Ettore e Andromaca, ovvero quando l’Iliade insegna a odiare la guerra e essere un bravo papà

E allora c’è quel momento li, nell’Iliade, che è una di quelle scene che da sole fanno tutto un poema. Quella quando Ettore va alle porte Scee ed è lì lì per scendere in campo, e arriva lei, Andromaca, col pupetto Astianatte, e la nutrice.

È una di quelle scene che non ti aspetti, perché ragazzi, andiamo, l’Iliade è un poema epico, e l’epica, da che mondo è mondo, è una roba in cui si menano, e ci sono gli eroi senza macchia e senza paura che si azzuffano e si sbaruffano e si corcano di mazzate, e poi muoiono, per i loro alti valori come l’onore, la patria, gli dei e tutte quelle robe lì. Robe da uomini, insomma.

E invece no, la scena che ti spezza il cuore nell’Iliade non prevede mazzate, muscoli, proclami d’onore e sventramenti. Ci sono un marito e una moglie, che sono anche un papà e una mamma di un pupetto che avrà sei mesi.

E lui, per giunta, il marito, è una brava persona, una così brava persona che quasi quasi non ti sembra nemmeno un eroe: è un uomo normale, che in fondo in fondo lo senti che fosse per lui se ne starebbe a casa, con la famiglia, e fuori dalle porte Scee farebbe giusto giusto la gita di Pasquetta con la famiglia, un bel picnic e ciao core.

E invece, proprio perché è una brava persona, a Ettore gli tocca la guerra, e guidare il popolo in battaglia. E lo fa bene, eh, perché Ettore è proprio un primogenito di quelli che ti escono con i fiocchi, che ti chiedi persino come mai ti sono venuti così bene: perché è coraggioso, è onesto, e ha un alto senso del dovere. E quindi se deve andare in battaglia ci va.

E lei pure è una brava donna, Andromaca, di quelle che paiono persino un po’ noiose perché si sono sposate ma sono contente così, con il marito, il figlio, la famiglia, e vivaddio, che mica tutte possiamo essere Elene o Cassandre, ci sono anche quelle che sono felici a casa.

E si vogliono bene i due. Ma proprio lo senti che si vogliono bene, come ci si vuole bene fra persone normali, che magari non avranno mai le grandi punte di passione e i tormenti, ma hanno altro. Quella complicità silenziosa, quell’amore quieto e tenace che vince alla fine tutto, il tempo, la noia, la meschinità. Si sente che stanno bene assieme, Ettore e Andromaca. Si sente che stanno bene come sta bene la gente che non ha niente da dimostrare, perché sono un incastro perfetto, un nodo che non è destinato a sciogliersi: perché l’amore non è solo passione, è anche equilibrio.

E poi c’è lui, il pupetto. Che fa il pupetto. E lo fa bene, come nessuno mai lo farà più nell’epica e nella letteratura in generale. Perché non dice una parola – e vorrei vedere, manco parla ancora! – ma fa quella cosa meravigliosamente da pupetto: si spaventa e piange per l’elmo di papà.

Ora ragazzi, ditemelo voi come si fa a immaginarla una scena più bella, più vera, ma soprattutto più fuori posto in un poema epico: un bimbo che si spaventa per l’elmo del babbo, e il babbo, che sta per andare a farsi ammazzare perché è un eroe, che l’elmo se lo toglie perché prima che un eroe è e vuole essere soprattutto un papà.

Ditemelo, perché io non lo so come si faccia, e nemmeno come gli è venuto in mente, ad Omero, di farci capire così quanto fa schifo la guerra, e quanto stupidi sono l’orgoglio umano e l’eroismo becero che le guerra causa. Un papà che si toglie l’elmo, fa ghirighirighiri al suo bambino, e noi sbam! siamo travolti, sconvolti, schiantati. Perché siamo in mezzo ad un poema e ad un battaglia, ma all’improvviso non ne vogliamo più. Non ci interessa più la guerra, la battaglia, e forse nemmeno il poema. Vogliamo, o almeno vorremmo, che Ettore prendesse per mano Andromaca e in braccio il loro pupetto, e felici tornassero a casa, insieme, a giocare e farsi ghirghirighiri, e che la battaglia, se ce ne deve essere una, fosse al massimo quella che si fa a cucinate, nel lettone, la mattina appena svegli.

Perché Omero non è solo il primo autore d’Occidente, è anche il più grande, colui che non sarà mai uguagliato. Perché sa narrare le guerre ma soprattutto far capire quanto sono stupide, inutili, e portano solo lacrime, per tutti. E la vera vita, e i veri valori, non sono gli scontri, gli eroismi, e nemmeno gli dei: è fare ghirighirighiri al proprio pupetto, togliendosi l’elmo, perché i pupetti sono felici quando i padri sorridono loro e abbracciano mammà.

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