Marco Tullio Cicerone, il politico che sognava Roma

Accadde oggi: 7 dicembre 43 a.C.
Marco Tullio Cicerone viene ucciso dai sicari di Marco Antonio.

Ok, è difficile amarlo, Cicerone. Un po’ perché condivide con Manzoni l’amaro destino di essere diventato un autore di riferimento nelle scuole. Il latino che tutti abbiamo studiato era il latino “suo”, di lui, dell’inarrivabile Marco Tullio, che ci hanno costretto a imparare come fosse l’avemaria, riducendo le sue geniali costruzioni sintattiche e lessicali a formulette da mandare a memoria come regole. Un po’ perché Cicerone era davvero spesso un trombone retorico egocentrico che adorava parlare di sé ed elogiarsi, spesso senza ritegno.

Cicerone e il sogno di Roma repubblicana

Eppure. Eppure c’è molto di più dietro questo stereotipo. Se uno scrittore dura per millenni come è durato lui non è un caso.
Leggetelo. Leggetelo senza pregiudizio, senza ricordarvi che è Cicerone. Sentite nelle sue frasi tutta l’anima passione di quest’uomo che alla politica sacrificò tutto. Sentite la sua ironia sferzante, il suo sarcasmo contro i nemici, ma anche le bonarie prese in giro nelle lettere personali, quando talvolta insinuava dubbi persino sul suo operato, in cui ammetteva la sua sconfinata e vuota ambizione.

Cicerone il ragazzo di provincia che fa carriera nella repubblica

Capitelo questo ragazzo di provincia stregato da Roma, ammaliato da tutto ciò che Roma gli aveva concesso di essere. Un console, un senatore, un uomo di potere. Lui, che discendeva da una famiglia di ricchi pecorai di Arpino.
C’è una dignità che supera i suoi difetti, in Cicerone. Era un sognatore. Sognava e credeva in una Repubblica che non era mai esistita nella realtà, ma era bellissima nella sua immaginazione, un luogo in cui chiunque avesse testa e animo e coraggio poteva emergere e governare lo stato. Oggi lo chiameremmo un alfiere della meritocrazia, un liberista all’ennesima potenza. Si può non concordare con lui, ma gli si accorda comunque il rispetto dovuto a chi nella vita ha rischiato e ha pagato moltissimo.
Perché ha pagato, Cicerone. Esilio, condanne, perdita dei beni, una vita passata a guardarsi le spalle, a mediare fra amici che non lo erano, come Pompeo e Catone, e nemici per cui forse provava in fondo più ammirazione, come Cesare.

Cicerone, Clodio e Cesare

La sua ultima scelta politica nefasta è stata appoggiare il giovane Ottaviano andando contro ad Antonio, che giustamente aveva individuato come un seguace meno sveglio e più crudele di Cesare. Ottaviano lo tradì. E Cicerone finì nelle liste di proscrizione, abbandonato da tutti.
I sicari lo inseguirono fin dentro la sua villa. A indicare il suo ultimo nascondiglio un ragazzino a cui aveva fatto solo del bene. Morì decapitato, e la sua testa fu esposta sui rostri con la lingua trafitta. Era il 7 dicembre 43 a.C.La lingua che era stata la sua arma migliore, e qualche volta la sua unica difesa.

E no, non era simpatico. Ma fa tenerezza, Cicerone.

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Mariangela Galatea Vaglio,
Cesare, l’uomo che ha reso grande Roma, Giunti editore

Giun