I Barbari e lo spirito del travet. Ovvero: l’impero romano non è caduto, è inciampato solamente

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Che poi uno dice: la caduta dell’Impero romano. Spiegala, ai tuoi ragazzini, in classe, la caduta. Loro ti guardano con quegli occhioni sgranati, e si aspettano una lezione fatta di scontri, battaglie epiche, duelli: una specie di Gladiatore all’ennesima potenza, con cavalli che corrono di qua e di là per il campo, i Romani che tirano mazzate ma i Barbari di più, e quando l’ultimo Barbaro sgozza alla fine il legionario più duro a morire, un tramonto livido sullo sfondo segnala il termine del conflitto, e compare una graziosa scritta “The End” in sovrimpressione, con iniziali a ricciolo e musichetta conclusiva.

I Romani – e sant’Iddio! – erano quelli che avevano fondato un impero, quelli che s’erano conquistati in punta di lancia il mondo, quelli che, il mondo, lo avevano rivoltato come un calzino. Che avevano armate e legioni e accampamenti e torri, e costruivano muri lunghi ma lunghi ma lunghi per tener fuori tutti quei barbarotti puzzolenti dal loro giardino privato. Vabbe’, erano in piena fase di decadenza, d’accordo: ma via, un popolo così, anche se sta decadendo, anche se proprio lo vanno a beccare nel momento sbagliato, con le braghe, pardon la toga calata e mezzo discinto, un minimo d’orgoglio ce lo avrà pure, un ultimo scatto prima di farsi mandare in malora. La caduta dell’impero, dunque, se la immaginano così, come una botta improvvisa, inaspettata, che ti schianta a tradimento: il giorno prima, per carità, non era più il paradiso, ma si vivacchiava tranquilli, e il giorno dopo ti capitano addosso fra capo e collo le tribù dei Goti, dei Vandali, degli Unni; i Rugi, i Gli Eruli, gli Svevi, i Burgundi, insomma i Diosacchì, e pim-pum-pam, un casino dell’anima, che crolla tutto in capo ad un paio d’ore.

Invece. Invece a te tocca raccontare loro la storia poco edificante di una lunga agonia, la cronaca di una fiamma che si spegne poco a poco, per consunzione, per mancanza d’aria. Loro hanno in mente i Romani, e si aspettano dei pezzi di marcantoni come Russell Crowe, determinati, decisi, seppure con una leggera tendenza alla pinguedine, tenuta però sotto controllo da lunghi allenamenti, sennò chi riesce più a indossarla, la lorica? Se li immaginano Romani, tanto per cominciare, i Romani: cioè di Roma, o per lo meno nati entro i suoi confini, e con alle spalle delle belle famiglie latinissime, e secoli di antenati a garantire il pedigree purosangue dei nipoti.

Tu devi cominciargli a spiegare che, tanto per essere precisi, di Romani così alla fine dell’impero ce n’erano pochi, forse due o tre, giusto i Simmachi. Gli altri erano tutti mezzi barbari, quando non barbari completi. Gli devi dire che l’ultimo imperatore, quel Romolo Augusto diciassettenne, che a tutti fa sempre una gran tenerezza perché avergli messo un nome così era già portargli sfiga a priori, povero caro, era un ragazzetto, ma soprattutto era Romano quanto lo posso essere io, magari anzi un pelino meno. La mamma, sì, era romana di cittadinanza, ma figlia di un comes del Norico, cioè, ben che vada, una cresciuta in mezzo ai crucchi; il padre, ecco, il padre si faceva chiamare Flavio Oreste, che ad orecchio sembra il nome di uno nato sul cucuzzolo dei sette colli, ma di nascita era un barbaro, tanto barbaro che quando prese per il gozzo l’imperatore Nepote e lo costrinse ad abdicare, persino a lui venne lo scrupolo di non potersi imporre come regnante, perché vabbe’ vincere il comando a dadi, ragazzi, ma farsi chiamare imperatore e sedersi sul trono di Augusto e Traiano quando manco una generazione prima si stava ancora a razzolare per le selve della Norvegia è troppo. Allora prende il pupo e lo mette sul trono, via, a fare da fantoccetto, perché è un bravo ragazzino, Romolo, che cresce bene ed è tanto affezionato a papà. Intorno la corte, dove un romano vero lo trovi forse forse a cercarlo col lumicino e impegnandoti molto: la guardia imperiale è fatta di barbari, i funzionari sono tutti mezzi sangue, come Ecdicio, per esempio, e tanto abituati a trattare con questa e quella tribù, che se Romolo, cioè Oreste, li esautora dal potere, fanno armi e bagagli e vanno a fare i consulenti per i Burgundi.

Perché anche questa è un’altra cosa che non capiscono, i ragazzini. Tu gli dici “i barbari!” e loro ad immaginarsi dei brutti orsi pelosi, con i capelli impestati di burro rancido e gli elmi con le corna, che si muovono con grazia di oranghi in una cristalleria e, come vedono un palazzo, una villa, una statua, una signora romana vestita di seta e oro, aprono la bocca in un ohhh di meraviglia, neanche fosse apparsa loro la Madonna, ammesso sappiano chi è la Madonna, perché sono tanto rozzi che non sono nemmanco cristiani. Ma quella era la truppa, e le truppe sono fatte così da sempre e da qualsiasi popolo provengano: prendi un esercito qualsiasi, anche di quelli nostri, mandalo allo sbaraglio ad assaltare il Louvre, e vedrai cosa sono in grado di fare un plotone di compiti ragionieri con tanto di diploma: spacca di qua, spacca di là, salta addosso alle custodi e sgozza chi si mette in mezzo: la guerra è quella brutta roba che fa diventare barbaro chiunque. Invece i barbari, per lo meno i capi, sì, magari giravano con i capelli lunghi e l’elmo un po’ strano, ma erano gente acculturata: parlavano latino e greco, per lo meno li capivano, anche perché spesso, come Teodorico, erano stati allevati a corte, fianco a fianco con i figli degli imperatori. Le loro armate avevano qualcosa dell’orda, ma la cavalleria e gli ufficiali erano stati addestrati nei ranghi dell’esercito romano: era gente che la guerra la faceva per mestiere, come mercenari: efficienti, spietati, organizzatissimi.

Sono strani barbari, i barbari: ché se fosse per loro, l’impero non lo vorrebbero mandare in pezzi. Ci si trovano bene, dentro: hanno fatto tanto per entrarci, tutto sommato sono convinti che funzioni, e poi sanno che fuori non c’è nulla, se non un caos ancor peggiore, la miseria sporca, le selve nere, il freddo e la fame nei villaggi di fango. Loro, l’impero, lo vorrebbero conservare all’infinito. Prenderselo, certo, ma per tenerlo in gestione, e solo perché non c’è nessuno, fra i Romani ufficiali, che sia più in grado di farlo funzionare come si deve. Non pensano a spallate, non progettano palingenesi e rivoluzioni: sgomitano per arrivare ai vertici, ma, una volta giunti, stanno lì, con l’intenzione di ritagliarsi un incarico di prestigio, una prebenda e un titolo che a corte non si nega a nessuno: al Barbaro la civiltà piace, e non c’è Barbaro che in fondo all’anima non aspiri ad uno stipendio da travet.

Odoacre, che sbatte giù dal trono Romolo Augusto dopo avergli fatto giustiziare papà e zio, del travet frustrato ha tutta la mentalità, e la codarda pochezza. Ammazza ammazza, si prende il potere, e poi non sa cosa farsene, da solo. É un barbaro, ma barbaro barbaro, senza nemmeno un figlio da una gentildonna pressappoco romana da usare come burattino. Si ritrova per le mani scettro e corona e l’unica cosa che gli viene da pensare è di mandarli a Bisanzio, a Zenone, chiedendo in cambio, e anche con una certa umiltà, un titolo da patrizio, un bel nome altisonante da poter mettere sul biglietto da visita: solo perché i tempi non erano maturi non chiede anche il ficus aziendale.

La fine dell’impero romano è un’incidente, più che una caduta, una scivolata: Zenone apre il pacco con le insegne, probabilmente trattiene una smorfia di perplessità, chiedendosi che me ne faccio, eroga un titolo ad un tizio che non ha mai visto né mai vedrà in seguito. Romolo Augusto sopravvive, povero caro, perché manco vale la pena farlo fuori. Non c’è battaglia epocale, non c’è tramonto livido fra il fumo degli accampamenti bruciati, né un The End a sigillare una giornata e un’epoca. La mattina dopo, le mattine seguenti il sole sorge e l’alba è come sempre, e non c’è nessuno, ma proprio nessuno che, accortosi di una minima differenza, saluti chi gli si fa incontro dicendo: “Benvenuti del Medioevo.”

Quando gli imperi collassano, la vita va avanti.

8 Comments

  1. Ai tuoi ragazzi, almeno a quelli a cui piace la storia, consiglia di leggere “Maometto e Carlomagno” di Pirenne… 🙂

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  2. @->Lector: i ragazzini a cui spiego ‘ste cose hanno 10-11 anni…magari fra qualche anno glielo dico, adesso è già tanto se li convinco a leggere Rodari, abbi pazienza. 🙂

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  3. Sembra che sia in atto una discussione tra storici se si sia trattata effettivamente una “caduta” o non invece una “transizione dolce”….
    Sto cercando di riassumere un poco proprio questo periodo storico, che offre un mare di spunti per capire come si sviluppa la storia…

    @lector
    pero’ “Maometto e Carlomagno” lo puoi far leggere solo quando sei anche in grado di far capire come la sua tesi centrale sia estremamente accattivante ma il larga parte falsa….

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