piero aveva brigato tanto da riuscire a farsi ricevere dal pontefice persino a concilio concluso. Insomma, era un eremita autorelegatosi in fondo al mondo, ma non era un completo sprovveduto.

Carlo d’Angiò ombra di Piero da Morrone

Anche la lettera di rimbotto ai cardinali forse non fu una iniziativa così priva di risvolti politici. Pare che Piero da Morrone l’abbia scritta dopo aver avuto dei contatti con Carlo II d’Angiò, che era re di Napoli e quindi comandava all’epoca sull’Abruzzo. Piero quindi era suo sudditi, ma, se fosse diventato papa, sarebbe diventato anche il suo signore, perché gli Angiò, in quanto re di Napoli, erano feudatari della Chiesa. Uno di quei begli intrecci di potere tipicamente medievali che sono sempre stati fonte di guai.

Celestino V un papa buono per tutti?

Piero da Morrone apparve ai cardinali come la soluzione perfetta. Nominandolo papa si faceva felice Carlo d’Angiò, si usciva dall’impasse di un conclave senza sbocchi, e si accontentava pure il popolo, che per una volta avrebbe visto sul soglio di Pietro un papa contadino e amante della povertà. In più, cosa che non guastava, Piero era vecchio e poco avvezzo ai maneggi politici della curia. L’idea di avere un papa manovrabile convinse tutti, e per primo Benedetto Caetani. E Piero da Morrone divenne Celestino V.

Celestino V e gli spin doctor di Carlo d’Angiò

E qui i cardinali cominciarono a sospettare di aver fatto un errore. Grande come il regno di Napoli. Piero da Morrone, eremita vecchierello e spaesato, si dimostrò meno docile di quanto si aspettassero, e forse anche assai meno spaesato.

Si fece incoronare a L’Aquila, città degli Angiò. Il re di Napoli gli fornì probabilmente i suoi spin doctor, che lavorarono sulla sua immagine come per i politici dei nostri giorni.

Piero da Morrone, come Celestino V, entrò in città a cavallo di una mula, fra due ali di folla plaudente, come Gesù Cristo il giorno della domenica delle palme a Gerusalemme. Tanto per ribadire che lui non era tanto il successore di Pietro, ma il vicario di Cristo stesso in terra.

Favoritismi e sgarbi, Piero da Morrone si fa odiare dai cardinali

Poi decise di fissare la sede della sua corte papale non a Roma, ma a Napoli, da Carlo D’Angiò, suo grande elettore. Quindi nominò immediatamente dodici nuovi cardinali, di fatto quindi raddoppiando il collegio e sconvolgendo gli equilibri fra le famiglie romane. Soprattuto perché su dodici sette erano francesi, e solo cinque italiani. Poi piazzò membri del suo ordine dappertutto, come abati, e favorì i suoi fraticelli in ogni modo. Alla faccia dello sprovveduto eremita.

I cardinali entrarono in fibrillazione. L’unico a mantenere il sangue freddo su Benedetto Caetani. Sapeva che in politica ciò che conta, alla lunga, non è l’intelligenza e forse nemmeno la furbizia, ma la resistenza.

Celestino V, il Papa del gran rifiuto

Piero da Morrone sui monti della Maiella era abituato a resistere a tutto, ma le corti sono un’altra cosa. La pressione psicologica per fare il Papa era fortissima. Essere Celestino V era un inferno. Si fece costruire una cella per meditare in un recesso del palazzo. Continuò la sua dieta fatta di erbe e digiuni. Ma non era sufficiente. Di fatto era prigioniero dei suoi doveri. E anche di Carlo, che lo pressava con richieste continue.

Stanco e demoralizzato chiamò Benedetto Caetani, consulente legale della curia, per chiedergli se Celestino V poteva dimettersi e ritornare ad essere il vecchio Piero da Morrone. Il “gran rifiuto” a cui forse accennerà Dante Alighieri nella Commedia.

Caetani, che non aspettava altro, gli disse di sì. I cardinali accettarono le dimissioni con un sospiro di sollievo. Celestino V lasciò lo scettro, i paramenti papali convinto di poter tornare al suo eremo.

La vendetta di Benedetto Caetani divenuto Bonifacio VIII

Ma per Piero da Morrone si preparava un brutto risveglio. Nella vita ci sono punti di non ritorno, e un papa che non è più papa resta sempre un pericolo in politica. Così il suo successore, Bonifacio VIII, guarda caso proprio il suo consigliere legale, cioè Benedetto Caetani, col caspita che lo voleva libero, nemmeno sui monti sperduti della Maiella. Non poteva rischiare che i Colonna prendessero Piero prigioniero e lo costringessero a rimangiarsi l’abdicazione. I francescani spirituali, intanto, che Bonifacio odiava e voleva dichiarare eretici, strepitavano che un papa non poteva dimettersi, e quindi Bonifacio stesso non era un papa legittimo.

Bonifacio fece arrestare il povero Piero, suo predecessore e ora suo rivale, mentre questo cercava di raggiungere Vieste e di lì la Grecia. Lo chiuse nella Rocca di Fumone, dove due anni dopo morì. Come non è chiaro. Aveva più di ottant’anni, e forse la vecchiaia aveva fatto il suo corso. La leggenda però vuole che un sicario di Bonifacio lo abbia ucciso, conficcandogli un chiodo nel cervello. Che sa tanto di leggenda nera. Non fosse però che lo scheletro si è conservato e nel cranio di Celestino V effettivamente c’è un buco delle dimensioni di un chiodo.

Forse Bonifacio ebbe paura che per il vecchio Piero da Morrone la morte non giungesse abbastanza in fretta.