Spaghetti aglio olio e peperoncino alla Borges

 

Il manoscritto in questione venne ritrovato per caso nella bottega di un rigattiere di Lisbona, Joao Fernadez Carvalho, nel 1912, fra gli scritti di Alvaro Ruiz Almunez, di cui in realtà non si sa nulla, se non che si presentò nella bottega del rigattiere portoghese chiedendogli se poteva tenergli per due minuti il baule di manoscritti in questione perché doveva andare a comprare le sigarette, e non tornò mai più. Alcuni però sostennero per anni che Alvaro Ruiz Almunez fosse nient’altro che Borges stesso, basandosi sul fatto che anche Borges, di tanto in tanto, andava a comprare le sigarette e, per una atavica forma di distrazione, dimenticava poi di tornare a riprendere gli effetti personali che lasciava in giro. Tale abitudine pare sia stata citata anche da Pessoa, in un quaderno di appunti perduto, di cui però il rigattiere Joao Fernadez Carvalho giura e spergiura, stavolta, di non sapere un accidente.

A quanto ricordo, le mie prime prove cominciarono un giorno, nel giardino del tempio di Tebe, un lontano meriggio di primavera. Un uomo, emaciato e stanco, giunse, forse da un lontano oriente. La sabbia del deserto gli aveva scavato le orbite, rinsecchito le labbra arse di febbre: barcollò, si fece accanto e disse: “La ricetta!”. Mi accorsi allora che teneva stretto tra le mani un brandello di foglio, logorato dalla polvere di mille viaggi. Me lo porse, come chi sporge l’ultimo tesoro. Lo sorressi: avrei voluto chiedergli un nome, da quali terre lontane egli fosse arrivato fin lì, scavalcando infinite distanze, ma i suoi occhi erano già vuoti, la sua voce non poteva più dire nulla ad orecchio umano.

Lessi. Fu compito arduo decifrare la scrittura incerta, intuire in quale lingua antica e perduta le parole fossero state scritte, vergate chissà quanti secoli prima per preservare con un miracolo d’inchiostro la memoria, sempre tanto sfuggente all’uomo.

Presi la pentola d’acqua, la misi sul fuoco, rispettando quelle istruzioni tanto semplici che però narravano prodigi svelati per mezzo di lunghi e severi studi d’alchimia. Dopo poco, fui sorpreso dal borbottio sommesso che produceva il recipiente: come da mondi inferi fino allora ignoti, le bolle risalivano verso la superficie, in geometrie di ghirigori, e poi scoppiavano ad una ad una, raggiunta la sommità liquida e trasparente. Mi sorpresi a guardare me che guardavo l’acqua bollire, stupii per la faccia stupita del mio doppio, che quello specchio fumigato di vapore restituiva come immagine slabbrata, altra da me. Intanto il manoscritto pretendeva da me altre prove: presi l’olio d’oliva, lo lasciai riscaldarsi appena appena sul fuoco, facendo imbiondire l’aglio, poi aggiunsi le acciughe prive del loro sale, e alla fine vi sbriciolai il rosso, piccante frutto del Nuovo Mondo, rinsecchito da un sole che splendeva laddove gli antichi pensavano tramontasse. Infine gettai nell’acqua crepitante gli spaghetti. Assistetti incredulo al prodigio che si compì in mia presenza: quei bastoni rigidi, a contatto con il liquido, dapprima iniziarono a piegarsi, come piccole torri che si sgretolavano a partire dalle fondamenta, indi si trasformarono in qualcosa di nuovo, inquietante e bellissimo: cordicelle flessuose che si incrociavano in labirinti, e, sfidando ogni regola di Euclide, da rette divenivano curve, parabole, archi e intrecci simili nella forma al simbolo dell’infinito. La mia mente si trovò risucchiata nel gorgo del farsi e disfarsi di quella matassa senza confine, che ora si inabissava, ora emergeva, seguendo il ritmo capriccioso delle bolle. Meravigliosa immagine del caos primigenio! Quando li scolai, per un attimo trattenni sospesa la massa di spaghetti, informe ed aggrovigliata in sé, poi la versai nella pentola, per amalgamarla alle acciughe, all’aglio, al peperoncino. Si unirono, mischiandosi come gli elementi anassagorei si mischiarono a formare il mondo. E io ne arrotolai un boccone sulla forchetta, muto, immaginando di fronte a me il segreto all’origine del tutto.

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